Lettere al direttoreAlfredo Robledo replica all’articolo di Cataldo Intrieri (con risposta)

Riceviamo e pubblichiamo le precisazioni dell’ex magistrato di Milano all’articolo de Linkiesta dal titolo «Quando tutto sarà finito, non lasciate che il giustizialismo uccida la nostra economia». Con chiosa dell’autore

CRUCIATTI / AFP

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di risposta all’articolo di Cataldo Intrieri dal titolo ”Quando tutto sarà finito, non lasciate che il giustizialismo uccida la nostra economia” inviata da Alfredo Robledo, cui segue una replica dell’autore.

Caro Direttore,

«La calunnia è un venticello» è una celebre aria del rossiniano Barbiere di Siviglia, ma nell’articolo a firma di Cataldo Intrieri intitolato «Il Protocollo Expo. Quando tutto sarà finito non lasciate che il giustizialismo uccida la nostra economia» non spira un semplice venticello, ma una vera e propria bora di calunnie.

L’autore si produce in errori marchiani e lampanti. Eccone alcuni esempi: la costituzione di Consip è avvenuta con legge 488/1999 e non «dopo il crollo del Governo Berlusconi». 

Lasciando perdere riflessione come quella sull’innovativa e singolare categoria giuridica del «reato … appena illecito ma a fin di bene» (…), o come quella sull’azione di controllo  «inutilmente occhiuta e asfissiante della magistratura» (semmai il contrario), occorre ricordare a chi mostra di non avere contezza che il codice dei contratti recepisca direttamente (e per una volta fedelmente) le direttive europee di riferimento (dirr. 23-24-25/2014/Ue) che valgono parimenti negli altri Stati membri, ove non si registra la «asfissia» della contrattualistica pubblica nella cui descrizione indulge l’autore dell’articolo.

Rispetto a paventati rischi di giustizialismo vorrei ricordare all’autore come – per gli acquisti pubblici necessari per fronteggiare l’emergenza-Coronavirus che stiamo drammaticamente vivendo – la legge riconosca amplissimi (anche per libertà di forme e procedure) poteri di spesa al Dipartimento della Protezione civile e al Commissario straordinario nominato. Basterebbe leggere gli artt. 11 c. 3 del DL 9 marzo 2020 e 122 c.8 del DM MISE del 25 marzo 2020 (i quali espressamente indicano come gli atti compiuti da quelle due realtà siano addirittura «sottratti al controllo della Corte dei Conti») per evitare affermazioni avventate.

Ma vorrei in specie trattenermi sulle affermazioni che mi riguardano che rientrano a pieno titolo nella categoria “calunnia”. Se l’autore si fosse peritato di leggere il libro di Riccardo Iacona avrebbe notato che le accuse da me mosse a Bruti Liberati sono perfettamente consistenti e circostanziate, con specifici riscontri testimoniali e documentali. A oggi, fornisco questa informazione, non sono pervenute verso la mia persona né querele, né smentite e neanche mere richieste di precisazioni o rettifiche di alcuna natura.

Riguardo il deposito effettuato presso la Banca di Carate anziché presso il Ministero, è opportuno informare l’autore (ma aveva tutti i mezzi per arrivarci da sé, essendo le inerenti informazioni pubbliche e alla portata di chiunque voglia attingerle …) che la Procura generale presso la Corte di cassazione con un denso provvedimento di una trentina di pagine ha ampiamente motivato l’assenza di ogni estremo per avviare anche solo un procedimento disciplinare nei miei confronti, e infatti fu la Procura generale stessa ad archiviare direttamente d’ufficio il fascicolo.

Passando a un’altra delle “calunnie” pubblicate nell’articolo dell’Intrieri, occorre ricordare (a chi lo avesse scordato o non si fosse dato pena di verificarlo …) che le banche coinvolte nel procedimento sui “derivati” non vennero per nulla “prosciolte”. Al contrario, furono condannati in primo grado i loro esponenti imputati. Ed esse – prima della conclusione di quel processo- conclusero con il Comune di Milano una transazione, che portò 455 milioni di euro (circa 900 miliardi di lire). I quali sono restati acquisiti all’Ente indipendentemente da ogni sviluppo successivo.

