Pandemia in BorsaBolla finanziaria e vendite allo scoperto, ecco come funziona l’economia del virus

Nelle ultime settimane i mercati sono andati in subbuglio, guidati dalle notizie contraddittorie sulla letalità o meno dell’epidemia. È un’occasione per ripassare i concetti fondamentali della borsa

SPENCER PLATT / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

In questi ultimi giorni, dopo la prima comparsa del coronavirus, si sono verificati una serie di movimenti nei mercati:

1) un’ascesa dei mercati azionari a febbraio legata alla previsione che il corona virus fosse sotto controllo;

2) una caduta dei mercati a marzo sempre legata alla previsione, questa volta opposta, che il coronavirus non fosse sotto controllo;

3) alla forte caduta durata diversi giorni, ma meno giorni dell’ascesa precedente, è seguito un rimbalzo più o meno violento e più o meno duraturo, che è proprio quello che sta avvenendo questo fine settimana.

Esiste un meccanismo che spieghi questi andamenti senza bisogno di cercare le cause nella leggerezza nelle relazioni pubbliche della presidente della Banca Centrale Europea, nell’irruenza del presidente degli Stati Uniti, oppure nella famigerata speculazione? Si, e proviamo a esporlo. Premettendo che il meccanismo è prosaico, a differenza delle poesia che avvolge le polemiche correnti sulle persone al potere e sull’avidità di alcuni.

1 – Narrazioni e velocità dell’ascesa

Intanto, che cosa è una bolla finanziaria? Un livello dei prezzi che non ha giustificazione negli andamenti delle imprese quotate, che è come dire che si hanno dei prezzi troppo alti in rapporto agli utili che si potranno realizzare in un arco temporale credibile.

Se i prezzi delle azioni in bolla sono in questo senso preciso “irrazionali”, perché mai si formano? Per la combinazione di una storia vera, una narrazione, che giustifica l’investimento in borsa, con l’idea che, se in molti investono, ossia se arriva la massa che è per definizione meno informata, si riuscirà a vendere le azioni a dei prezzi ben maggiori rispetto a quelli d’acquisto a chi arriva per ultimo.

La bolla della tecnologia – o del Nasdaq – del 2000 si basava su una storia vera: a distanza di un ventennio siamo, infatti, (quasi) tutti connessi in rete – sia come individui sia come imprese. Il punto della bolla non è perciò la storia, o la narrazione, che è quasi sempre vera, bensì l’eccessiva velocità con cui i prezzi crescono rispetto al concreto materializzarsi del futuro. Ciò che accade per l’arrivo in massa dei meno informati.

La fragilità della bolla, alla fine, è duplice: a) i prezzi crescono troppo in fretta, b) in troppi investono indebitandosi. Perciò, quando i prezzi prima o poi cadono, e questo accade sempre, in troppi, e soprattutto gli indebitati, perdono.

Da qui la tentazione di frenare le vendite. Tentazione che segue due strade: l’intervento dello Stato sul costo del denaro per ridar fiato ai mercati, con in aggiunta il blocco delle vendite scoperte, secondo alcuni il luogo di elezione degli speculatori.

2. La vendita allo scoperto

Come funziona la vendita scoperta? Prendo a prestito i titoli e li vendo, perciò, se i prezzi cadono, li ricompro a prezzo inferiore e quindi li rendo al prezzo iniziale d’acquisto, guadagnando sulla differenza. Le vendite scoperte hanno successo se non arrivano troppi acquirenti. Altrimenti detto, quando c’è un vuoto di domanda, chi vende allo scoperto è re, ma non prima. Vediamo la ragione.

Una premessa. Un mercato si definisce “completo” se sono possibili tutte le operazioni. Quelle a pronti, come comprare le uova, quelle a termine, come accendere un contratto future, quelle condizionate, come incassare l’assicurazione quando si manifesta l’evento definito dal contratto. Fra le operazioni attuabili, se si vuole un mercato completo, vi sono quelle che scommettono che le cose possano prendere una piega negativa.

