Miss Americana
Ecco perché Taylor Swift spacca

Il documentario Netflix sulla vita e sull’opera pop della cantautrice che parla solo di sé e che non riesce a godersi il suo successo. Sembrava odiosa e artefatta, ma come Cristiano Ronaldo è solo vittima dell’eccesso di talento

A un certo punto Taylor Swift, che è seduta per terra e suona alla chitarra canzoni quasi d’amore – le sue canzoni sono sempre un quasi, quasi d’amore, quasi politiche, quasi pop, quasi folk, quasi country e non per pressapochismo ma per grandezza, larghezza, intuizione dell’intero – alza lo sguardo e dice a qualcuno che sta dietro la telecamera «I love you». Lo dice con una contentezza che è pure un’angoscia, con una tenerezza da bambina, con una solitudine irrisolvibile. Lo dice in un modo che non sembra disperato e invece lo è, ed è di questa sua disperazione inevitabile e degli sforzi che comporta non caderci dentro che parla Miss Americana, il documentario su di lei (Netflix).

Lo dice all’uomo che ha tenuto lontano dalla sua vita pubblica, e che però è la gran parte della sua vita, anche quando è in pigiama (in questo documentario praticamente sempre), anche quando si consulta con sua madre e la sua agente sull’opportunità di smentire molti anni in cui ha detto che mai e poi mai avrebbe voluto condizionare la visione politica del suo pubblico e decidersi, invece, a dire come la pensa. È pubblica sempre, Taylor Swift. È di tutti. E non è soltanto colpa della discografia, del successo, del pop, dei record, delle classifiche, degli adolescenti che le scoppiano a piangere davanti perché non possono credere che lei esista davvero, di quelli che le chiedono di essere testimone della loro proposta di matrimonio, del fatto che se lei dice “andate a votare” ai cittadini del Tennessee per le elezioni di metà mandato, in due giorni si registrano al voto più persone che in un mese intero. Lei è pubblica perché vuole essere una brava persona, che è diverso dal voler piacere a tutti, ma come il voler piacere a tutti è un’ossessione che passa dall’approvazione degli altri. Lo dice all’inizio: da bambina tenevo un diario dove scrivevo continuamente “fai la cosa giusta”.

La cosa giusta è sempre quello che facciamo per gli altri, per aderire alle loro aspettative e, di più, sbalordirle. La cosa migliore è sempre quella che facciamo per noi, per noi e basta, ed è quella preclusa a una come Taylor Swift, che sebbene riempia di ego, di “me, me, me” e di autoesaltazione la sua musica, è una che per sé non riesce a fare niente, neppure godersi dieci minuti sul pavimento di casa a cantare le sue canzoni al suo fidanzato, senza ricordargli che lo ama in quel modo che è una rassicurazione e pure una richiesta d’asilo – ehi, io sono brava, sono molto brava, però ti amo, capito, sono una che ti ama, sono anche una semplice ragazza innamorata e quindi terrorizzata.

A diciassette anni Taylor Swift aveva già un repertorio di 150 canzoni. Ha cominciato così presto e così bene che, se mai smetterà, sarà sempre molto tardi, chiuderà una storia, lascerà un’eredità. Ne è perfettamente consapevole. Ed è una delle ragioni per cui non riesce ad avere una vita normale, una delle ragioni per le quali, a un certo punto, ha lavorato talmente sodo per ricevere l’approvazione degli altri che è scomparsa. L’anoressia è stata questo, per lei: un modo di scomparire. Meno esisteva, meno carne aveva, e minori erano le possibilità di avere un difetto, di sporgere, di essere visibile e quindi attaccabile, perfettibile.

Quando era così magra da sembrare storta, aveva la faccia sempre un po’ scontenta, le si erano cancellati la smorfia della sfida e l’argento vivo delle idee. Quella cosa lì l’ha superata, adesso magia, sembra contenta, sembra libera, ed è per questo che i titoli su Miss Americana parlano di «quando Swift aveva un disordine alimentare».

Lei sa però che non ci sarà mai modo di liberarsi dall’onere di usare il suo talento al massimo, di metterlo nelle mani degli altri di modo che non lo sprechino e lo capiscano, sa che non potrà mai prescindere dal gusto degli altri e sa di essere al loro servizio. «Voglio ancora avere una penna affilata, una pelle sottile e un cuore aperto», dice alla fine. È il proposito di chi non intende sfidare l’inseparabilità di arte e servizio, espressione e comunicazione, beneficio e vantaggio, dovere e diritto.

“Taylor Swift mi irrita, è troppo perfetta”. Quante volte lo abbiamo letto, detto, sentito? Perché è vero. Lo è. Odiosa, irraggiungibile, artefatta. Tutte cose che qualcuno, a questo mondo, si prende l’onere di essere. Lo sporco lavoro che qualcuno deve pur fare è dimostrare che non per tutti i limiti esistono, non per tutti la debolezza è una liberazione.

Questo documentario fa due cose, una assomiglia a quella che aveva fatto Federico Buffa raccontando Cristiano Ronaldo: era riuscito a farci smettere di detestarlo, e a farci intenerire dalla sua arroganza. L’altra è raccontare che non ci sono soltanto le vittime della bruttezza, del bullismo, dell’insuccesso, della natura, perché esistono anche le vittime dell’eccesso di talento, e vengono sempre lasciate a sbrigarsela da sé, perché se c’è una cosa che proprio non capiamo è che il talento non è più un punto di forza, ma una debolezza enorme, una colpa a cui non facciamo sconti, non li abbiamo fatti mai, e adesso meno di sempre, appassionati agli scarsi e ai modesti come siamo.