Non è solo “calunniosa” ma anche “diffamatoria” – in senso tecnico – l’affermazione che io avrei fatto parte della Procura che indagò l’Impresa Sangalli dove ora ricopro la carica di Presidente. All’epoca dei fatti – 2013 – ero Procuratore aggiunto presso la Procura di Milano, mentre l’azienda – che ha sede in Monza – fu oggetto di indagini condotte dalla sola Procura di Monza. Dello “spessore” e la “serietà” delle informazioni assunte dall’autore è inoltre emblematica la “notizia” che quell’impresa operante nel settore delle costruzioni, quando essa invece è tra i leader italiani dei servizi ambientali.

Alfredo Robledo

 

Il dottor Robledo utilizza piuttosto minacciosamente ed impropriamente  il termine di “calunnia” (il mio articolo non è una denuncia) per un articolo in cui la sua persona è menzionata in circa sei righe ed esclusivamente in relazione allo scontro durissimo con l’allora procuratore capo Edmondo Bruti Liberati che ha costituito l’oggetto di un volume di oltre 200 pagine dall’impegnativo titolo «Palazzo d’ingiustizia: Il caso Robledo e l’indipendenza della magistratura. Viaggio nelle procure italiane» . 

Nel libro, si è premura di farci sapere che «le accuse (da me) mosse a Bruti Liberati sono perfettamente consistenti e circostanziate, con specifici riscontri testimoniali e documentali…». Dunque, non solo ho letto il libro ma ne ho riportato correttamente il senso per quel che vale il fuggevole accenno fatto che ha irritato così tanto il dottor Robledo.

Sui suoi rilievi mi limito a osservare che non ho mai scritto che Consip è stata costituita nel 2012, ma solo che da allora ha assunto un ruolo più incisivo come centrale unica degli acquisti dello Stato, il che francamente mi sembra  difficilmente contestabile.

Vero è, e me ne rammarico sinceramente, che contrariamente a quanto ho scritto il processo contro la ditta Sangalli di cui il dottor. Robledo è presidente dal 2019, dopo essersi dimesso a fine 2018 dalla magistratura, è stato istruito dalla procura di Monza e non da quella di Milano. Sono stato tratto in inganno dalla estrema vicinanza geografica e contiguità logistica dei due uffici.

Non era mia intenzione rilevare alcun profilo di illiceità che non vi è certamente, e anzi mi preme sottolineare come io condivida le profonde motivazioni che hanno indotto il dottor Robledo ad assumere il suo incarico, non facendosi condizionare dalla condanna che gli azionisti della ditta avevano patteggiato per il reato di corruzione. In una sua intervista a Libero di un anno fa, in occasione della sua fresca nomina, il dottor Robledo ha condivisibilmente ribadito il diritto di chi ha subito una condanna a ricominciare, dunque anche di un’impresa marchiata da un precedente di corruzione, e soprattutto che «c’è anche tutta un’imprenditoria normale che non si vede e che rappresenta un po’ l’altra faccia della luna. Si tratta di un mondo che ha riflessi enormi sull’economia e che lavora seriamente, confrontandosi quotidianamente con norme e procedure che troppo spesso appesantiscono i costi per le aziende senza risolvere la questione per cui sono nate».

Quali siano gli “appesantimenti “ normativi il dott. Robledo lo indica, con la consueta lucidità, in un’altra intervista resa nello stesso periodo al blog Economy Magazine puntando il dito proprio contro il Codice degli Appalti: «è scritto male, prevede procedure farraginose, di fatto inapplicabili, che conducono molti appalti a nessun termine. Va semplificato, assolutamente».

Esattamente il concetto che ispira il mio modesto scritto in favore di quell’imprenditoria di cui meritoriamente il dottor Robledo oggi fa parte, a pieno titolo con eccellenti risultati a quanto è dato constatare. 

Cataldo Intrieri

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