Segreti quasi rivelatiIl presidente che odiava l’intelligence: storia di Nixon e del suo rapporto con la Cia

A metà tra inchiesta e romanzo, l’ultimo libro di Bruno Arpaia, “Il fantasma dei fatti” (Guanda), racconta le azioni internazionali gestite dai servizi segreti americani nel corso della Guerra Fredda. Al centro, la figura misteriosa di Thomas Karamessines, protagonista di numerose operazioni coperte

Lac Grand, Québec, Canada, 3 settembre 1978

Erano le tre in punto quando abbiamo bussato di nuovo allo chalet di Tom il Greco. Aveva gli occhi un po’ cisposi, l’aria ancora assonnata, ma adesso sembrava meno teso.
«Entrate, entrate… Faccio un altro caffè?»
«No, grazie» mi ha preceduto George. «L’abbiamo preso fuori».

Per me, il caffè sarebbe stato come una mano santa: là fuori, nel silenzio, c’era mancato poco che mi addormentassi tra i cespugli, fissando per un’ora e mezza il retro della casa. E invece niente. George ha pensato bene di sviare ogni sospetto sull’appostamento. Così, ci siamo sistemati come al solito, noi sul divano, Tom K sulla sedia a dondolo. Fumava. Lentamente. Tirava dalla pipa, gettava fuori il fumo e ci guardava. Con il suo solito sorrisino triste, come una concessione che faceva al mondo.

«Io credo» ha cominciato George «che dopo tanto tempo lei sia ancora legato all’Agenzia, non è così?».
Era chiarissimo, il capo aveva scelto un’altra via d’attacco: lealtà, rispetto, spirito di corpo e compagnia cantante. Tom K, adesso, non poteva, testimoniando di fronte a quella Commissione, buttare all’aria trent’anni di servizio, giocare un brutto scherzo al suo paese…
«Sì, certo, ma.. ha esitato il Greco. «Ma?» l’ha incalzato George. «Vede, per me ci sono stati anche momenti duri, nella Compagnia. «Del tipo?» sono intervenuto io. George mi ha guardato storto. Tom se n’è reso conto: era una scheggia a cogliere qualunque punto debole. Ha caricato un po’ il sorriso e mi ha fissato giusto per qualche istante.

«Con Nixon, per esempio» ha detto. Ha guardato di nuovo la finestra, il suo passato, ma quello che ci ha visto non deve essergli piaciuto, perché ha scosso un po’ la testa e ha sospirato. «Le cose, quando c’era Johnson, filavano abbastanza lisce» ha aggiunto dopo un po’. «Pian piano, soprattutto dopo la Guerra dei Sei Giorni, fra noi e il suo staff i rapporti erano diventati buoni, lui aveva finito per fidarsi delle nostre informazioni, per apprezzare Helms e l’Agenzia, anche quando gli dicevamo a muso duro che era inutile continuare a inviare truppe e che bisognava disimpegnarsi dal Vietnam… Ma poi è arrivato Nixon…

«E cos’ha fatto?» ha domandato George quando Karamessines ha avuto una leggera esitazione, forse dubbioso se andare avanti o no.

«Il presidente Nixon» ha sbuffato il Greco insieme al fumo, fissando George negli occhi «è stato l’uomo più torturato dai suoi demoni che abbia mai messo piede alla Casa Bianca». C’era rancore, acredine, disprezzo nelle sue parole. «Chissà perché, si sentiva inferiore, perciò voleva disperatamente essere accettato e sospettava sempre che chi gli era vicino ridesse in segreto di lui… Noi, ci vedeva come dei nemici. Pensava che la Cia avesse favorito l’elezione di Kennedy a sue spese. Non era vero, ma non l’ha mai accettato. E dire che all’inizio non era cominciata male.

La prima volta che li aveva ricevuti nella Cabinet Room, appena insediato, alla fine di gennaio del ’69, Nixon era stato allegro, affabile. Insieme a lui c’erano il segretario di Stato, William Rogers, e Henry Kissinger, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, che gli sedeva accanto. Helms, Karamessines e Cord Meyer, il vice di Tom K, l’avevano trovato a suo agio, preparato sulle questioni più rilevanti, attento alle loro spiegazioni, mentre spiluccava la sua ricotta e il suo ananas in scatola. Alla fine della riunione, mentre i tre stavano raccogliendo le loro carte e si stavano avviando alla porta, Nixon aveva perfino fatto una battuta. «Mi raccomando, non fatevi beccare» aveva detto.

