AutogolGiulio Gallera, l’ambizioso che parlava troppo

L’avvocato e assessore regionale alla Sanità, colpito dal virus mediatico, ha pensato bene di proporsi come futuro sindaco di Milano in un’intervista a Repubblica. Con la Lombardia sommersa dai malati non è stata una grandissima idea

Photo by Miguel MEDINA / AFP

Mentre il numero delle sirene delle ambulanze «che ho sentito oggi» è diventato l’argomento forte delle telefonate tra i milanesi in cattività è improvvisamente scoppiata la campagna elettorale. L’avvocato Giulio Gallera, l’assessore regionale alla Sanità, colpito dal virus mediatico ha pensato bene di proporsi come futuro sindaco di Milano in un’intervista a Repubblica («sono stato 20 anni in consiglio comunale e conosco ogni via della città»).

A incoraggiare l’ego dell’assessore forzista e milanista, oltre la continua esposizione alle telecamere, ha contribuito la palese difficoltà di Beppe Sala a tornare in partita. Dopo #milanononsiferma, il sindaco sta facendo una fatica boia nel confermare la sua immagine di Mister Wolf che risolve problemi. E di sicuro non lo ha aiutato l’idea di raccontare ai milanesi di aver sognato di notte la cerimonia di assegnazione dei prossimi Ambrogini d’oro.

Detto questo Gallera ha fatto autogol. Se la gestione dell’informazione quotidiana sui dati dell’epidemia gli aveva fatto quantomeno guadagnare una discreta stima in città, anche presso chi non lo conosceva, la palese strumentalizzazione della notorietà da coronavirus finisce per fornire una cruda misurazione del suo spessore politico. E per restituire ai milanesi l’immagine di un politico ancora acerbo.

Da qui alla fine dell’incubo Covid-19 ce ne passa di tempo e il borsino della credibilità dei politici milanesi potrà cambiare addirittura più volte ma nella stagione degli asintomatici – con o senza cane – chiusi in casa a telefonare il primo round è andato. Con piena soddisfazione di Piero Bussolati, capogruppo del Pd alla Regione Lombardia, che già da prima della sortita dell’assessore dedicava a Gallera almeno un tweet al giorno per contestarne autorevolezza e competenza.

Ma al tempo di Wuhan gli abitanti della città di Ambrogio di tutto hanno voglia tranne che di una campagna elettorale anticipata di un anno. Stanno combattendo silenziosamente quella che il primario dell’ospedale Sacco ha chiamato «la battaglia di Milano» e a ogni sirena che sentono in lontananza temono di aver perso un commilitone.

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