L’emergenza che non c’eraCaso Gregoretti: Salvini va a processo, riparte lo show sugli immigrati

Il leader della Lega potrebbe essere rinviato a giudizio per il presunto sequestro dei 131 migranti trattenuti per quattro giorni a bordo della nave della Marina. Il Senato ha accolto la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania che accusa l’ex ministro dell’Interno

Quello che si è visto al Senato, è stato solo il preambolo. Ora che l’aula di Palazzo Madama ha detto sì alla richiesta di autorizzazione a procedere sul caso della nave Gregoretti, per Matteo Salvini comincerà il vero e proprio show verso l’aula di tribunale, in attesa di capire se andrà davvero a processo o se verrà tutto prosciolto. Riportando così la questione migranti – patata bollente tenuta finora lontana dalla maggioranza giallorossa – di nuovo al centro del dibattito politico. Salvini ha compreso il potenziale del voto di ieri. Non è un caso che mentre in Senato si dà il via alle arringhe pro e contro il leader leghista, arriva in mattinata la notizia del “blitz a sorpresa” di Luigi Di Maio in Libia, con tanto di foto della stretta di mano con il presidente al-Sarraj. Uno scontro a distanza tra i due ex viceministri: Di Maio che risolve sul campo la questione; l’ex alleato Salvini – che Di Maio difese sul caso Diciotti – che riconquista la ribalta rispolverando tutto il gergo salviniano possibile sui confini, i profughi e la sicurezza.

Una ribalta che l’ex ministro dell’Interno, dopo la sconfitta delle elezioni emiliane, ha cercato e si è conquistato come previsto. La decisione presa il 20 gennaio scorso dalla Giunta per le immunità ha sancito il via libera all’autorizzazione a procedere. I senatori leghisti, come chiesto da Salvini, sono usciti dall’aula al momento della votazione, e l’ordine del giorno presentato da Forza Italia e Fratelli d’Italia per negare l’autorizzazione a procedere è stato respinto da M5s, Pd, Italia viva e Leu. «Usciamo da quest’aula e facciamo decidere a un giudice se difendere i confini italiani è un reato», ha detto Salvini, accusato di sequestro di persona dal Tribunale di Catania per aver impedito per quattro giorni lo sbarco di 131 persone tratte in salvo nel Mediterraneo dalla nave della Marina Militare Gregoretti. «Penso che l’archiviazione sarà la fine di questa vicenda», ha preannunciato Salvini. «La difesa della patria è un sacro dovere. Non chiedo un premio per questo, ma se ci deve essere un processo che ci sia. Io in quell’aula ci andrò a rivendicare con orgoglio il fatto di aver difeso la mia Italia, anche abbattendo con la ruspa la villa dei Casamonica».

Per una lunga mattina, Palazzo Madama si è trasformata così in un’aula di un tribunale. In cui il leader del Carroccio è stato trasformato nella vittima sacrificale di una «sinistra che se non può battere gli avversari con il consenso politico gli scatena contro la magistratura», ha detto Ignazio La Russa in difesa di Salvini. In sostegno dell’ex ministro dell’Interno, a pochi minuti dall’inizio del suo intervento, è arrivata nella tribuna del Senato anche la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. «Sono stufo di impegnare quest’aula con i casi Diciotti, Gregoretti, Carola. Chiariamola una volta per tutte davanti a un giudice se ho fatto il mio dovere», le parole di Salvini, che più volte ha citato i suoi figli nella arringa finale in sua difesa. «Devono sapere che il loro papà è lontano da casa non perché sequestra esseri umani, ma perché difendere i confini del Paese», ha detto, generando i «buuuu» dell’opposizione. «Chi borbotta contro di me non ha ricevuto, come me, un messaggio oggi con scritto: “Forza papà”».

Uno show in pieno stile Salvini, che se l’è presa con i grillini ex alleati di maggioranza, quelli che sul caso Diciotti avevano votato contro l’autorizzazione a procedere perché era stata una decisione unanime, cambiando idea invece sullo stop alla Gregoretti, avvenuto proprio negli ultimi giorni prima della crisi di governo estiva. Il discrimine è stabilire se Salvini ha agito da solo o portando avanti la linea politica dell’allora governo gialloverde. «O c’erano ed erano d’accordo o c’erano e non hanno capito», ha detto Salvini, facendo subito notare l’assenza dei membri del governo in aula (non era prevista la presenza, in realtà): «Chi scappa non è la Lega, ma il governo che è assente». «Ma ormai il re è nudo», ha proseguito, «potete andare avanti qualche mese o settimana ma in democrazia il giudizio lo dà il popolo». Per poi tornare a difendere le sue politiche migratorie: «Il risultato del buonismo e dei porti aperti sono stati 15mila cadaveri i tre anni. Noi da 15mila siamo scesi a 2mila. Le nostre politiche di controllo e rigore hanno salvato migliaia di vite umane».

