1930-2020A proposito di Arbasino, il Beatle italiano

Addio allo scrittore, giornalista, poeta, conduttore televisivo, intellettuale e gigante del nostro paese

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Gli scrittori sono persone orrende. È esistito un tempo in cui non solo non lo nascondevano, non solo alla casalinga di Voghera che adesso s’aspetta che siano persone meravigliose (e peggio, belle persone) non importava un fico secco che lo fossero, ma quelli, gli scrittori, erano persino fieri di far schifo, non avere morale, essere snob, smodati, egocentrici, noiosi, molesti, maiali, vacui, frivoli, ipocriti, tanto che ne parlavano e, certe volte, ne ridevano pure. Alberto Arbasino era uno di quei tempi là, ed è morto il 22 marzo, a novant’anni, poche ore prima che, tu guarda a volte il caso, La Nave di Teseo pubblicasse in anteprima mondiale l’ebook del nuovo libro di Woody Allen, A proposito di niente, che molti editori si sono rifiutati di pubblicare perché Woody Allen è considerato persona orrenda da quando sua figlia lo ha accusato di averla molestata (e non conta che lui sia stato scagionato da ogni accusa, perché questo è il tempo dei tribunali di Voghera, quelli dove l’accusa fa la prova, e agli scrittori fa obbligo esser brava gente). 

Molti anni fa, durante una puntata di Pickwick di Alessandro Baricco, parlando di quanto orrendi fossero gli scrittori, Arbasino disse: «Se lo immagina lei un pranzo della domenica a casa Kakfa?». Era irresistibile senza bisogno d’essere simpatico. Era un infelice contento, un disperato allegro. Un bello. Accidenti, se era bello. Un viveur, certo, ma non alla maniera metropolitana e glaciale di Truman Capote, del quale scrisse: «Era piccolo, gonfio, smorto, con questa voluminosa testa da feto imbarazzante (tante volte descritta come malanimo) e quella petulante vocetta agra che passava dall’aggressivo al perentorio a seconda dell’ambiente sociale». Oggi nessuno scrittore oserebbe dire tanto di un collega, primo perché il collega lo querelerebbe, e secondo perché un lettore lo userebbe come alibi per evitare i libri del malcapitato descritto. 

Arbasino era un mondano provinciale, ghiaccio bollente come quel ritratto di Capote, e alle feste s’annoiava, dopo dieci minuti diceva andiamo via. «Va a teatro come se dovesse incontrare vecchi amici e fare nuove conoscenze e, viceversa, frequenta salotti (e gran simposi in trattoria) con lo stesso spirito con cui altri andrebbero a teatro», scriveva alcuni anni fa Nicoletta Tiliacos sul Foglio. 

Quando esordì, ventisettenne, con la raccolta di racconti Le piccole vacanze (uscì per Einaudi; l’editor fu Italo Calvino), era il 1957 e la letteratura italiana cominciava ad averne abbastanza della narrativa neorealista, anche se non s’aspettava che un ragazzo potesse essere così dirompente, così chiaro nella sua intenzione di «voltar pagina e magari cambiar musica, dopo le tante xilografie e litografie postbelliche vittimistiche e patetiche multiple». Edmondo Berselli ha scritto che con quella raccolta Arbasino «fece aria nel clima del dopoguerra».

Quello spaziare senza bisogno di far traslochi o viaggi ma semplicemente aprendo la finestra è rimasto il movimento della sua letteratura. Una letteratura che della lingua italiana ha mostrato l’inventiva, l’estro, il genio, come soltanto Gadda, prima di lui, era riuscito a fare, tuttavia con risultati più astrusi, meno limpidi, inanemente faticosi. Arbasino è stato uno sperimentatore, le parole le ha usate come i Beatles hanno usato le note, all’italiano ha messo le ali, lo ha reso sexy senza levargli neanche la giacca. Per questo è stato il solo realmente irresistibile del Gruppo ’63. 

Il solo realmente inclassificabile. Quello che ha ballato di tutto, ed è stato a suo agio in tutte le forme, su tutti i divani, a tutte le feste. Quello che ha scritto libri che sono cinema, epica, tarocchi, rap (io sogno un disco ispirato a Fratelli d’Italia, qualcuno provveda, per favore). Quello che ha schivato l’eterno ma ha detto l’universale, e ci è riuscito perché «L’io di Arbasino è un io minimo prossimo allo zero, sparisce di fronte all’oggetto su cui lavora» (Alfonso Berardinelli), che poi è anche il motivo per il quale i suoi libri li riscriveva continuamente. Ha scritto di vite vere tranne la sua. Ha fatto il romanzo borghese antiborghese. Ha raccontato lo scandalo come il lato pittoresco della libertà, essendone intenerito e innamorato come a Moravia non riuscì mai fino in fondo di essere, nonostante le migliori intenzioni. 

Cosa Arbasino è stato per la letteratura italiana lo diranno i critici. In parte lo hanno già detto. 

Cosa Arbasino è stato per le vite di chi lo ha letto, invece, lo ha detto Guia Soncini, in un tweet di due anni fa (era il 21 gennaio del 2018 e Arbasino compiva 88 anni): «Sono a letto da stamattina con un Arbasino, un barattolo di nutella, una bottiglia di Franciacorta, senza nessuno che mi disturbi. E dimmi: tu come mai hai fatto figli?». 

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