Le verità dei documentiChe cosa si scoprirà dall’apertura degli archivi di Pio XII, il Papa dei tempi del nazifascismo

Il 2 marzo saranno aperti gli archivi vaticani relativi al periodo 1939-1958. L’evento è stato preceduto da una giornata di studi all’Augustinianum. Secondo la professoressa Emma Fattorini non ci saranno rivelazioni sconvolgenti: sarà un’occasione per fare chiarezza e stemperare i giudizi ideologici

OFF / AFP

Il 2 marzo, in occasione dell’81esimo anniversario dell’elezione di Eugenio Pacelli a papa col nome di Pio XII, saranno aperti agli studiosi gli archivi vaticani relativi a quel pontificato (1939-1958). Pontificato, sul quale si versano da decenni i proverbiali fiumi d’inchiostro soprattutto in riferimento alla presa di posizione sulla questione della Shoah.

In preparazione all’apertura degli archivi pacelliani si è tenuta, il 21 febbraio, all’Augustinianum nella Città del Vaticano, una giornata di studi cui ha partecipato anche la storica Emma Fattorini, ordinaria di Storia contemporanea presso l’università Sapienza di Roma e autrice, fra l’altro, del pregevole volume Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa (Einaudi, 2007).

Professoressa Fattorini, quali sono secondo lei il significato e l’importanza dell’apertura degli archivi sul pontificato di Pio XII?
Sono decenni che si aspettava l’apertura. Le richieste erano tantissime sollecitate dalle note polemiche scoppiate già subito dopo la guerra circa i presunti “ silenzi” intorno alla Shoah. Basti pensare ai mondo intellettuale cattolico francese con figure come Jacques Maritain. Poi il ruolo svolto da Il Vicario di Hochhuth nel 1963. Ma, al contempo, si è sempre più avvertito il bisogno di una valutazione serena su questo pontificato. Ci sono voluti 13 anni di lavoro per riorganizzare questo ampio materiale, che sono tanti per la sensibilità degli studiosi ma sono del tutto comprensibili se si pensa al bacino documentale immenso messo finalmente a disposizione. Sono decine di migliaia di buste. Chilometri di documenti, per così dire, che coprono un pontificato molto importante e molto lungo, che va dal 1939 al 1958. Sono inoltre tanti gli archivi coinvolti: dall’ex Archivio Segreto Vaticano – sappiamo che Francesco ne ha mutato la dizione in Archivio Apostolico Vaticano – agli archivi dei vari dicasteri, come, ad esempio, quelli di Propaganda Fide e del Sant’Uffizio.

Come valuta la giornata di studi presso l’Augustinianum?
La giornata del 21 febbraio è stata un inedito assoluto, perché non c’era mai stato un convegno previo all’apertura di un archivio di un pontificato. Un evento molto ricco sia perché sono state esposte le modalità d’accesso sia perché sono stati illustrati i materiali documentali, molti dei quali digitalizzati. Soprattutto quelli relativi alla Seconda Sezione della Segreteria di Stato (Rapporti con gli Stati), che fino al 1989 era chiamata Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari. Sono state rese note alcune chicche, come ad esempio, la prima lettera che la futura madre Teresa di Calcutta indirizzò a Pio XII, dove racconta la sua vocazione e chiede un riconoscimento che voleva avvenisse il 13 maggio 1950 per la nuova esperienza di vita religiosa avviata con sette consorelle. È stata anche l’occasione per mettere in luce l’enorme lavoro svolto in questi 13 anni dagli archivisti, che dal 2 marzo consentiranno agli storici di poter usufruire di uno strumento così prezioso per la loro analisi. Quel lavoro oscuro ma fondamentale, per usare le parole di Papa Francesco.

Il giudizio storico su Pio XII è stato finora condizionato dalle diverse valutazioni sulla questione ebraica come anche dalle prese di posizione nei riguardi del comunismo in epoca post-bellica. Secondo lei, le carte d’archivio potranno contribuire a una valutazione serena scevra da condanne pregiudiziali come anche da esaltazioni panegiristiche?
La figura di Pio XII è stata non solo controversa ma oggetto di una polarizzazione estrema. Si è passato da chi, soprattutto in America, l’ha definito “il Papa di Hitler” a chi ha ritenuto che l’opera assistenziale nei riguardi degli ebrei, certamente straordinaria messa in campo da Pio XII, fosse sufficiente per non considerare una timidezza che invece ci fu in certi momenti. L’apertura completa degli archivi pacelliani contribuiranno certamente a valutazioni più serene ed equilibrate. Insomma, meno segretezza c’è e più i giudizi saranno scevri da polarizzazioni nell’uno o nell’altro senso. Sono anche del parere che relativamente alla sola questione della Shoah l’apertura degli archivi non segnerà affatto alcuna scoperta sconvolgente. Come gli studiosi sanno, già molti documenti sono a loro disposizione dai tempi di Paolo VI, che fece pubblicare i volumi degli Actes et Documents. Ma gli storici avranno sicuramente a disposizione un materiale completo, che aiuterà a non cadere a valutazioni ideologiche.

Lei ha studiato a fondo la figura di Pio XI, di cui Pacelli fu primo collaboratore. A suo parere Ratti nella lotta al totalitarismo nazifascista e nella condanna ai razzismi, compreso l’antisemitismo, fu un “pontefice solo” o condivise col suo segretario di Stato vedute e prese di posizioni?
Si tratta di due figure molto diverse che sarebbe sbagliato contrapporre fra di loro, soprattutto presentando un Pio XI democratico a fronte di un Pio XII totalitario. Pio XI fu il papa dei Patti Lateranensi, che credette inizialmente alla missione del fascismo e che ravvisò nel nazismo un alleato contro il comunismo. Ma sulla fine del pontificato, soprattutto dal ’37 in poi, comprende la natura del nazifascismo e lo considera alla stessa stregua del comunismo, pur condannando entrambi per motivazioni diverse. La personalità del segretario di Stato Pacelli era diversa. In primo luogo più circospetto e attento a capire quello che accadeva in Germania, cui era profondamente legato per esservi stato nunzio apostolico durante la Repubblica di Weimar. La sua era poi una personalità da diplomatico, quindi non portato a scelte di durezza. Ora si potrà vedere come nei primi mesi del suo pontificato, Pio XII gestisce quei rapporti che Pio XI aveva brutalizzato. Insomma due figure molto diverse, ma non perché Pio XI fosse democratico piuttosto perché, secondo lui, solo la chiesa era legittimata a sentirsi “totalità”: ad essere diciamo così “totalitaria”.

Tra le fonti documentali oltre a quelle scritte hanno un loro valore anche quelle testimoniali. Lei ha conosciuto il cardinale Achille Silvestrini, che iniziò il suo ministero diplomatico proprio sotto Pio XII. Può raccontare qual era il giudizio del porporato su Pacelli?
Il cardinal Silvestrini non aveva avuto modo di conoscere Pio XII se non di sfuggita, e non ricordo né giudizi né reticenze. Silvestrini, però – non bisogna dimenticarlo – si adoperò molto perché si aprissero le carte degli Archivi vaticani, quelle relative ai pontificati precedenti. In generale, da vero appassionato e cultore della storia, aveva sempre ritenuto che la trasparenza, l’approfondimento, e la conoscenza storica fossero di grande aiuto alla chiesa. A differenza dei segreti.

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