I sindaci del rione sanitàDroni, cartelli, inseguimenti, ma contro il virus non servono sceriffi

Per fermare il contagio ed evitare l’emergenza sanitaria il primo cittadino di Messina impedisce l’arrivo di forestieri, Antonio Decaro a Bari rincorre i disobbedienti. Ma non potrebbero farlo, per legge

Fotogramma

Rincorrono per strada le persone, intimano loro di tornare a casa, impediscono ai forestieri di entrare in città e insultano chi non si adegua alle ordinanze. Sono tornati i sindaci “sceriffo” e non ne sentivamo la mancanza. In questi giorni decine di video testimoniano i primi cittadini mentre riprendono uno a uno chi non rispetta la quarantena imposta dal governo. Il video più virale è quello del sindaco di Bari, Antonio Decaro, che rimprovera i suoi concittadini mentre giocano a ping pong sulla spiaggia: «Sono il sindaco della città, te ne vai a casa adesso. Andate a giocare alla playstation, ci vogliono le fidanzate con le mazze. Mi farete ammalare anche a me, di crepacuore».

Più drastico il sindaco di Messina Cateno De Luca, che per giorni ha provato a impedire l’arrivo nello Stretto di persone già controllate in precedenza dalla polizia nelle città da cui sono partiti. «La banchina è demaniale e posso fare poco, ma dopo venti metri siamo in territorio comunale e lì, varcati i cancelli, bloccherò tutti». La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha denunciato il sindaco per vilipendio alla Repubblica (violazione dell’articolo 290) che rischia una multa da mille a cinquemila euro, più o meno quanto il suo stipendio lordo (5205,89 euro al mese). Su Facebook Cateno De Luca ha annunciato che controllerà i suoi cittadini con dei droni che diffonderanno la sua voce mentre urla «sul mio territorio non si passeggia. Vi becco a uno a uno. Non vi posso impedire formalmente di uscire da casa? Bene, vi impedisco di passare sul suolo pubblico, non si esce da casa, né passiu né babbiu, non si esce. A calci in culo, ecco qual è il modo per fare applicare le norme». 

Non sono casi isolati. Sempre più sindaci si sono trasformati in sceriffi, sostituendosi alla polizia nel far rispettare i decreti del governo sulla quarantena. A Bellizzi, in provincia di Salerno, il sindaco Domenico “Mimmo” Volpe, con guanti e mascherina è sceso in strada a fermare i ragazzi sul motorino, invitandoli a tornare a casa. «Ragazzi smettetela, le furbate non servono».
Pugno duro anche da parte di Felice Ianiro, sindaco Frosolone, un piccolo comune di tremila abitanti nell’unica provincia senza contagi, Isernia, che minaccia: «Avviso tutti i miei concittadini che scenderò ogni giorno per le strade del paese ed effettuerò personalmente i dovuti controlli», ha avvertito su
Facebook.

L’atteggiamento da sindaco sceriffo può assumere forme diverse, ma non meno violente. Come gli appelli coloriti non proprio istituzionali. «Ma dove cazzo andate? Dovete stare a casa», ha detto il sindaco umbro di Gualdo Tadino, Massimiliano Presciutti, in un video rivolto ai suoi concittadini. Anche il sindaco di Cagliari, Paolo Truzzi, ha scelto toni forti per convincere a non uscire di casa. Ha fatto tappezzare i cartelloni della città con scritte choc che puntano sul senso di colpa: «Quando hanno portato mia madre in ospedale, ho capito che dovevo rinunciare alla corsa».

