Appello per l’Italia solidaleUn fondo per evitare che il settore non profit sia travolto dall’emergenza coronavirus

Non dobbiamo aspettare di avere l’acqua alla gola. Quando torneremo alla normalità, sarà necessario un recovery fund che assista le organizzazioni colpite. Magari con un prelievo una tantum dell’1 per mille sui patrimoni superiori al milione di euro

MIGUEL MEDINA / AFP

A modo nostro, ma sta succedendo. Ci siamo sempre considerati indisciplinati e anarchici, nel nostro stesso giudizio prima ancora che in quello degli altri. Eppure, dopo aver finalmente capito qual è la posta in gioco (è vero, non è stato immediato capirlo, ma i messaggi all’inizio sono stati alquanto confusi) in pochi giorni ci siamo adeguati a una condizione innaturale di isolamento domiciliare. Sorprendentemente, accettiamo severe limitazioni alla nostra libertà non perché obbligati con la forza ma per senso di responsabilità. Sentiamo che è la cosa giusta da fare perché altrimenti il contagio non si ferma. Lo facciamo nel nostro interesse, certo, ma anche nell’interesse degli altri: dei nostri anziani, di parenti e amici, così come di sconosciuti ai quali oggi ci sentiamo legati da una vulnerabilità comune che non può essere affrontata da soli.

È emersa un’Italia del senso civico di cui ci eravamo dimenticati. “Io sto a casa” è il contrario di una fuga nel privato. Ci stringiamo attorno agli operatori sanitari, i cui volti distrutti dalla fatica sono le icone di questo tempo. Cantiamo dai balconi per sentirci vicini e darci coraggio a vicenda. Di finestra in finestra stiamo trasformando la segregazione casalinga in un’occasione di socialità. Isolati ma solidali, perché così sentiamo di contribuire ad uno sforzo collettivo per reagire all’emergenza.

Quando serve gli italiani sanno reagire. Solo, non dovremmo aspettare di avere l’acqua alla gola. Così come dovremmo non dimenticarcene quando la crisi è superata. Ora siamo in emergenza sanitaria, e tutti gli sforzi devono convergere per superarla. Ma seguirà l’emergenza economica e dobbiamo prepararci anche a quella. Vedremo aumentare esponenzialmente le fragilità sociali e il numero di quanti saranno in condizione di bisogno. Per la perdita del posto di lavoro, per un’economia in recessione.

Quando ci troviamo di fronte a un’epidemia, come in questi giorni, ci rendiamo conto che non possiamo cavarcela da soli e ci rivolgiamo allo Stato (e il sistema sta rispondendo con tutte le sue risorse). Ma più avanti, quando torneremo alla normalità, sarà necessaria una rete più ampia di solidarietà. Dobbiamo evitare che, quando ne avremo più bisogno, il mondo del non profit italiano sia assente all’appello perché travolto dalla crisi. In queste settimane il lavoro di migliaia di organizzazioni che si prendono cura delle persone più fragili, degli anziani soli, di minori e famiglie a rischio, è limitato dalle restrizioni dovute a Covid-19. L’impatto sul non profit dell’interruzione dei servizi e del mancato accesso degli utenti può essere disastroso e minacciarne la sopravvivenza.

L’emozione oggi sta concentrando la raccolta fondi sulle esigenze della sanità e della prima assistenza. La risposta di individui e aziende è formidabile: le donazioni si susseguono a ritmo serrato e coinvolgono una platea amplissima. Quando faremo un bilancio probabilmente i numeri diranno che mai prima la generosità dell’Italia si è mobilitata di più per contribuire con risorse private ad affrontare l’emergenza. Dovremmo anche preoccuparci però di tenere in vita un sistema di volontariato e imprese sociali che nel post-emergenza sarà più che mai fondamentale. Una società si giudica da come tratta le persone più vulnerabili. Utilizziamo allora questo momento per far durare più a lungo l’onda di senso civico, profondamente sociale, creando le condizioni per far ripartire il prima possibile tutto il mondo del non profit.

Una proposta immediata è creare un fondo che assista le organizzazioni non profit per aiutarle a superare questa fase. Si potrebbe replicare l’esperienza del “Non Profit Recovery Fund”, creato a New York da tutte le principali fondazioni filantropiche dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Con quelle risorse si diede un sostegno a fondo perduto ai bilanci delle organizzazioni senza scopo di lucro che avevano subito perdite a causa dell’emergenza. Contributi liberi, non vincolati a progetti o procedure complesse. Basati sull’analisi dei bilanci e sulle potenzialità di ripresa. Potremmo fare lo stesso, subito, con il contributo di fondazioni e imprese. Con una visione che corregga gli squilibri tra territori e la frammentazione degli interventi. Non in tutte le aree del nostro Paese sono presenti robuste organizzazioni filantropiche e grandi imprese: un fondo nazionale sarebbe un correttivo necessario.

Ma il vero salto di scala sarebbe nell’alimentare il Recovery Fund anche con un contributo di solidarietà a valere sulla ricchezza privata. In Italia, per avere un ordine di grandezza, il private banking e il wealth management hanno in gestione 912 miliardi di euro per conto di circa un milione di clienti facoltosi. Se dai patrimoni superiori al milione di euro fosse prelevato l’1 per mille una tantum si potrebbe creare un fondo di dimensioni sufficienti a un’azione di impatto significativo. Questa “donazione obbligatoria” (da accompagnare con uno sgravio fiscale) – non cambierebbe certo in peggio la vita di chi possedendo un patrimonio finanziario di un milione di euro si priverebbe di mille euro per dare una mano a tenere in piedi il non profit italiano. Sarebbe un’azione coraggiosa e lungimirante. Un atto civico per capitalizzare, prolungandone gli effetti, il senso di solidarietà che avvertiamo in questi giorni.

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