MonologrammiLeggere in questi tempi, al centro dell’assedio

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

da Maxpixel

Al centro dell’assedio… Sì, si legge, tu leggi, egli legge, noi leggiamo, voi leggete, essi leggono, il verbo è coniugato, però la trama e l’intreccio sfuggono. Il flusso narrativo perde massa durante lo scorrimento. Le guarnizioni degli snodi cedono, i raccordi e gli innesti traballano, le perdite – a spruzzi, a gocce, a soffi, a spifferi – divagano fuor di testo, anche dilagano e svaporano, le fiumane romanzesche straripano fuor di letto, inteso come participio passato del verbo leggere.

Al centro dell’assedio… qui ci sarebbe da divagare ancora (e ancora divagare: scrivere veramente, scrivere al meglio non è forse un divagare?), toccato il centro: divagar sul centro (sia come importanza sia come bersaglio), girare intorno al punto che tu sei con tutto il mondo intorno (ah, come siamo centro del mondo, un punto per la punta di una freccia)…

Al centro dell’assedio di un contagio si legge, tu leggi, egli legge eccetera…

Storie? Leggiamo storie? Non prendermi in giro. La storia finalmente sfugge se sei al centro dell’assedio. Questa cosa io la so da sempre (che la storia, diciamo il racconto, che il racconto sfugge, deve e vuole sfuggire). Sì, lo so, accade che, invece, tu la segua, che tu le vada dietro, come no, lo so, segui la storia, e come no, sennò che leggeresti a fare? Leggi per sapere come va, dove vuole arrivare, che piega prende la faccenda, che fine fanno i fatti, conosci, appunto, quella soddisfazione della fine, anche della parola fine dopo l’ultima parola della storia, e quel languore, anche di più quando vorresti che si protraesse quella fine, quando la parola fine diventa una superficie sotto gli occhi tuoi di lettrice al mare, e diventa il mare la parola fine, e sopra quel mare galleggiano le pagine appena lette, tutte, e ti riempiono gli occhi come lacrime. Lasciami fare, lasciami essere con crudeltà dolcissimo ossia perfido.

Ecco, questo accade, lo so che accade. Accadde quando leggesti quei due tre libri non sbattuti al muro ma letti veramente per perdere il tuo tempo dentro un libro. Perché attiene al perder tempo, la lettura. Non farmi il muso adesso, comprendimi (vuoi ch’io sia comprensibile, e allora tu comprendimi, comincia tu, io ti vengo appresso, mi comprendo in te): perdere il tempo, capisci? Non farmi divagare, ossia ingaggiar col tempo, ché proprio non mi va, adesso. Il meglio della vita ci viene dal perderlo, il tempo. L’amore, per esempio, nel quale contro tempo ci scandiamo. E ancora ho divagato. Volevo dire che…

… Al centro dell’assedio, chiusi in casa di tra le nostre mura, noi leggiamo, avendo tutto il tempo. Ecco il punto: che il tempo di lettura noi non lo vogliamo avere, lo vogliamo perdere, e allora entriamo nella distrazione, ci perdiamo noi. Dimmelo tu, è vero o no che perdi il senso della frase e del paragrafo? È vero o no che la storia si sfrangia, che tutti i fili pendono come fossero soltanto un ornamento, una nappa? E tu con le dita anche la sconvolgi (a che servono le nappe sennò?), così: per perdere, tra tanti fili, il filo? Così è, come si dice? Non riesci a concentrarti, così si dice, non riesci, al centro di tanto assedio, a assediare te, a radunarti in un punto, seguendo l’armento messo in righe in una storia, e tutto radunato dentro un libro.

E allora leggi biblica ossia a salti, a apertura di pagine casuali, a righe brevi e svelte, che speri anche pungenti, guizzanti, rapide come fremiti anche senza saper perché, e scopri il senso della storia, questo: che il senso della storia è insulso e ti depista su una retta via. Cogli tutta l’insofferenza di seguirla, la retta via narrativa, quasi fosse una morale imposta, una prescrizione (infatti è pre-scritta) alla quale ora recalcitri.

… Al centro dell’assedio si risveglia la tua capacità d’essere incredula. Senti (non comprendi: senti) che scrivere non è scrivere storie ma è scrivere parole, ossia finalmente non utilizzarle, finalmente non renderle servili, liberarle prima di ingabbiarle in una insulsa storia conveniente e opportunista. Anche per questo, adesso, non le afferri, le parole, lo sciame delle frasi, gli stormi delle nuvole stornate in paragrafi cangianti nella forma, però le puoi guardare e non più leggere, come fossero figure (anche retoriche), direi finalmente.

Cos’è? La vita è nel romanzo solo se c’è vita fuori del romanzo? E nel romanzo c’è perché sei generosa, quindi disinteressata, indulgente, incline alla clemenza perché hai tutt’altro da fare nella vita tua, e puoi anche fingere di leggere, congiungendo la tua finzione a quella di chi scrisse, come un atto in più tra i tanti atti vitali.

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