Cronache dal cambiamento epocaleDopo il coronavirus ci saranno i sommersi e i salvati

Non ci libereremo della malattia nemmeno dopo averla sconfitta. Il virus avrà conseguenze molto profonde sulla nostra vita quotidiana, sull’organizzazione della società e sui rapporti politici. Ma alcune cose potrebbero cambiare in meglio

In poco più di tre mesi, il Covid-19 si è trasformato da influenza stagionale, con alcune complicazioni maggiori rispetto ai fenomeni precedenti, a primo caso di guerra batteriologica di portata globale. Salvo il fatto che non sia mai stata dichiarata, da nessuno contro nessun altro. Sul punto torneremo tra poco. Com’è stata possibile una simile iperbole?

L’eccesso di informazioni, spesso inesatte o incomplete, ha contribuito ad accelerare la mutazione del fenomeno. Ma la prima responsabilità è imputabile a chi avrebbe dovuto gestire la crisi. Sta alla macchina dello Stato agire con assertività e senza compromessi in queste circostanze. Detto questo è ancora più importante, già adesso, anticipare come sarà il passaggio dall’emergenza alla normalità. È illusorio pensare che questa esperienza possa limitarsi a diventare una “favola della buonanotte” raccontata ai propri nipoti da chi l’ha vissuta. Ripercussioni di carattere economico – in ambito finanziario e industriale – sono già in fase di elaborazione. Altre, a livello sociale, culturale e mentale delle singole persone devono essere previste.

Ci saranno i sommersi e ci saranno i salvati.

Nella prima categoria rientra una galassia di sottoinsiemi. Si va dal piano geopolitico ai singoli cittadini, senza alcuna distinzione di cittadinanza. Le democrazie occidentali, in questo momento, stanno sudando sette per affrontare un problema le cui “istruzioni per l’uso” sono nascoste – ma non è detto – in qualche archivio storico. C’è chi è un passo avanti, chi più indietro. Dipende soltanto dal tempo in cui l’onda colpisce il singolo paese.

Non si può dire poi che ai regimi non democratici sia sfuggita di mano la situazione. Non lo si può dire in primis per la Cina, in quanto epicentro della pandemia, ma anche prima nazione ad aver valicato il picco del contagio. Non lo si può dire, polemicamente in questo caso, neanche per realtà come Russia e Turchia. Di cui non si sa nulla. Il loro sistema sanitario è sufficientemente attrezzato per gestire la crisi? È una domanda cui non si può rispondere. Altrettanto bisogna dire per l’India. E ci limitiamo agli esempi maggiori.

A fronte dei numeri, in aggiornamento reale, da parte della Who, i media russi osservano la vicenda Covid-19 come “notizia dal resto del mondo”. Ankara, a sua volta, sta soltanto ora prendendo le prime decisioni. Ma la Turchia confina con l’Iran, terzo paese al mondo per decessi legati al Conoravirus. La porosorità delle frontiere tra i due Stati lascia pensare a un facile contagio senza alcuna precauzione.

In India infine l’onda sembra tardare ad arrivare. Tuttavia il primo decesso ricongiungibile al virus risale a fine gennaio. La vittima pare che fosse appena tornata da un viaggio nell’Wuhan. Il che a New Delhi forse non par vero di poter accusare il suo acerrimo nemico anche di questo colpo basso. D’altra parte la popolazione indiana è anche soggetta a spostamenti di massa per ragioni religiose, oltre che per matrimoni, processioni e festival. Tutti big event, affollatissimi, definiti dagli osservatori “potential coronavirus cluster”.

Altro soggetto costretto a leccarsi le ferite è la democrazia diretta. Una nebulosa che tutto abbraccia, ma che poi nulla riesce a essere davvero afferrato. In questo caso le decisioni di massa, di piazza, sul web, su piattaforme di voto parallele ai canali tradizionali delle istituzioni, hanno poca presa. Non è un caso che le espressioni populistiche di questo tipo abbiano mantenuto una linea di low profile. È, per alcuni aspetti, la rivalsa dello Stato. Del suo motore rodato da tanto tempo che sa come agire. È, per altri versi, la dimostrazione che la collettività si muove in maniera imprevedibile e irrazionale. Alle volte vuol essere chiamata in causa, altre pretende di sovrastare la linea decisionale di chi ha scelto come rappresentanti, altre ancora preferisce farsi condurre.

