Via della Seta della saluteIl prezzo delle mascherine che compriamo dalla Cina è anche diplomatico

Pechino ci sta accordando dei prezzi di favore oppure siamo esposti alle speculazioni mentre la situazione diventa sempre più complessa?

This photo taken on February 18, 2020 shows a worker sorting face masks being produced to satisfy increased demand during China's COVID-19 coronavirus outbreak, at a factory in Nanjing, in China's Jiangsu province. - The medical equipment factory switched surgical instruments and dental equipment production lines to a mask production line to meet the increased demand. (Photo by STR / AFP) / China OUT

La Casa Bianca contro Zhongnanhai, il cuore del potere statunitense contro il palazzo dei vertici del Partito comunista cinese: Washington e Pechino stanno ingaggiando una guerra di propaganda sul coronavirus, e uno dei principali campi di battaglia sembra l’Italia messa in ginocchio dalla pandemia.

La campagna di comunicazione di Pechino, da settimane, si snoda su diversi fronti: mostrare che la gestione dell’epidemia ha funzionato e che la Cina sta ritornando alla normalità; rappresentare la Cina come una potenza benigna che esporta aiuti sanitari e la sua conoscenza del virus al resto del mondo. Il terzo fronte, quello più controverso, consiste nel seminare il dubbio sull’effettiva origine cinese dell’epidemia, aprendo a ipotesi alternative prive di basi scientifiche ma utili per deviare l’attenzione dalla reticenza di Pechino nelle prime settimane di diffusione del virus.

Il personaggio di punta di questa operazione si chiama Zhao Lijian, ha quarantasette anni, e dopo varie missioni diplomatiche in Asia e l’incarico di segretario dell’Ambasciata cinese a Washington tra il 2009 e il 2013 è stato proiettato in prima linea come portavoce del ministero degli Esteri. Elegante, spavaldo ai limiti dell’arroganza, Zhao viene considerato un personaggio pericoloso da molti dei suoi colleghi di lungo corso, ma evidentemente qualcuno che occupa un ruolo molto elevato nella gerarchia del Partito gli ha concesso la licenza di sparare a zero: venerdì 13 marzo il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino twitta che l’origine del coronavirus potrebbe risalire ai Giochi Militari disputati a Wuhan nell’ottobre dello scorso anno, e che il primo paziente potrebbe essere un militare americano: non è forse vero che negli Stati Uniti, in autunno, si erano verificate diverse morti da crisi respiratoria attribuite alle sigarette elettroniche?

Il tweet di Zhao Lijian suona come una carica per le teorie complottiste che circolavano già da settimane sui social media locali, e anche per il cosiddetto «Partito dei Cinquanta Centesimi» – il nomignolo spregiativo col quale gli attivisti cinesi indicano i professionisti della propaganda incaricati di inondare il web con commenti favorevoli al governo. Nel giro di qualche giorno il complotto è servito; almeno nove ambasciatori cinesi retwittano le accuse di Zhao, alcuni programmi televisivi cinesi lasciano ampio spazio a opinionisti incaricati di esporre «fatti alternativi» sul coronavirus. A Washington, intanto, la politica si muove su più livelli: mentre il Dipartimento di Stato convoca ufficialmente l’ambasciatore cinese Cui Tiankai per protestare e il senatore Marco Rubio rilascia a Breitbart un’intervista sfacciatamente anti-cinese, Mike Pompeo e il resto dello staff continuano a definire il coronavirus Wuhan virus, fino alla risposta degli ultimi giorni che arriva direttamente dalla Casa Bianca: per il presidente Donald Trump si tratta a tutti gli effetti di «Virus Cinese», ed è così che continuerà a etichettare l’epidemia per rimarcare in ogni occasione la responsabilità di Pechino.