«Era uno dei suoi rarissimi momenti di giovialità» ha proseguito il Greco, sporgendosi verso di noi, «ma l’ho capito solamente dopo. In realtà, era sempre sul chivalà, non si fidava mai di nessuno. Non gli piacevano le persone che non mettevano al primo posto la lealtà assoluta nei suoi confronti, sospettava di quelli che, secondo lui, si consideravano superiori. E noi, ci odiava. “Sono dei fessi, sono degli stupidi, non sanno fare questo, non sanno fare quello…” continuava a ripetere a chiunque. Ai suoi occhi, eravamo tutti snob, liberals, Ivy Leaguers con la puzza al naso, che vivevano nei quartieri bene di Georgetown e sparlavano di lui ai cocktail. Eravamo comunisti. Sì, comunisti, o poco ci mancava. E ce l’ha dimostrato subito». Siamo rimasti a bocca aperta, George e io. Tom ha accennato un sorrisino indulgente e si è appoggiato di nuovo allo schienale.

«Non ci credete, vero? Eppure, dopo pochi giorni da quella riunione, Kissinger ha detto a Helms che tutte le nostre informazioni dovevano essere trasmesse soltanto a lui e che il presidente desiderava che il capo della Cia lasciasse le riunioni del Consiglio di sicurezza nazionale subito dopo aver fatto il suo rapporto settimanale. Nixon, insomma, non voleva neanche vederci e ci escludeva da ogni decisione. Lui e Kissinger volevano controllare e comandare da soli le operazioni clandestine e lo spionaggio, magari usandoli per i loro scopi… Ha perfino nominato un suo uomo come vicedirettore della Cia per spiarci… Una spia che spiava le spie per conto del presidente: roba da non crederci.’.

«Capisco» ha detto George, anche se non c’era niente da capire.

Tom K. si è unito gli indici sotto la punta del naso e ha chiuso per un attimo gli occhi. Chissà cosa vedeva nel fondo di quegli occhi chiusi, mentre raccoglieva i resti delle cose che gli erano successe.

«Poi» ha ripreso dopo un po’ «abbiamo scoperto che i nostri rapporti confidenziali non li leggeva nemmeno e che, le rare volte che lo faceva, non gli piacevano perché non sposavano le sue tesi. Quello che lui voleva era una claque, non un servizio di intelligence indipendente. Voleva che sottoscrivessimo e applaudissimo la sua politica, anche se la realtà la contraddiceva. Quando gli abbiamo detto che ai sovietici non gli passava neanche per la testa di sferrare per primi un attacco nucleare e che non avevano nemmeno la tecnologia per farlo, Nixon non ci ha visto più e ci ha trattato come pezze da piedi… Voleva che dicessimo il contrario, perché puntava su un sistema di difesa contro i missili balistici da miliardi di dollari, che invece per noi era inutile. Perciò non si fidava, non si fidava proprio. E infatti, quando lui e Kissinger negoziavano in segreto con i russi, i cinesi o i nordvietnamiti, noi ne sapevamo poco o nulla. Poi quei due ci hanno strigliato con disprezzo per un nostro rapporto troppo ottimistico sulla Cambogia. Poi ci hanno fatto imbarcare in un’operazione per spiare dei cittadini americani, anche se era vietato.

Ma Nixon diceva che, se lo decideva il presidente, allora non era illegale. E noi che cosa potevamo fare? Il boss della Cia era lui, e a noi toccava solo eseguire gli ordini. E poi.. Karamessines si è fermato un attimo, come se quei pensieri gli facessero ancora troppo male. «E poi» ha detto con una smorfia disegnata sulla faccia, «poi è venuto il Cile, la cosa più sgradevole che mi sia successa in tutti i miei trent’anni nella Compagnia.

A quel punto, Tom K si è rialzato con la solita fatica, si è stiracchiato con le mani sulla schiena ed è andato alla finestra. Ha scostato la tendina e ha guardato fuori, forse per cancellarci, o forse per scuotersi di dosso quei pensieri. Con gli occhi socchiusi e i denti stretti, fissava gli alberi, il sentiero, il lago, la luce che a poco a poco incupiva. Alla fine si è passato la lingua sulle labbra secche.

«Chi se lo scorda più quel pomeriggio del 15 settembre del 1970?» ha detto. «Tornato dalla Casa Bianca, Dick Helms è entrato nel mio ufficio a Langley. Non lo faceva mai. Di solito ero io che andavo su da lui. Era sconvolto, furioso, preoccupato. Senza un saluto, senza aprire bocca, senza manco sedersi, mi ha messo un bigliettino sulla scrivania. La sua scrittura, gli appunti dopo la riunione. ‘Forse una possibilità su dieci, ma salvare il Cile!’ c’era scritto. ‘Non badare a spese e non preoccuparsi dei rischi. Niente coinvolgimento dell’ambasciata. Disponibili 10.000.000 di dollari, di più se necessario. Lavoro a tempo pieno – gli uomini migliori che abbiamo. Piano operativo. Far urlare l’economia. 48 ore per piano d’azione.’

da Il fantasma dei fatti, di Bruno Arpaia, Guanda 2020

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