Infine ci sono le singole persone. Qui si apre un macrocosmo di casistiche impossibili da riordinare in poche righe. Si può pensare, pietisticamente, all’anziano solo e privo di connessioni (non solo tecnologiche) con il mondo esterno. Oppure è il caso – da osservare con minor pena – di quei lavoratori che si sono sentiti finora garantiti da un contratto. Lo smart working, la formazione online, i servizi al cittadino che ormai obbligano sempre più a essere connessi, dall’home banking alla spesa al supermercato. Mentre altrove queste pratiche rientrano nell’assoluta normalità, in Italia il coronavirus, con un calcio nel didietro, le ha buttate in prima linea. C’è una parte del paese, ancora (im)produttiva che è rimasta agli anni Settanta. E come se la caverà quando dall’emergenza si tornerà alla vita normale? È fuori di discussione che molte delle (buone) pratiche introdotte in questo momento per far andare avanti le cose verranno trasformate in banale consuetudine. Siamo pronti per accogliere questo cambiamento epocale?

È una questione di mentalità del singolo. Si pensi a cosa voglia dire, anche in termini di bioritmi, non uscire più di casa per andare in ufficio, ma spostarsi da una stanza all’altra. Sarà necessario, a questo proposito, progettare abitazioni che comprendano spazi per uso ufficio. Studi e biblioteche, che facevano parte delle case borghesi dell’Ottocento, è plausibile che rientrino nelle esigenze del lavoratore medio dei prossimi dieci, quindici anni. E che dire delle imprese? Le attuali relazioni industriali non sono attrezzate per uno scatto così improvviso. Strutture dei contratti, tutele e ammortizzatori sociali sono ancora agganciate a un mercato del lavoro da età del conflitto di classe.

Una riflessione poi di carattere politico. Il coronavirus sta mettendo in discussione relazioni internazionali e rapporti negoziali. In caso di emergenza è facile chiudere una porta. Nonostante Schengen, un blocco di frontiera si può rimettere. Il difficile sarà toglierlo. A che condizioni? In che tempi?

Ma veniamo a chi, da questo dramma umano, ne esce bene. Il semplice fatto di essersela cavata è un tonico ad andare avanti. Quelli che si salveranno si sentiranno rinfrancati. La reclusione sarà un’occasione per i più lungimiranti ad approfondire temi utili per la propria formazione professionale. O più semplicemente per decomprimere uno stato di ansia e tornare in ufficio – oppure fare un angolo della propria casa un ufficio – con nuova creatività. Le imprese previdenti sapranno sfruttare le nuove modalità di lavoro, per incrementare la produttività. Non è da escludere che, in uno slancio di vera visione a lungo termine, qualcuno si renda conto che è meglio abbandonare del tutto la strada dell’individualismo, della gestione familiare, della piccola dimensione modello “fabbrichetta”. E quindi provare esperienze come accorpamenti e joint venture.

Un discorso a se stante va fatto però per il mondo manifatturiero. Le innovazioni tecnologiche implementate in fabbrica prevedono, malgrado tutto, un processo di automazione in cui la figura dell’operaio è sempre più marginale. Per questo è urgente formulare una strategia, a livello nazionale, di formazione e specializzazione delle prossime generazioni. Covid-19 o meno, non si può pensare che in futuro un giovane riesca a trovare un collocamento senza una capacità tecnica in mano. Quando si parla di meritocrazia, non bisogna mai dimenticare cosa c’è dietro: la competitività e la competenza della persona.

Infine, una riflessione sulla società. E non semplicemente Stati, classe politica, organizzazioni plurinazionali. Il coronavirus sta facendo vedere chi funziona, chi no, e chi finge di funzionare. In futuro, con la ri-normalizzazione dell’esistenza, coloro che si sentiranno rigenerati avranno sempre meno bisogno di un padre moralizzatore. Ma quello che appare un guinzaglio tra collettività e individuo, tra Stato e impresa, tra politica (istituzioni) e cittadini, per i sommersi è un’irrinunciabile canna di ossigeno. Lo è stata dal 1945 a oggi, lo sarà ben più in futuro. Il problema è quanto potremo permetterci queste elargizioni di sostegno? Al netto del consenso elettorale, degli equilibri politici e della pace sociale, chi può ancora concedere assegni in bianco – leggi: quale paese può ancora permettersi un debito pubblico senza fondo – destinato a fruitori che non sembrano dimostrare interesse a passare dall’essere sommersi a emanciparsi?

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