Nell’Italia che conta il maggior numero di vittime a livello mondiale questa escalation di propaganda può confondere ulteriormente le acque.  Parte di questa retorica è già stata messa nella giusta prospettiva da alcuni articoli pubblicati su Il Foglio, dove si ricorda che gli aiuti cinesi, in realtà, sono frutto di una collaborazione tra la Croce rossa italiana e quella cinese, mentre l’effetto principale delle telefonate tra il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il suo omologo Wang Yi non riguarda «donazioni», ma la promozione dell’Italia in cima alla lista delle ordinazioni di materiale sanitario prodotto in Cina. Si tratta, insomma, di una linea preferenziale accordata a un paese in difficoltà, e non di beneficenza; legittimo commercio internazionale di fronte a un’epidemia, ma che proprio per questo deve essere sottratto alla retorica della propaganda.

Quanto costa il materiale sanitario prodotto in Cina? Oltre ad averci garantito una preferenza dettata dall’emergenza, Pechino ci sta anche accordando dei prezzi di favore oppure siamo esposti alle speculazioni mentre la situazione diventa sempre più complessa? I mediatori italiani che si sono offerti come volontari per trovare forniture d’urgenza sul mercato cinese raccontano di comunicazioni continue, trattative serrate e di un panorama nel quale fornitori affidabili si mescolano a squali in agguato a ogni angolo. 

Nelle ultime ore un fornitore di materiale destinato tra gli altri al Policlinico di Tor Vergata, un personaggio che vanterebbe entrature governative di buon livello, ha offerto mascherine chirurgiche professionali modello GEN-3100C prodotte a Canton al prezzo di 50 yuan – circa 6euro e cinquanta –, salvo poi tentare di raddoppiare i prezzi al momento di chiudere il contratto. I mediatori sono riusciti a ripiegare su un altro fornitore, che invece ha mantenuto i prezzi in linea col mercato senza improvvisare rialzi dell’ultimo momento, ma parte della difficoltà consiste ovviamente nell’individuare quali sono i prezzi davvero competitivi: si calcola, ad esempio, che una mascherina modello KN95 per uso civile possa venduta a 10 yuan al pezzo – circa un euro e trenta centesimi – inclusa la commissione commerciale, mentre una mascherina modello N95 destinata ai medici costi in media 20 yuan – circa due euro e sessanta. 

Il costo di produzione di un prodotto del genere si aggira intorno ai 5 o 6 yuan al pezzo, ma il prezzo alla vendita può sensibilmente diminuire in caso di ordini più grossi, mentre molti fornitori cinesi sostengono che sarebbe entrata in vigore una direttiva del governo centrale volta a politicizzare l’intera questione: Pechino, in altri termini, acquisterebbe il materiale sanitario dai produttori o lo produrrebbe direttamente in fabbriche statali, per poi rivenderlo all’estero a prezzi calmierati e incassare cambiali diplomatiche in giro per il mondo. In altri casi, le donazioni di materiale sanitario vengono raccontate dai media locali come forniture «ai cinesi all’estero», un artificio retorico volto a non esacerbare l’opinione pubblica già provata dall’epidemia, e pazienza se poi le associazioni di «cinesi all’estero» donano il materiale agli stranieri in difficoltà. 

Tutti questi elementi compongono la «diplomazia delle mascherine» enfatizzata sulla stampa da settimane, un’offensiva con cui Pechino tenta la carta del soft power facendo incontrare la sovrapproduzione di materiale sanitario delle fabbriche cinesi con la domanda alle stelle dei paesi in emergenza, e allo stesso tempo consolida l’immagine della Cina come potenza amica alla quale rivolgersi per combattere il virus.  Come avviene in certi casi, per rintracciare le origini di una mossa politica cinese bisogna andare alla fonte: in un articolo pubblicato alla fine di febbraio da «Qiushi» («Cercare la verità»), la rivista che detta la linea ideologica del Partito comunista cinese, si sottolineava la necessità di creare una «Via della Seta della Salute». Chi è l’autore di questo articolo? Wang Yi, il ministro degli Esteri di Pechino.