Tutti con l’elmettoNiente primarie e nervi a fior di pelle, il Partito democratico non sa che fare e convoca un congresso elettorale

Furioso com’è con Renzi e con Di Maio, il segretario Nicola Zingaretti ha confermato la chiamata a raccolta del partito, che servirà solo come conferma della sua leadership, mentre il governo scricchiola, e incombono nuove regionali

MIGUEL MEDINA / AFP

Meglio mettersi in modalità elettorale, hai visto mai che Matteo Renzi davvero voglia staccare la spina. Il Pd ha i nervi a fior di pelle. Furente con l’ex segretario. Di nuovo intollerante verso un Di Maio di lotta e di governo. E non è per nulla tranquillizzato dalla azione troppo lenta di Conte. Risultato: Nicola Zingaretti si prepara alla primavera più calda degli ultimi anni chiamando a raccolta “il partito”. Anche attraverso un Congresso che non è un vero Congresso: ne imita le liturgie preliminari ma non l’atto finale, le primarie, la conta popolare sul segretario. Stavolta non ci saranno. Ha detto davanti alla Direzione: «Per anni abbiamo chiamato le persone ai gazebo a votare sulla scelta dei leader. Ora dobbiamo chiamarli non solo a votare, ma a discutere su un progetto e su idee da mettere in campo. Una vera e propria costituente delle persone e delle idee». Dunque, di fatto sarà un “Congresso elettorale” nel quale non si elegge il leader. È la prima volta nella storia del Pd. Le recenti modifiche al regolamento infatti lo consente. È un altro pezzo di veltronismo che vola via come un palloncino sfuggito di mano.

Il segretario del Pd ha mostrato la rabbia nei confronti degli alleati – forse non era mai stato così duro con Renzi – e l’orgoglio di un partito che per varie ragioni, in parte indipendenti dalla sua volontà, sta ritrovando forza e centralità: la vittoria in Emilia-Romagna è stata davvero una medicina salva-vita e i sondaggi sembrano ormai scavallare quel 20 per cento che pareva irraggiungibile. Nella riunione Stefano Bonaccini ha toccato con mano l’enorme gratitudine che il Pd gli deve, e probabilmente prima o poi troverà il modo di farla valere. Anche lui, come tutti o quasi, con Zingaretti, d’altra parte nei frangenti decisivi della vita ci si stringe e si fa quadrato.

Il leader del Pd lo sa e gioca le sue carte. Con accortezza. Alla assemblea nazionale del 22 febbraio lancerà dunque un Congresso senza la conta delle primarie non per paura (al momento non avrebbe sfidanti in grado di turbargli il sonno) ma perché ha scelto una via più tradizionale: un Congresso “a tesi” nel quale gli iscritti discutono, votano un documento politico (del segretario o ce ne saranno altri?) e i relativi emendamenti, partendo dalla base su su fino a un’assise nazionale di due giorni in aprile, guarda caso proprio alla vigilia della campagna elettorale per le regionali di fine maggio.

In linea di massima lo schema funzionerebbe anche nel caso di una crisi politica che a questo punto al Nazareno considerano possibile. La mobilitazione congressuale (preceduta fra l’altro da una manifestazione nazionale a marzo in quel di Firenze, a casa di Renzi…) potrebbe tornare utile in ogni caso, anche in quello di elezioni anticipate, per il Pd unica ipotesi se Conte cade, dopo questo governo – è il mantra del Nazareno – ci sono solo le urne.

La proposta del segretario non è piaciuta granché alla corrente di Guerini, Lotti, Marcucci “Base riformista”. In platea si sono visti parecchi occhi alzarsi al cielo, e non solo quelli degli oppositori tipo Matteo Orfini. «Io ho la campagna elettorale in regione e devo far discutere i circoli della forma-partito?», ha detto a Linkiesta un importante segretario regionale. Anche Bonaccini sembra non essere stato entusiasta. E tuttavia non è il caso, in questa fase delicatissima, di aprire un fronte polemico. Di un Congresso “vero” – pensano quelli sopra citati – si riparlerà, prima o poi. Intanto, tutti con l’elmetto, malgrado i tanti dubbi.

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