Sapore di maleLe nostre strutture turistiche sono troppo piccole e troppo fragili per reggere l’effetto coronavirus

Gli hotel e ristoranti italiani non riescono a essere efficienti e a fare margini come accade all’estero perché per la gran parte sono gestiti da realtà familiari e non da catene- Le caratteristiche strutturali del settore non hanno fatto in tempo a cambiare così in fretta per gestire l’emergenza

AFP

Il settore alberghiero, la ristorazione e il turismo, sono i più colpiti dall’emergenza coronavirus. Gli hotel a Milano denunciano un calo delle presenze del 95%, persino Roma, solo sfiorata dal contagio, conta un meno 30% nei ristoranti. A Firenze, dove la bassa stagione quasi non esiste, sette alberghi hanno chiuso. Il sistema italiano rischierebbe di essere il più danneggiato d’Europa, anche se il virus dovesse coinvolgere allo stesso modo altri Paesi.

Il motivo è nei numeri. Siamo il primo Paese per numero di aziende del settore, 334.644 nel 2017, davanti a Spagna, Francia, Germania, ma non siamo primi per valore aggiunto. Ci superano il Regno Unito, al primo posto con 55 miliardi e 247 milioni, dalla Germania e dalla Francia. Siamo solo quarti, con 33 miliardi e 320 milioni, di pochissimo sopra la Spagna.

Questo vuol dire che i nostri tanti hotel e ristoranti sono più fragili e non riescono a essere efficienti e a fare margini come accade all’estero. D’altronde replicano semplicemente le dinamiche presenti in tutto il mondo delle imprese italiane, da sempre malate di “nanismo”

Sono tra i più piccoli in termini di numero di addetti. Il 58,9% dei lavoratori è impiegato in realtà con meno di 10 persone In Spagna, dove turismo, hotel e ristorazione sono importantissimi per l’economia nazionale, ci si ferma al 46,2%, in Francia al 44,9%, in Germania solo al 26,6%. Persino in Grecia è maggiore la proporzione di quanti lavorano in realtà più grandi.

Questa tendenza si ritrova in tutti gli ambiti del settore food and accommodation, ma ancora di più in quello riguardante il servizio di bevande, i bar e i pub insomma, dove quanti sono occupati in piccoli e piccolissimi esercizi sono più dell’80%. In questo caso tuttavia non ci sono enormi differenze dal resto d’Europa. Differenze che invece emergono nella ristorazione e nei servizi di alloggio. Non siamo un Paese di catene di hotel, lo sappiamo. Una parte rilevante dell’offerta di alberghi proviene da realtà familiari, con proprietari che possiedono un solo albergo. E lo stesso si può dire dei ristoranti, nonostante la nascita di catene di ristoranti negli ultimi 10 anni.

Non è un caso che nell’ultimo decennio l’Italia sia stata uno dei pochi Paesi europei ad avere già sofferto un calo del numero di lavoratori di aziende nel settore alberghiero. Nonostante un flebile recupero nel 2017 erano comunque oltre il 10% in meno rispetto al 2008. In negativo anche il settore più generale degli alloggi che comprende campeggi, residence, ecc. L’avvento di Airbnb e simili ha colpito più duramente in Italia gli hotel anche per la difficoltà di questi ultimi di offrire prezzi più bassi a causa delle ridotte dimensioni della proprietà e quindi degli alti costi fissi che si ritrovano ad affrontare.

Come altrove c’è stato invece un boom di quanti sono occupati nei ristoranti, cresciuti di ben il 39,8% nello stesso periodo, poco più che nel Regno Unito, anche se meno della metà che in Germania.

Il problema è che si tratta di ristoranti piccoli, con pochi addetti, finanziariamente molto fragili. Non è un caso che generalmente si sia avuto un incremento del numero di lavoratori minore nelle realtà che hanno tra 2 e 9 addetti rispetto alla media, soprattutto nell’ambito della ristorazione, ma non solo. A fronte di un +39,8% complessivo tra 2008 e 2017 gli occupati in ristoranti di queste dimensioni sono aumentati del 23,5%.

Questo è vero non solo in Italia, naturalmente, i dati spagnoli confermano la tendenza, ma è in Italia soprattutto che realtà così piccole sono la maggioranza.

Per il futuro c’è ottimismo. Il valore aggiunto è cresciuto più del numero di aziende del settore food & accommodation, e anche più del numero di lavoratori.

Soprattutto nel settore ristorazione e hotel. Questo risultato è dovuto anche a una sorta di selezione “darwiniana” portata dalla maggiore concorrenza. Sono sopravvissute le realtà più efficienti che hanno aumentato il valore aggiunto medio.

Il problema è che viviamo nel presente fatto di realtà piccole e fragili che devono affrontare ora una crisi gravissima. Le caratteristiche strutturali del loro settore non hanno fatto in tempo a cambiare così in fretta da evitare di essere in prima linea sulla spiaggia in attesa dello tsunami

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