Il protocollo ExpoQuando tutto sarà finito, non lasciate che il giustizialismo uccida la nostra economia

La pubblica amministrazione è bloccata da leggi e leggine figlie del populismo giudiziario che non consentono di agire con immediatezza nemmeno in casi di emergenza come questo. Ma c’è il precedente di Bruti Liberati

CRUCIATTI / AFP

Nonostante il cauto ottimismo ostentato nelle conferenze stampa, in una drammatica intervista a Repubblica il capo della protezione civile Angelo Borrelli ha fornito i dati di una realtà assai più grave di quella dipinta nelle sue comunicazioni ufficiali. Ha ammesso che i dati da lui snocciolati ogni sera alle diciotto non sono realistici e che il numero ufficiale dei contagiati va moltiplicato almeno per dieci. Dunque si può ipotizzare una platea di almeno 600 mila contagiati, numero agghiacciante che continua a crescere ogni giorno, seppur a un minor ritmo. Ciò che tuttavia colpisce dell’intervista è la sconsolata ammissione da parte di un servitore dello Stato, profondo conoscitore della macchina pubblica della Protezione civile (si definisce come il ministro delle finanze di Guido Bertolaso), dei gravi ritardi causati dalla asfissiante occhiuta legislazione italiana anti-corruzione.

«Il mercato corre molto più veloce di noi… Broker internazionali, e senza scrupoli, si presentano agli amministratori delle aziende medicali con la valigetta dei contanti. Accaparrano e vanno a vendere allo Stato che offre di più. Noi, per troppo tempo, ci siamo dovuti rivolgere alle strutture centralizzate degli acquisti pubblici, procedure lente… sulle mascherine siamo arrivati tardi» reclama Borrelli, nostalgico dell’autonomia che il suo ufficio ha perduto. «La Protezione civile ha bisogno di rapidità – ha aggiunto – non siamo burocrati ma, come si diceva nel 1915, volontari del Regno che devono godere della fiducia dei governanti e della nazione».

Borrelli ha toccato un nervo cruciale, quello della sostanziale incompatibilità della legislazione anti-corruzione, dal Codice degli Appalti alla Spazzacorrotti, con la rapidità e l’efficienza che determinate situazioni di emergenza richiedono. Tutto è iniziato all’indomani del crollo dell’ultimo governo Berlusconi e lo scandalo degli appalti dell’Aquila e della Maddalena, tra l’eco delle risate dell’imprenditore Piscicelli la notte del terremoto, i massaggi proibiti di Bertolaso presso un circolo privato, gli sfoghi sentimentali di una ministra trascurata come “una sguattera” con il fidanzato lobbista in affari con il governo e le telefonate amichevoli di solidarietà di un’altra (il ministro dell’Interno Cancellieri) alla famiglia Ligresti arrestata in blocco.

L’indignazione del “popolo” che di lì a poco avrebbe portato in Parlamento prima un pugno di sprovveduti e poi dato il via ad alcuni dei più improbabili governi della storia, è stato il pretesto per un giro di vite legislativo, dalla legge dell’allora Guardasigilli Severino (gli ineleggibili), al ruolo di Consip come centrale di acquisti pubblici, fino alla creazione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, nell’ambito della riforma del Codice degli Appalti.

Quella indignazione poggiava su basi fragili, almeno giudiziariamente. Bertolaso è stato assolto in due processi, come il fidanzato di Federica Guidi e come la famiglia Ligresti fatta eccezione per Giulia, la figlia malata per cui telefonava il ministro Cancellieri che patteggiò per uscire di galera non potendo avere il tempo di aspettare di essere assolta, come è successo ai fratelli dopo un regolare processo.

Sono invece finiti sotto processo alcuni pubblici amministratori di Consip ed è tornato a fare il magistrato Raffaele Cantone, il primo “zar” italiano dell’anticorruzione. Tra le cose memorabili una sua deposizione al processo Mafia Capitale nella quale ammise di non aver trovato traccia di mafiosi nel comune capitolino, come poi ratificato dalla Corte di Cassazione. Mai amato dai suoi colleghi magistrati che ne lamentavano alcune fastidiose sovrapposizioni alle proprie inchieste.

