Trojan e martello Non sono i grillini a essere di sinistra, ma viceversa

Le scelte su intercettazioni e giustizia dimostrano che la china populista non è una distrazione momentanea, ma il frutto della lunga semina del ’92-93. Altrimenti niente di tutto questo sarebbe stato possibile, e nemmeno pensabile

Non è facile stabilire se sia più grave la decisione di consentire l’uso di intercettazioni ottenute attraverso trojan anche per altri reati per i quali non siano state autorizzate da alcun giudice, la scelta di estendere l’uso di tali intercettazioni anche ai reati di corruzione contenuta nella cosiddetta legge «spazzacorrotti» o il fatto che nell’Italia del 2020 esista una legge chiamata «spazzacorrotti».

Lo scivolamento dell’Italia lungo la china populista è ormai così accelerato da rendere difficile anche solo stabilire un ordine di priorità. Persino nel metodo: è più grave, ad esempio, che il libero utilizzo di intercettazioni a strascico (purché «rilevanti e indispensabili», si capisce) sia stato votato giovedì sera, in piena emergenza coronavirus, dall’intera maggioranza, o il fatto che a proporre questo ulteriore allargamento delle maglie sia stato non già un parlamentare grillino, ma Piero Grasso, ex presidente del Senato, ma soprattutto ex pm, portato in parlamento dal Pd nel 2013, e attualmente leader in esilio di Leu? («In esilio» non perché abbia abbandonato il suo partito, ma perché il suo partito ha abbandonato lui, dal momento in cui la finzione di Liberi e uguali è stata di fatto già dismessa da entrambi i micropartiti che l’hanno utilizzata alle ultime elezioni per superare lo sbarramento: Sinistra italiana e Articolo Uno).

Non si tratta di un dettaglio da poco. Anzi, per chi come me ha passato gli ultimi anni a polemizzare con i tanti teorici della natura progressista e democratica del Movimento 5 stelle, è un dettaglio che sollecita una riflessione amarissima. Tanto più nei giorni in cui l’intera attività di governo si conferma regolata secondo i parametri del sistema Casalino e Associati, che si tratti dell’Ilva, dei decreti sicurezza o del coronavirus. Quello stesso metodo di governo che consente di chiedere un giorno la messa in stato d’accusa del capo dello stato per alto tradimento compiuto al momento della formazione dell’esecutivo e due giorni dopo di definirlo addirittura «angelo custode» del medesimo esecutivo.

È ormai sempre più evidente che noi italiani siamo le cavie di un gigantesco esperimento psico-politico a metà tra il Grande fratello e il Grande dittatore, governati dalla pura logica dell’algoritmo, per la quale l’unica cosa che conta è la capacità di catturare attenzione e consenso in questo preciso istante, lanciando oggi l’allarme che tu stesso spegnerai domani, e che riaccenderai dopodomani: dall’immigrazione alla corruzione, dal debito alla salute pubblica.

L’amara riflessione che tutto questo suscita è che i grillini non saranno di sinistra, ma di sicuro la sinistra italiana era già grillina molto prima che il Movimento 5 stelle nascesse. Altrimenti, banalmente, niente di tutto questo sarebbe stato possibile, e nemmeno pensabile. Possiamo rifare ancora una volta l’elenco dei provvedimenti-bandiera del governo gialloverde che il nuovo esecutivo si è ben guardato dallo scalfire, ma a questo punto, a sei mesi dal suo insediamento, che senso ha? Si fa prima a dire, più semplicemente: tutti.

La conclusione è che tanti dibattiti sollecitati dal ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi forse hanno mancato il punto decisivo, almeno per quanto riguarda quella crisi del ’92-93 in cui si sono sommate tutte le spinte centrifughe, separatiste, antipolitiche e autodistruttive del Paese, tanto più evidenti oggi, in un’Italia che sembra andare in pezzi, dalla Lombardia del leghista Attilio Fontana alla Puglia del democratico Michele Emiliano. E il punto sta tutto nella perfetta sovrapponibilità, per linguaggi, motivazioni, valori, tra la folla che il 30 aprile 1993, davanti al Raphaël, tira le monetine contro Craxi, e quella che il 29 giugno 2019, nel porto di Lampedusa, festeggia l’arresto di Carola Rackete urlando: «Vogliamo vedere le manette». Tra i leghisti che nel ’93 mostrano il cappio in parlamento, i missini che lo assediano gridando «siete circondati» e i tanti leghisti, missini e pidiessini che in quei giorni si abbracciano e si confondono nel grande girotondo sacrificale attorno alla prima repubblica, e a quel poco che restava della divisione dei poteri, del rispetto delle istituzioni e di una politica degna di questo nome. A ripensarci oggi, alla luce della cronaca di questi ultimi mesi, il tramonto della prima repubblica assume un colore sinistramente rossobruno, che sfuma già nel gialloverde.

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