Show imperdibileTiger King, le bestie sexy e la saga sulla follia americana

Non è una mini-serie sugli animali feroci, sulle loro movenze e fotogenia, ma una storia di uomini e donne terribilmente imperfetti

Certe cose in America è difficile che cambino. In Oklahoma, per esempio, in due minuti puoi comprarti un AK-47 al supermercato, o a una fiera paesana. E se sei uno dei tanti che vagheggiano “il richiamo della foresta” e vuoi metterti in giardino una tigre, una pantera, o un leone, è altrettanto semplice. Con cinquemila dollari un cucciolo di big cat ti arriva a casa, poi il problema di nutrirlo e governarlo è tutto tuo. La legge americana è fumosa sull’argomento e quella dei singoli Stati inesistente. Ci sono più cavilli se ti compri un barboncino, che una bestia da 250 chili. “Tiger King” comincia qui, a vostra disposizione su Netflix, in 7 appassionanti episodi da 45 minuti, magnetici come spesso accade con le crime stories documentaristiche di cui il servizio streaming più famoso del mondo è specialista.

Perché “Tiger King”, ovviamente, non è una mini-serie sugli animali feroci, sulle loro movenze e sulla loro fotogenia, ma una storia di uomini e donne a dir poco terribilmente imperfetti, anche se qui non è il giudizio a contare, e nemmeno la reprimenda morale. Eric Goode, il documentarista ambientalista che ha ideato e prodotto la serie, realizzandola sul campo con Rebecca Chaiklin in cinque anni di lavoro e con un’impressionante mole di materiali, non usa questa vicenda per perorare le tesi del Peta, la potente organizzazione americana per il trattamento etico degli animali, ma ci conduce in un viaggio alla scoperta delle ossessioni umane, delle relative trasgressioni, della contaminazione con l’esibizionismo, l’avidità, l’interesse, la violenza, la sopraffazione. E soprattutto con la moneta corrente dell’America più dispersa e lontana dal centro: il desiderio di uscire dall’anonimato, di mettere la faccia su qualcosa che provochi invidia, che attiri l’attenzione e che naturalmente rallegri il più presto possibile il proprio conto il banca.

Il “Tiger King” della storia si chiama Joe Maldonado-Passage, più noto come Joe Exotic – non un nome nuovo oltreoceano, perché negli ultimi vent’anni ha messo in atto ogni possibile tentativo per arrivare a un po’ di fama, incluso candidarsi per le presidenziali del 2016 e, visto l’esito raggelante dell’iniziativa, provare ancor più seriamente a diventare governatore dell’Oklahoma nel 2018, finendo la corsa con un onorevole terzo posto e con preferenze in doppia cifra. Joe però è anche moltissime altre cose, anzi, un’infinità: è un appassionato di big cats, di bestie feroci, di cui ha fatto il suo business fondando uno zoo vicino al confine col Texas dove governa 200 fiere di tutte le razze. Sottobanco è anche un mercante di tigri, che vende e consegna a domicilio in tutta la nazione (attività questa del tutto illegale). Poi è un gay bigamo, un cantante country non privo di ambizioni, una star dei social per appassionati di felini, il titolare di una web tv che tratta l’argomento nel più volgare e travolgente dei modi ed è soprattutto un tipo tremendamente sopra le righe, ma altrettanto carismatico, come solo in nella particolare mescola umana chiamata white trash se ne possono incontrare.

Sempre armato fino ai denti e col grilletto facile, pronto ad assoldare nel suo zoo una combriccola di ex-detenuti, spostati e perdenti, Joe Exotic ha creato un micro-mondo di cui è effettivamente sovrano e le cui leggi si rifanno al più greve individualismo americano, contro lo Stato, contro l’autorità, contro ogni forma di regola imposta. Una condizione mentale assurda, non fosse che diventa credibile se proiettata nello spicchio brutto e anonimo di Oklahoma sul cui sfondo si muove “King Tiger”, dove una passione incongrua come il circondarsi di enormi belve assume il significato di antidoto al deserto culturale, di narcisismo cafone, di strumento per fare un po’ di grana.

La saga di Joe è una follia americana: il suo viscerale odio per Carole Baskin, la concorrente che in Florida gestisce un altro zoo, venato di perbenismo e di pelosissimo amore per gli animali (un personaggio più inquietante di Joe: di lei scopriremo che si sospetta che abbia gettato il primo marito in pasto ai leoni); i suoi rapporti con altri affaristi di tigri, una galleria di selvaggi che culmina nella figura di Doc Antle, guru d’accatto alla guida di una setta di adoratrici – in pratica un harem personale; i mariti di Joe Exotic, ex-ragazzi divorati dalle droghe e da un’apatia proporzionale ai loro muscoli; e infine i federali, robotici rappresentanti della remota autorità centrale, quella che al culmine di sconnessi complotti da due soldi, sbatte Joe dietro le sbarre con una condanna a 22 anni per un cumulo di reati, con la più classica delle sentenze salomoniche.

Lo scandalo raccontato da  “King Tiger” è che gli americani vanno in solluchero davanti ai big cats, li trovano sexy, li associano a richiami erotici e a emblemi di potenza personale. Un delirio diffuso che fa sì che oggi in Asia vivano 4mila tigri e negli States qualcosa tra 6 e 10mila. Tutte in gabbia. Tutte come soprammobili da salotto, o attrazioni da circo. Un altro ghost in the machine dell’America del presente, ennesima dimostrazione di testarda ottusità e altro colpevole gap nella filiera animali-uomini di cui di questi tempi sentiamo parlare spesso. “Tiger King” è uno show imperdibile: perfino per capire meglio come non sia affatto strano che la nazione si ritrovi un presidente come Donald Trump.

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