In generale tutta la normativa regolante i lavori pubblici e la conseguente occhiuta sorveglianza della magistratura secondo l’unanime parere di associazioni imprenditoriali e studiosi ha finito per creare un’asfissiante Tunica di Nesso che ha reso irrespirabile l’aria e paralizzato l’attività della pubblica amministrazione in un campo, quello delle infrastrutture, bisognoso di impulso.

Il Codice ha subito alcuni significativi cambiamenti. Ad esempio l’introduzione di procedure semplificate per contrattare direttamente senza bisogno di bandi pubblici nei casi di urgenza, come appunto gli eventi imprevisti. Questo ha originato cartelli tra le imprese e accordi sottobanco, è innegabile, e infatti ha originato numerose inchieste con il risultato di una lamentata paralisi delle procedure per il timore dei pubblici amministratori di esporsi al rischio giudiziario. Sembrerebbe un problema senza uscita se non fosse per un precedente importante, una felice eccezione giudiziaria, maturata (e non potrebbe essere diversamente) nell’eterno laboratorio milanese: l’Expo del 2015.

All’epoca il procuratore Edmondo Bruti Liberati, magistrato di sinistra, punto di riferimento in Magistratura Democratica, riuscì a gestire con ammirevole autocontrollo la scottante materia degli appalti dell’Esposizione internazionale. Qualche indagine, ma senza strepiti, con discrezione e molta attenzione al felice esito di una manifestazione da cui Milano e l’Italia hanno avuto un grande rilancio.

Una sola vera eccezione, e non di poco conto: l’indagine sulla Piastra, la piattaforma su cui è stato costruito l’allestimento degli stand. Un imputato spinoso, il sindaco Beppe Sala allora commissario unico dell’ente organizzatore, una tormentata vicenda di richieste di archiviazione respinte e indagini avocate dalla Procura Generale, poi terminata con una lieve condanna e un primato storico: il riconoscimento dei “motivi di particolare valore sociale” per un atto di falso sulla nomina della commissione giudicatrice. Un reato, certo, ma appena appena illecito e a fin di bene perché commesso per realizzare un’importante opera pubblica.

E proprio la surrealità della situazione, la contraddizione tra reato e l’interesse pubblico tutelato commettendolo dimostra quanto paradossale e in fin dei conti insostenibile sia una vigilanza inutilmente occhiuta e asfissiante della magistratura. Ed è una lezione che può tornare utile per il futuro che ci aspetta quando bisognerà ripartire a breve dopo l’epidemia proprio con le opere pubbliche.

Bruti Liberati seguì la sua politica di moderazione al prezzo di un duro contrasto con settori della sua procura sfociati in una serie di esposti, in un altro procedimento, col sostituto Alfredo Robledo che nel libro “Palazzo di Ingiustizia” scritto con Riccardo Iacona, uno dei grandi cantori del giustizialismo, lo accusò apertamente di condotte al limite e anche oltre il lecito per coprire come si usa dire “interessi occulti”.

L’Expo si tenne con grande strepitoso successo e lustro per Milano e il paese, appena cinque anni fa. Dei due antagonisti, Bruti oggi è in pensione e ha scritto un bel saggio sulla storia della magistratura, mentre il grande accusatore Robledo dopo essere scivolato in una procedura disciplinare per una questione di somme sequestrate (circa 170 milioni di euro) concesse in custodia giudiziaria a una piccola banca di Carate Brianza invece che al Ministero (tanto per cambiare, le banche cui aveva sequestrato le somme furono poi prosciolte) ha preferito andare in pensione e oggi è presidente di una ditta privata, Sangalli costruzioni, a suo tempo inquisita per corruzione dalla procura dove lui prestava servizio.

Alla fine la flessibilità è una grande dote per un magistrato e ce ne vorrà anche nel futuro del paese. Il modello Bruti Liberati è un’utile traccia e un ottimo vaccino per il cupo giustizialismo di questi anni che ha contribuito non poco a indebolire l’economia del paese e ancora peggio potrebbe fare in futuro quando bisognerà ripartire. Quando, state certi, appena finito di contare i morti, scatteranno le inchieste.