Dietro gli striscioni offensivi del BayernEcco perché i tifosi tedeschi odiano il presidente dell’Hoffenheim

Dietmar Hopp è l’uomo più contestato della Germania calcistica perché è il proprietario (in deroga) di una squadra di Bundesliga, in un paese dove vige la regola del 50+1 secondo cui i club devono avere come soci di maggioranza i sostenitori

Per chi segue il calcio, probabilmente queste giornate di psicosi #coronavirus – in cui non si capisce se la Serie A si gioca oppure no, se le partite le fanno a porte chiuse o aperte e se quelle saltate vengono recuperate qualche giorno dopo o addirittura fra tre mesi – lasciano un misto di incertezza e delusione: ci si trova in qualche modo privati della passione sportiva nazionale, e non si sa come riempire i pomeriggi del weekend.

Una soluzione alternativa per l’appassionato nostrano è quella di rivolgere lo sguardo ai campionati dei Paesi vicini, che finora si stanno svolgendo regolarmente, partite di cartello incluse: e una buona idea per lo scorso sabato pomeriggio era sintonizzarsi sulla Bundesliga per seguire la capolista, il solito Bayern Monaco, che faceva visita all’Hoffenheim, in piena corsa per un posto in Europa League.

I rossi bavaresi hanno sbrigato la pratica in fretta, visto che intorno all’ora di gioco stavano già sul 6 a 0: quando mancava poco più di un quarto d’ora alla fine, però, l’arbitro Christian Dingert ha dovuto interrompere la partita a causa di uno striscione esposto dai tifosi del Bayern, che prendeva di mira il proprietario della squadra avversaria, Dietmar Hopp, definito un Hurensohn (“figlio di”, e non credo serva completare la traduzione).

I giocatori e l’allenatore del Bayern sono andati sotto la curva cercando di convincere i tifosi a ritirare lo striscione, e sembravano esserci riusciti, tanto che l’incontro è ripreso. Quasi subito però il lenzuolone incriminato è riapparso, e l’arbitro ha nuovamente interrotto la gara, mandando addirittura i giocatori negli spogliatoi. Per una quindicina di minuti tutto è rimasto nel dubbio: poi i giocatori sono tornati in campo ma giusto pro forma, e non hanno fatto altro che passarsi la palla fino ad arrivare stancamente al novantesimo. Una scena davvero surreale.

Durante la conferenza stampa tutti hanno mostrato solidarietà a Dietmar Hopp, tuttavia non era la prima volta che il patron dell’Hoffenheim veniva bersagliato di insulti durante una partita. A settembre 2018 e a dicembre scorso l’avevano fatto i tifosi del Borussia Dortmund, in maniera così violenta che per tre anni non potranno più entrare nello stadio dell’Hoffenheim – e proprio contro questa sentenza è nato lo striscione dei supporter bavaresi. Una settimana fa invece erano stati gli ultrà del Borussia Mönchengladbach ad esporre uno striscione con un mirino puntato sul volto di Hopp, e addirittura lo stesso sabato in cui si è giocata Hoffenheim-Bayern un’altra partita (Borussia Dortmund-Friburgo) è stata interrotta sempre per gli insulti rivolti a Hopp.

Ma perché i tifosi tedeschi ce l’hanno tanto contro Dietmar Hopp? Per scoprirlo bisogna prenderla un po’ alla lontana, e capire come funziona la proprietà delle squadre di calcio in Germania – argomento tutt’altro che semplice.

Tradizionalmente le squadre di calcio tedesche sono sempre state nelle mani dei tifosi: guidate naturalmente da presidenti e dirigenti ma di proprietà esclusiva dei membri delle società sportive, cioè essenzialmente i sostenitori, che potevano acquistarne azioni e partecipare così alla gestione del club. In sostanza si trattava di organizzazioni no-profit: ogni forma di partecipazione esterna alla proprietà era severamente bandita. Naturalmente c’erano casi particolari, come il VfL Wolfsburg e il Bayer Leverkusen: uno emanazione della Volkswagen (come praticamente tutto nella Autostadt della Bassa Sassonia), l’altro fondato dal gigante farmaceutico che dà anche nome alla squadra. A parte questi, però, il divieto era tassativo. Un business model che garantiva dei vantaggi, come l’identificazione dei tifosi con la squadra e gli stadi sempre pieni, ma era alla radice anche di uno svantaggio non da poco, emerso con sempre maggiore evidenza negli anni Novanta: scarsa competitività, se si escludono un paio di fiammate, al di fuori dei confini nazionali. L’assenza di investimenti esterni alle società, infatti, rendeva il calcio tedesco drammaticamente impreparato a giocarsela in un mondo che ormai correva deciso verso i galacticos e i superteam, finanziati magari dai petroldollari dei fantomatici sceicchi o degli emiri qatarioti. Non potendo avere nessuna voce in capitolo sulla gestione delle squadre, né alcun ritorno economico, chiaramente nessun investitore aveva interesse a mettere soldi nei club tedeschi.