Le compilation dei sindaci “sceriffo” italiani sono condivise da  Naomi Campbell e altre celebrità, ma il problema rimane. Anche se in un’emergenza, un sindaco può minacciare o costringere di persona, con la forza, un cittadino a tornare a casa? No. Può emettere ordinanze restrittive, ma non può sostituirsi a Polizia e Carabinieri. «Il Sindaco, in qualità di rappresentante della comunità locale può emanare provvedimenti urgenti se si verificano situazioni di particolare gravità che interessano l’igiene e la sanità pubblica. Lo può fare in base agli articoli 50 e 54 del Testo unico sugli enti locali», spiega Roberto Segatori, per anni docente di Sociologia Politica all’Università di Perugia e autore de “I sindaci. Storia e sociologia dell’amministrazione locale in Italia dall’Unità a oggi”.
Il decreto legge varato dal governo il 25 marzo specifica che «i sindaci non possono adottare ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali». Tradotto, non possono sostituirsi alle misure già previste dal governo centrale. E se fanno ordinanze di quel tipo non possono produrre effetti.

Il modo convulso con cui arrivano decreti su decreti da Roma non aiuta. «La mia impressione è che ogni sindaco le interpreti in modo personale, secondo uno stile di emulazione che in parte dipende dalla gravità della situazione in ciascun territorio e in parte dalla propria sensibilità», spiega Segatori. «I sindaci non sembrano immuni alla comunicazione pubblica moderna, per cui, al di là di ordinanze più o meno legittime, molti ritengono di dover svolgere una funzione esortativa fino all’intimidazione sulla base dell’idea che verrebbe ascoltato di più chi si esprime in maniera greve e aggressiva. Solo il bilanciamento tra le istituzioni e la vigilanza della Corte Costituzionale e di un Presidente della Repubblica come Mattarella ci fanno sentire in qualche modo garantiti».

In effetti la Corte costituzionale già nel 2011 ha giudicato illegittime le ordinanze anti-accattonaggio e anti-prostituzione che i sindaci emanavano in delega dello Stato. Un potere dato dal «pacchetto sicurezza Maroni», varato dal governo Berlusconi nel maggio del 2008, in cui si davano i poteri al sindaco su alcune questioni urgenti di sicurezza, decoro, viabilità e danneggiamento del suolo pubblico. 

I social network hanno amplificato il ruolo del sindaco che su Facebook o Twitter comunica le ordinanze ancora prima di firmarle. Negli anni è diventato sempre più un punto di riferimento per i cittadini: capro espiatorio di tutti i problemi, quando le cose vanno male, simbolo della città quando tutto gira bene. I sindaci “sceriffo” di oggi sono possibili anche grazie alla legge del 1993 che ha permesso la loro elezione diretta. «Piaccia o non piaccia, l’elezione diretta del Sindaco lo rende l’oggettivo “primo cittadino” di una comunità, da cui ci si aspetta un ruolo di guida specie nelle congiunture critiche eccezionali», spiega Segatori. 

Non a caso il primo sindaco sceriffo d’Italia è arrivato un anno dopo quella legge, quando nel 1994 il leghista Giancarlo Gentilini fu eletto sindaco di Treviso e ordinò di rimuovere le panchine dei giardini davanti alla stazione perché si sedevano lì alcuni cittadini extracomunitari. «Io faccio lo sceriffo proprio come al cinema», si vantò in un’intervista a Repubblica e qualche anno dopo, nel 1998, fece disegnare dei teschi sull’asfalto delle strade di Treviso per segnalare gli incroci più pericolosi. La Lega lo ha espulso dal partito ad aprile del 2017, dopo vent’anni di militanza. 

Addirittura il sindaco Joe Formaggio è passato alle cronache per aver “deparentizzato” il comune Albettone (Vicenza) che amministra. Ovvero ha vietato l’accesso nel comune a David Parenzo, conduttore della trasmissione radiofonica “La Zanzara” con cui aveva litigato molte volte chiamando in diretta. «Walter Onichini merita una medaglia, non una condanna» ha detto a giugno del 2019 commentando la sentenza con cui è stato condannato a 4 anni e 11 mesi il macellaio di Legnaro accusato di tentato omicidio per aver ferito un ladro entrato in casa. Sempre alla Zanzara, mercoledì scorso, l’ex sindaco di Treviso Gentilini ha detto che «sotto il fascismo la sanità era migliore». Non sentivamo la mancanza dei sindaci sceriffo.

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