La grande esercitazioneL’epidemia ricorda all’Italia che affidarsi all’improvvisazione genera disastri

Il coronavirus offre almeno una lezione che occorre assorbire nel più breve tempo possibile: le istituzioni (e Milano in testa) devono essere preparate a gestire e, soprattutto, prevenire problemi e calamità. Per questo occorrono ai vertici persone capaci e competenti

Tiziana FABI / AFP

È evidente che una delle poche cose utili che possiamo fare in questo momento è cercare di dare un senso a questi giorni. Una missione non certo facile mentre i più fragili soffrono, le aziende sono in affanno, le terapie intensive dei nostri ospedali collassano e la politica non sempre offre l’unità di intenti che ci si aspetterebbe in questi casi.

Malgrado tutto, abbiamo il dovere di provare a considerare questi giorni come un’unica, gigantesca, costosissima esercitazione (in termini economici, sociali, umani). La situazione è seria e preoccupante ma poteva andarci peggio. Già anni fa, in un celebre TED Talk, Bill Gates proponeva il tema della preparazione ad un eventuale catastrofe biologica come una delle priorità dei nostri governi. Poneva l’accento sulla necessità di studiare, coordinare, creare organizzazioni e sistemi ad hoc per queste speciali, ma sempre meno remote, evenienze.

In questi giorni abbiamo purtroppo scoperto come il visionario (nel senso di uomo dalla grande visione prospettica) statunitense avesse ragione su come le nostre istituzioni internazionali, europee, nazionali e regionali siano lontane anni luce da quel che servirebbe per affrontare in modo efficace questi momenti. È ovvio: stiamo assistendo ad una catastrofe naturale paragonabile a un terremoto o un’alluvione. È la natura che ha generato questa situazione e all’uomo spetta rallentarne, attutirne, possibilmente evitarne i tragici effetti. Inutile girarci intorno, la natura riafferma il proprio primato sul progresso scientifico e sull’umanità.

Tuttavia è bene riconoscere che tante cose non hanno funzionato. Ha funzionato sicuramente lo spirito dei tanti operatori sanitari al lavoro da giorni ininterrottamente, non ha funzionato il coordinamento tra istituzioni, non hanno funzionato le Regioni, non ha funzionato (e non sta funzionando) l’Europa, non ha funzionato il sistema dell’informazione, non ha funzionato il buon senso del “popolo” scomparso, di fatto, nell’assalto agli scaffali dei supermercati o per ultimo alle fughe, controproducenti, dalle zone rosse.

Sia chiaro: la malattia è grave, crea un danno impressionante all’intero sistema sanitario nazionale, crea seri problemi di salute prevalentemente agli anziani e alle persone estremamente fragili, inoltre, i danni economici di queste settimane di stop semi-totale sono pesantissimi, ma ancora contenuti se si pensa che la situazione potrebbe protrarsi per mesi interi o che l’aggressività del virus avrebbe potuto essere estraneamente più compromettente dal punto di vista clinico. Ma è nella difficolta che l’intelligenza umana trova ragione d’esistere e serve lucidità per ricavare quel poco di positivo che i giorni appena trascorsi ci offrono. Per questo occorre interpretare questa come una grande esercitazione.

Ci è stato chiesto di essere responsabili, ma la paura ha prevalso in tanti di noi, portandoci a comportamenti sbagliati o portando alcuni a minimizzare e a continuare a vivere come se nulla stesse accadendo. Il nuovo decreto impone finalmente l’obbligo di seguire le indicazioni istituzionali che, di fatto, per la prima volta nella storia di intere generazioni, cambiano il nostro stile di vita quotidiano, privato e pubblico. Tutto questo ci viene chiesto per tutelare la salute del singolo, ma anche, per il bene dell’intero sistema.

Milano, in particolare, deve essere la prima a cogliere la sfida di questi giorni e dimostrare una volta di più quello che tutti sanno da anni: il capoluogo lombardo è una città europea e ha superato da tempo lo stereotipo dell’Italia votata all’improvvisazione. Milano deve avere l’ambizione di contemplare nel proprio Dna gli anticorpi per affrontare simili situazioni.

L’invidia, la risonanza mediatica che questa città attrae, la mole di connessioni impressionante che vive al suo interno, la pongono in una condizione di sovraesposizione, occorre dunque liberarsi da falso perbenismo e falsa modestia e prepararsi a gestire al meglio anche le emergenze. Insomma deve essere chiaro: la locomotiva del Paese è una e una soltanto, e non può ragionare da semplice carrozza, proprio perché se deraglia o si ferma non c’è più nessuna possibilità per il Paese intero.

Abbiamo avuto la prova che le organizzazioni vanno progettate per resistere in condizioni di massimo stress ma che devono operare mantenendo ampi margini di flessibilità per gestire le emergenze. Non si può andare sempre al massimo, vale per l’indebitamento pubblico, per il sistema sanitario come per le casse dei supermarket.

A noi cittadini questa esperienza può insegnare a vigilare su questo: sull’importanza della prevenzione e della capacità di organizzarsi in ogni evenienza, sull’importanza della competenza e dell’esperienza. Appuntiamoci gli errori, immaginiamo e studiamo soluzioni e rendiamoci pronti ad applicarle. Quando sarà tutto finito non dimentichiamoci di quello che sta accadendo.

Perché, il futuro arriva in ogni caso, ed è sempre valido il vecchio motto «prevenire è meglio che curare».

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