InadeguatiTutti parlano di audacia, ma la nostra classe dirigente ne conosce il significato?

Servirebbe un livello di capacità e di visione come quello del Dopoguerra per approfittare dell’enorme massa di risorse disponibili grazie alla caduta dei vincoli di bilancio. C’è il fondato dubbio che queste qualità non siano più in circolazione

(Filippo MONTEFORTE / AFP)

C’è una parola antica – “audacia” – che torna all’improvviso nel dibattito politico italiano ed europeo: la evoca Mario Draghi chiedendo “forza e velocità” contro la crisi economica legata all’emergenza Covid-19, la cita la lettera dei nove leader europei al presidente del Consiglio Ue Charles Michel, intellettuali famosi come Alessandro Baricco ci costruiscono intorno pagine di riflessione.

Audacia è un termine che appartiene al vocabolario di trincea, vagamente dannunziano, ed è ovvio che nell’era della guerra al virus vada a sostituire il glossario dei tempi normali, fondato su ben altri sentimenti: la cautela, il compromesso, il “non possumus” davanti ai vincoli dell’ordinaria amministrazione.

La misura esatta dell’audacia, tuttavia, è difficile da pesare per classi dirigenti di maggioranza e opposizione che, nella loro esperienza, hanno vissuto come massimo momento di arditezza qualche rifilatura fiscale per le partite Iva, qualche bonus per i segmenti elettorali di riferimento, qualche norma-bandiera contro le Ong o gli immigrati sui barconi.

L’audacia gioca in un’altra categoria, sconosciuta dalla politica di oggi. Audace fu Palmiro Togliatti, che due minuti dopo il referendum istituzionale del ’46 impose l’amnistia per i fascisti, senza manco interpellare la direzione del Partito Comunista, allo scopo di chiudere anche simbolicamente con gli anni della guerra. Audace fu la riforma agraria che espropriò il latifondo e trasformò migliaia di braccianti in piccoli proprietari terrieri. Audace fu la fondazione dell’Eni che diede nuova prospettiva al mercato dell’energia annientando gli enti presistenti.

Persino la vituperata Cassa del Mezzogiorno fu un’idea senz’altro audace: per un bel pezzo funzionò regalando al Sud decine di migliaia di strade asfaltate, acquedotti, linee elettriche, migliaia di scuole, centinaia di ospedali. Insomma, quando si mette in connessione l’idea di dopoguerra con l’idea di “audacia” è a questo livello di interventi rivoluzionari che si deve fare riferimento, e molti altri se ne potrebbero citare: il voto alle donne, il progetto dell’Autostrada del Sole, il piano Ina-Casa che andato a regime consentiva la consegna di cinquecento alloggi popolari a settimana.

L’audacia degli anni ‘50 sovvertì molte regole, scosse le coscienze, ferì interessi giudicati intoccabili suscitando grandissimi malumori, dai latifondisti ai reduci, tanto che fra le elezioni del ’48 e quelle del ’53 la Dc perse oltre un milione di voti e i governi dell’autosufficienza centrista finirono lì. Tuttavia audacia fu anche questa: mettere nel conto senza tremare le conseguenze politicamente dirompenti di provvedimenti estremi, a cominciare da quelle sul mercato del consenso.

Ora che servirebbe un analogo livello di capacità e visione, approfittando dell’enorme massa di risorse disponibili grazie alla caduta dei vincoli di bilancio, c’è il fondato dubbio che questo tipo di audacia non sia più in circolazione, o ce ne sia troppo poca. Il film dell’emergenza ci dice quanto abbiano pesato modeste considerazioni di bottega o di sondaggi persino davanti ai morti e al collasso degli ospedali: pure fermare il calcio o bloccare l’esportazione di dispositivi medici è sembrata per giorni una missione quasi impossibile.

Maggioranza e opposizione troveranno questa cifra “alta” davanti alle necessità del dopo-crisi? Lo speriamo tutti, ma è lecito dubitarne e immaginare che l’audacia necessaria all’Italia per non sparire come economia prospera e avanzata, per non condannare letteralmente alla fame un pezzo di Paese, bisognerà prima o poi cercarla fuori dai ranghi ordinari della nostra politica.

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