Le due sinistreSanders, Blair e la sfida contro i populismi e i nazionalismi

Lo scontro tra i democratici in America e il gran discorso dell’ex premier inglese per dare una scossa al Labour sconfitto. La rivoluzione socialista e l’idea di futuro. Questo articolo non parla di politica italiana, forse

MARIO TAMA / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Questo non è un articolo sulla politica italiana. Non parla di ditta e di scissioni, di accordi strategici con i Cinque Stelle e di difesa della prescrizione, di decreti sicurezza e di sindaci d’Italia. È un articolo sul dibattito che si sta svolgendo nel mondo anglosassone, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, tra coloro che cercano di organizzare una risposta progressista ai populismi e ai nazionalismi reazionari. I democratici americani sono impegnati alle primarie per scegliere il leader che il 3 novembre proverà a scalzare Donald Trump, ma si stanno dividendo tra socialisti e liberal, tra radicali e moderati, con il rischio di lasciare sul terreno soltanto macerie quando la corsa avrà finalmente un vincitore.

Al momento il favorito è Bernie Sanders, grazie anche all’incertezza degli elettori moderati nello scegliere il campione cui affidarsi. Sanders guida un movimento ed capace di creare entusiasmo, ma è anche uno che divide, esattamente come Trump, non è certo uno che allarga il campo di gioco per il fronte progressista. L’effetto Sanders è tossico, esattamente come lo è stato nello scorso ciclo elettorale quando, sconfitto da una Hillary Clinton descritta come un politico venduto alle banche e ai poteri forti, ha più o meno volontariamente convinto una parte del suo elettorato a non andare a votare, come se tra Hillary e Trump non ci fosse nessuna differenza. Alcuni sostenitori di Sanders, anche famosi, hanno spiegato che Clinton sarebbe stata una presidente peggiore di Trump, per dire. E Clinton, pur prevalendo di tre milioni di consensi nel voto popolare, ha perso le elezioni per circa cinquantamila voti in meno in cinque Stati dell’Unione.

Il 2016 non è stata la prima volta che Sanders ha provato a sabotare, legittimamente, il candidato democratico. L’Atlantic ha appena svelato che nel 2012 Sanders è stato a un passo dallo sfidare il presidente Barack Obama alle primarie per impedirgli di tornare alla Casa Bianca. La virulenza mostrata in questo ciclo contro Buttigieg e Biden e Warren e ora Bloomberg dimostra che 2012 e 2016 non sono state eccezioni, del resto lui stesso non è iscritto al Partito democratico.
Sanders è un populista di sinistra, anche se va sempre ricordato che la rivoluzione socialista che invoca in realtà si prefigge di ottenere gli stessi diritti, sanità, pensione, istruzione, che i cittadini europei hanno fin dal secondo dopoguerra.

Più che una rivoluzione socialista, a guardarla bene, il suo è un progetto minimalista. Ma i toni invece sono ultimativi, massimalisti, o con me o contro di me, i suoi troll sono scatenati sui social contro chiunque lo metta in discussione, e lui stesso dal palco del dibattito televisivo ieri è stato costretto a prendere le distanze dai suoi fan più esaltati. Ma è proprio Sanders a twittare e raccontare che Bloomberg e Trump in fondo sono la stessa cosa. Solo che oltre a essere una scemenza, visto che in comune non hanno nemmeno l’essere miliardari, questo atteggiamento serve a notare la differenza tra il comportamento di Sanders e quello di Bloomberg, il quale inonda gli Stati e il web di spot elettorali esclusivamente contro Trump, non contro i suoi concorrenti.

Ieri, invece, ha parlato Tony Blair, l’ex leader del Labour che tutti odiano ma che tutti ascoltano perché è l’unico che è stato in grado di vincere tre elezioni consecutive. Blair ha spiegato che il «Labour ha sempre vinto quando ha conquistato il centro della politica britannica, quando ha affrontato il futuro e quando ha ampliato la sua capacità di attrazione», ma – ha continuato Blair – «nonostante questo sia vero, abbiamo mostrato uno straordinario attaccamento alla volontà di ritirarci in una parte ristretta della sinistra, che ci ha sempre portati a una sconfitta».

L’ex premier ha parlato della necessità di avere la giusta mentalità di governo, oltre alle idee giuste, perché «il Labour non è una ong o un movimento, il suo obiettivo non è quello di fare tendenza su Twitter, o di avere celebrities che (temporaneamente) lo elogiano, o di bearsi in una bolla d’adulazione che scoppia alla prima decisione difficile da prendere». Il compito della sinistra di governo «è quello di vincere, di mettere le mani nel fango del governare, e di tirare fuori da quel fango il progresso, misurato non con belle parole dette a distanza, ma con cambiamenti veri e radicati nel benessere delle persone – alcuni ci ringrazieranno, molti non sapranno nemmeno che i benefici ottenuti sono il frutto della nostra lotta per porre l’autodisciplina prima dell’autoindulgenza».

L’analisi blairiana sul ritorno al passato remoto di Jeremy Corbyn è impietosa, ma anche realista e la conclusione che ne trae non è quella di guardare con nostalgia agli anni in cui lui ha vinto le elezioni perché Il 2020 non è il 1997 né il 2007, e nel 2030 ci sarà una rivoluzione diversa da quella del 2020. «Ogni cosa riguarda sempre e soltanto il futuro – ha concluso Blair – Esattamente per questo motivo, nonostante puntassimo ad andare avanti, in realtà abbiamo sempre viaggiato all’indietro. Solo una rinascita, uno svecchiamento dalla testa ai piedi, potrà portarci nel futuro». Questo è un articolo sulla politica italiana.

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