Così, nel 1998 la DFB (Deutscher Fussball-Bund, la Federcalcio tedesca) decise di aprire le porte alle privatizzazioni, ma con juicio: cambiare completamente la situazione sarebbe stato impossibile (anche perché i tifosi avrebbero fatto le barricate), e dunque venne varata la cosiddetta 50+1 Regel, la regola del 50+1. I club della Bundesliga e della Zweite Bundesliga (cioè la serie B) potevano accogliere nella proprietà anche investitori esterni, ma con un limite ben preciso: il 50%+1 dell’azionariato doveva restare nelle mani delle società sportive, secondo il modello tradizionale. Una via di mezzo che avrebbe garantito l’arrivo di nuovi capitali, visto che si apriva un nuovo spazio di revenue, ma al tempo stesso avrebbe mantenuto il controllo saldamente nelle mani dei club, che sarebbero comunque rimasti per legge azionisti di maggioranza.

E infatti se uno va a vedersi come sono strutturate le proprietà delle squadre tedesche, trova conferma al principio del 50+1: il Bayern Monaco, ad esempio, è posseduto al 75% dalla società sportiva, mentre il restante 25% se lo spartiscono colossi come Adidas, Allianz e Audi. Il Borussia Dortmund, invece, è per il 5,53% nelle mani della BVB 09 e.v. Dortmund, cioè appunto il gruppo sportivo, ma il 49% è invece spezzettato in azionariato diffuso, che significa essenzialmente tifosi e sostenitori a vario titolo.

La regola del 50+1 ha permesso in qualche modo di rendere le squadre tedesche più competitive, aumentando gli investimenti, mantenendo al contempo alcuni degli aspetti più caratteristici del Fussball teutonico, quelli a cui gli appassionati erano più affezionati – non ultimo il controllo del costo dei biglietti per lo stadio, molto più economici rispetto a quanto bisogna spendere per andare a vedere il Manchester City o la Juve. Come tutte le regole, però, ha le sue eccezioni: non vale, infatti, qualora un investitore privato abbia sovvenzionato una squadra per più di vent’anni. Ed è a questo punto che entra in gioco Dietmar Hopp.

Dopo aver militato da giovane fra le file dell’Hoffenheim, Hopp aveva scoperto di essere parecchio più portato per l’imprenditoria e l’informatica: dopo aver lavorato per l’IBM, nel 1973 fondò insieme a quattro ex-colleghi la compagnia Systemanalyse und Programmentwicklung, che poi divenne la SAP SE – proprio la casa produttrice di quel sistema gestionale che, se lavorate in un’azienda, è altamente probabile stiate usando in questo momento. Avendo accumulato una fortuna strabiliante, Hopp decise di investire nella sua squadra di gioventù: e ci investì così tanto, e così a lungo, che a un certo punto potè legittimamente presentare il caso dell’Hoffenheim alla DFB. Sostenitore della squadra per oltre vent’anni, potè ottenere una sospensione della regola del 50+1, e nel 2015 divenne così socio di maggioranza del club. Il punto però è che in questo caso il termine “maggioranza” è decisamente riduttivo: Hopp detiene infatti il 96% delle quote azionarie, mentre la società sportiva ha in mano un misero 4%. Si può quindi dire – caso praticamente unico nello scenario tedesco – che l’Hoffenheim sia roba sua.

È per questo motivo che i tifosi tedeschi gliel’hanno giurata: Hopp rappresenta – per certi versi ancora più della Red Bull, altro bersaglio storico della loro furia – proprio quella commercializzazione del calcio che vedono come fumo negli occhi. Per loro, Hopp è un imbroglione che cerca di aggirare la regola del 50+1 per tornaconto economico personale, e non per la mera gloria sportiva che invece dovrebbe essere alla base delle attività di un club. Certo la questione è opinabile: il fondatore di SAP ha investito nell’Hoffenheim un sacco di soldi (fino al 2015 350 milioni di euro, oggi chissà quanti di più), e l’ha portata dall’essere una squadretta di provincia a una presenza fissa nella parte sinistra della classifica della Bundesliga, oltre che una candidata perpetua a un posto in Europa.

Certamente ha fatto del bene al club, ed è probabilmente ragionevole che voglia ricavarne pure qualcosa: ma i tifosi tedeschi – gli altri – non gliela perdonano. Anche perché non sono in pochi, fra i manager delle squadre principali, quelli che spingono per un ulteriore allargamento della quota destinata agli investitori esterni: alcuni lo vedono come un modo per limitare lo strapotere interno del Bayern Monaco, ad esempio. Se si aprissero spazi per nuovi capitali, infatti, la storia dell’Hoffenheim – da Cenerentola a protagonista di primo piano – potrebbe diventare un modello più comune in Bundesliga; al tempo stesso però alcuni capisaldi dell’esperienza del tifo in Germania, dai biglietti a poco prezzo agli stadi con gli ancora più economici posti in piedi, potrebbero diventare solo un ricordo del passato. E i Fussballfan teutonici saranno pronti a pagare di più per vedere la loro squadra in Champions League?

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