Mentre sui social l’hashtag #iostoconSalvini risaliva le classifiche dei trending topic, le parole, le argomentazioni, i simboli sono stati gli stessi di qualche mese fa. C’è il Salvini papà. Il Salvini vittima della casta delle poltrone. E il Salvini che non ha paura di affrontare i giudici per il bene del popolo: «Voglio che qualcuno dica che difendere l’Italia vale 15 anni di carcere». Per poi esortare, proprio lui, gli avversari politici a un ritorno alla mitezza: «Mi fa paura per le nuove generazioni chi in quest’aula porta parole di rabbia e rancore. Dividiamoci sui temi ma su alcuni valori fondamentali non scherziamo». Chiudendo con una citazione di Indro Montanelli («combattete per quello in cui credete, magari perderete come me tante battaglie, ma vincerete quella che si ingaggia ogni mattina davanti allo specchio»), ma senza entrare mai nelle questioni tecniche.

Prima di Salvini, a tirare in ballo i tecnicismi in sua difesa, ci aveva pensato la senatrice avvocato Giulia Bongiorno. C’è un unico quesito, ha detto: «Quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno il rallentamento dello sbarco dei migranti, in attesa delle risposte sulla loro redistribuzione, l’ha fatto nell’interesse pubblico?». «Io credo che sia impossibile configurare un rallentamento allo sbarco come un sequestro di persona», la risposta. «Create questa nuova fattispecie incriminatrice, il rallentamento allo sbarco. E processate Salvini. Ma certamente non è sequestro di persona».

E in difesa di Salvini si sono espressi diversi membri della coalizione di centrodestra, apparsa più compatta che mai sul caso. Tanto che c’è stato anche chi, tra le fila di Forza Italia, ha accostato Salvini al Silvio Berlusconi «perseguitato dai giudici». E più di uno dai banchi dell’opposizione si è rivolto ai Cinque Stelle, accusandoli di trasformismo, per aver difeso invece Salvini dal processo sulla Diciotti quando erano al governo con la Lega. «Sulla Diciotti avevate consultato la piattaforma Rousseau prima di votare. Consultate la piattaforma della serietà prima di votare oggi», ha detto Maurizio Gasparri. Ad annunciare il voto contrario all’autorizzazione a procedere anche Pierferdinando Casini (Gruppo per le autonomie), che ha sottolineato l’assenza di differenze tra il caso Diciotti e il caso Gregoretti: «Non si può processare un avversario per convenienza». Mentre grillini ed ex grillini come il comandante Gregorio De Falco hanno sottolineato invece le differenze tra i due casi. Con l’aggiunta che di messo era intervenuto il decreto sicurezza bis firmato da Salvini, che attribuisce al ministro dell’Interno la potestà di interdire la navigazione alle navi, ma non a quelle militari, che possono rappresentare una minaccia all’ordine pubblico.

A tirare le fila della questione ci ha pensato la senatrice di Più Europa Emma Bonino. «Qui non si discute la linea politica di Salvini sull’immigrazione», ha precisato. Perché potesse essere negata l’autorizzazione a procedere, sarebbero servite le prove che Salvini abbia agito nell’esercizio delle sue funzioni per tutelare l’interesse dello Stato o per un preminente interesse pubblico. «Sostenere che nel caso in esame i confini della patria siano stati minacciati da una nave militare italiana e che la sicurezza sia stata minacciata da qualche decina di marinai italiani e un centinaio di naufraghi stranieri che chiedevano di sbarcare è ridicolo», ha detto. Matteo Salvini, ora, «si difenderà nel processo e non dal processo», per usare le parole di Bonino. Le carte tornano al tribunale di Catania, dove i fatti sono avvenuti. La Procura di Catania potrebbe ora chiedere di nuovo l’archiviazione, come già fatto nei mesi scorsi prima che il tribunale dei ministri giungesse a conclusioni opposte ritenendo che l’ex ministro avesse commesso dei reati. Ma potrebbe anche formulare l’imputazione coatta e chiedere al gip semplicemente di fissare l’udienza. A quel punto il gip potrebbe o chiedere il rinvio a giudizio o il proscioglimento. Così potrebbe concludersi il Salvini-show. Ma ci vorrà almeno l’estate. E nel frattempo il copione potrebbe ripetersi anche sul caso Open Arms.

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