Se penso che la società X abbia un prezzo assurdo, vendo la sua azione “allo scoperto”, ossia mi faccio prestare il titolo di X e lo vendo. Quando è caduto il prezzo, lo ricompro e rendo il titolo. Se i prezzi sono assurdi ed allo stesso tempo sono possibili le vendite scoperte, i prezzi assurdi non dovrebbero manifestarsi. Se la crescita dei prezzi delle azioni tecnologiche fino al 2000 era assurda, perché mai non sono entrati in pista i venditori allo scoperto?

Supponiamo che la azione della società X abbia un prezzo di 10 euro. Abbiamo chi pensa che sia una grande impresa e chi pensa che sia un bidone. Chi pensa che sia una grande impresa compra, ma la società fallisce, e quindi perde 10 euro. Se invece ha ragione e sale fino a 100 euro, guadagna ben 90 euro. Chi pensa che la società X sia un bidone vende allo scoperto. Se ha ragione e la società fallisce, guadagna 10 euro. Se invece si sbaglia, e la società sale fino a 100 euro, perde ben 90 euro. I risultati sono diseguali.

Chi compra e basta, ossia chi è “lungo”, può perdere al massimo quel che investe, 10 euro, ma può guadagnare molto, 90 euro. Chi vende allo scoperto, ossia chi è “corto”, può perdere molto più di quello che investe, 90 euro, ma può guadagnare, se ha ragione, 10 euro. Lo spettro dei risultati è così disperso che non è proprio un grande affare il vendere allo scoperto.

Per questa ragione i venditori allo scoperto non sono importanti quando i mercati salgono, e quindi non possono diventarne “i pompieri”. Solo quando i mercati stanno precipitando la probabilità di guadagnare vendendo allo scoperto aumenta e anche molto. I venditori scoperti allora si fanno coraggio, diventano molti e quindi importanti.

In conclusione, i mercati non sono completi, perché, salvo quando precipitano, le vendite scoperte sono troppo rischiose. I mercati non hanno quindi un meccanismo tutto interno che impedisca la crescita irragionevole dei prezzi. Però e perciò, quando i prezzi precipitano, precipitano “a piombo”.

3. Applicazione del ragionamento

L’ascesa della borsa diventa nell’immaginario collettivo l’estrinsecazione del futuro roseo, mentre la caduta è il frutto degli avidi speculatori che operano vendendo allo scoperto, oppure di errori delle autorità bancarie e politiche. Ma non è così. Ci fossero più speculatori scoperti, che non arrivino solo alla fine della festa, quando c’è il vuoto di domanda, ecco che non ci sarebbero le bolle.

In un mercato in bolla, da un certo punto in poi, gli scettici venderanno le loro azioni agli ottimisti. Successivamente, gli investitori dormienti, vedendo i prezzi salire molto, entreranno nel mercato. Si hanno così sia gli ottimisti della prima ondata, sia gli ottimisti – gli ex dormienti – della seconda ondata. Gli scettici, quelli che hanno venduto per primi, una volta che abbiano venduto i loro titoli, non possono fare nulla, se non aspettare e vedere come va a finire. Se, invece, ci fossero molte vendite allo scoperto, ecco che gli scettici sarebbero sempre presenti nel mercato. Essi frenerebbero con le loro vendite la crescita dei prezzi, e quindi la bolla. La bolla, invece, continua in assenza di vendite scoperte, fino a quando, non arrivando la terza ondata di ottimisti, ossia arrivando il vuoto di domanda, tutto cade.

E qui tornano i venditori allo scoperto. Se il meccanismo non fosse questo, non avremmo l’andamento tipico delle bolle: un’ascesa veloce che dura molto, ed una caduta repentina. La costanza della forma delle bolle trova una spiegazione nel meccanismo descritto.

Un mercato sempre ottimista, e quindi in ascesa perpetua, è come un sistema politico in cui hanno voce solo quelli che sono a favore del governo. L’opposizione al mercato sempre in salita è perciò quella del partito di quelli che vendono allo scoperto, che però agiscono in ritardo.

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