Suggestione autoritaria Dopo il coronavirus ci chiederemo se la democrazia funziona ancora

Tanti livelli istituzionali, bassa capacità decisionale, troppe competenze che si ostacolano a vicenda. Nessuno ha mai detto che nei governi occidentali non si decide mai nulla per davvero

Hector RETAMAL / AFP

Ci sono tre linee fondamentali su cui si sta indirizzando la riflessione di questi giorni sul coronavirus. La prima questione riguarda la globalizzazione, idea che forse non aveva bisogno del virus cinese per accumulare ancora più dubbi e antipatie; la seconda riguarda l’Europa, che coinvolge addirittura il suo senso di esistere; la terza è il comunismo, o meglio se sia più capace di rispondere alla complessità delle nostre società un modello autoritario o la nostra democrazia. Troppe cose insieme, ma vediamo di metterle in fila e capire come sono collegate.

Non siamo in grado ancora di stabilire se la velocità di trasmissione del virus sia dovuto a sue caratteristiche interne o alla circostanza che mai nel mondo tanta gente ha viaggiato e a velocità e facilità crescenti. Persino le nostre città, Milano, Firenze, Roma, sono considerate grandi metropolitane piuttosto che città a sé e mondi distanti; per non parlare della moltiplicazione dei voli aerei e delle merci dovunque nei continenti. In sostanza, nel pensiero popolare il virus in sé, e soprattutto per la sua rapidissima diffusione sembra il frutto avvelenato della globalizzazione. Per altro, il riflesso pavloviano è stato chiudere città, frontiere e continenti. Era possibile fare altrimenti? No. Resta però il punto che la pandemia ha ricostruito i confini nazionali (persino delle città) e non tornerà facilmente di moda l’idea di un mondo unico (e benefico) per tutti.

Forse per rilanciare oggi la globalizzazione ci sarebbe bisogno di fare un’azione di contro-tendenza: cioè abbassare o abolire i dazi, in maniera tale che quel che si perde sul piano sanitario si guadagni sul piano economico. Bello pensarlo, difficile farlo, però qui siamo.

L’Europa fino a qualche giorno fa ha dato pessima prova di sé: nessuno si è occupato del virus, nonostante la situazione italiana diventasse di ora in ora drammatica. Poi la frase sventurata della Lagarde ha impressionato, oltre che per essere cinica e inappropriata, perché è sembrata mettere la parola fine al sogno dell’Europa. Si è recuperato con la successiva decisione della presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, che ha rimesso l’Europa sui suoi piedi. Tuttavia, non c’è stata nessuna politica europea sull’epidemia, perché ogni paese ha fatto a modo suo, con i tempi suoi, e ha pensato a sé in maniera esclusiva (quanto alcune autonome decisioni, o meglio non-decisioni, abbiano davvero fatto gli interessi della propria nazione è un altro discorso). Anche all’interno dell’Europa la chiusura delle frontiere è stata l’unica decisione comune; o meglio, è diventata comune perché ogni paese l’ha fatta sua in rapida successione. Resisterà l’Europa al dopo virus? Probabilmente sì. Resterà com’è? Difficile. Come cambierà? Impossibile dirlo.

Se la globalizzazione mostra crepe, se non fallimenti e l’Europa è alla disperata ricerca di sé stessa, arriva la pressione, culturale e politica, del comunismo cinese come modo di gestire la società come alternativa alle nostre democrazie. In prima battuta, agli occhi del mondo, l’autoritarismo cinese non aveva dato una bella prova di sé. Un virus che, pur avendo avuto il primo caso il 19 novembre, è stato comunicato all’organizzazione mondiale della sanità solo ai primi di gennaio, non è prova di efficienza; ma non è prova di moralità (e neppure di umanità) aver arrestato il medico che aveva lanciato per primo l’allarme – vero eroe di questa storia – che poi morirà dello stesso virus di cui aveva dichiarato (invano) la pericolosità. La capacità militare di chiudere in maniera impermeabile Wuhan, e di conseguenza la capacità di abbattere il virus in poche settimane (sempre che le notizie di zero pazienti sia accertata), a confronto delle difficoltà, in Italia e un po’ dovunque (incluso Parigi), di ottenere lo stesso risultato con un metodo più persuasivo e democratico, hanno diffuso la suggestione che quel sistema funzioni meglio.

La libertà è una qualità umana innata e non negoziabile, e le sue limitazioni, per ragioni eccezionali e in periodi ristrettissimi, devono comunque ottenere una legittimità democratica (cioè devono essere decise con il consenso del Parlamento), ma rimane l’insinuazione che i regimi autoritari siano più efficienti di quelli democratici. Insinuazione sottile, sotto-traccia, che ottiene anche un ascolto non del tutto minoritario. Inoltre, il modello cinese non è solo autoritario (oltre che fondato sulla primazia etnica), ma è anche meritocratico. Se si vuole fare una differenza decisiva tra il modello sovietico e quello cinese (al netto di avere due culture diverse: Confucio contro lo zar), è proprio nella concezione e attuazione meritocratica di quello cinese. Così la suggestione verso quel modello cresce.

Questa suggestione è destinata persino a farci dimenticare quel che siamo come civiltà occidentale: la nostra essenza sociale e personale è centrata proprio sul primato della scelta individuale, conseguenza della libertà individuale. Secoli di cultura e una radice religiosa ebraico-cristiana hanno messo in evidenza che le nostre società, la nostra vita, il nostro pensiero sono fondati sull’irripetibilità della persona. Dimenticarlo solo perché certe norme vengono applicate con più facilità in una società autoritaria ci fa perdere molto più di quel che pensiamo di conquistare.

Come si risponde a questa suggestione che arriva anche dall’interno del mondo occidentale (Ungheria, Polonia)? Ci sono due enormi problemi aperti, a cui dare una risposta urgente e profonda. Dopo le guerre il mondo non è più lo stesso, e se questa è una guerra, allora anche il mondo sarà diverso da quello di appena poche settimane fa. Anzi, se risolveremo questi due problemi, allora il Paese post virus sarà migliore, altrimenti avremo, in un modo o nell’altro, una deriva autoritaria, qualunque sia il colore che avrà.

Il primo problema è l’aumento necessario della capacità decisionale del sistema istituzionale nel suo complesso. Se neppure nell’emergenza si riesce ad avere una visione e una coerenza nazionale, non ci si può accontentare del fatto che non sempre c’è l’emergenza. Abbiamo visto che il sistema non funziona. Ci basta. Troppi livelli istituzionali; bassissima capacità decisionale; troppe competenze che si ostacolano a vicenda. Nessuno ha mai detto che democrazia significa non decidere mai nulla. Adesso lo sappiamo. Dobbiamo porvi rimedio.

Il secondo problema è la qualità complessiva della classe dirigente, non solo di quella politica: quando i problemi si fanno seri, gravi, anzi gravissimi, ci vogliono leadership di spessore, di qualità, che sappiano governare sistemi complessi. C’è bisogno di persone di cui la gente si fida. Persone che la gente possa vedere come migliore (di loro), non uguali (a loro) nel senso delle capacità e delle competenze. Le leadership basate sulla presenza nei talk show non servono nei “tempi di guerra” e neppure nei tempi di pace. Quando un paese funziona per forza d’inerzia, e solo per quella, quando la forza d’inerzia incontra un ostacolo, cessa di funzionare. Ci vogliono nuove leadership adeguate ai tempi nuovi, fatti di serietà e appropriatezza. Oggi il Paese chiede spessore, non clamore.

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