Brevemente risplendiamo sulla terra"Tiger" Woods è un prodotto della guerra in Vietnam

Il padre del più grande giocatore di golf nel mondo, Earl, da colonello luogotenente fu spedito vicino al luogo del conflitto, in Thailandia. Lì incontrò Kultida Punsawad, ragazza di origini thai che faceva la segretaria presso l’ufficio dell’esercito americano a Bangkok

DAVID CANNON / DAVID CANNON COLLECTION / AFP

“Perché dicono tutti che è nero,” mi avevi chiesto qualche settimana prima ad Hartford, indicando Tiger Woods sullo schermo della tv. Hai strizzato gli occhi per mettere a fuoco la pallina bianca sulla piazzola di partenza. “Sua mamma è taiwanese, ho visto che faccia ha, ma dicono sempre che lui è nero. Non dovrebbero dire mezzo giallo, almeno?” Hai richiuso il tuo pacchetto di Doritos e te lo sei infilato sotto il braccio. “Come mai Little Dog?” Hai inclinato la testa di lato, in attesa della mia risposta.

Quando ti ho detto che non lo sapevo, hai inarcato le sopracciglia. “Cosa intendi dire?” Hai afferrato il telecomando e hai alzato il volume. “Ascolta bene, e dicci perché quest’uomo non è taiwanese,” hai esclamato passandoti una mano tra i capelli. I tuoi occhi seguivano Woods mentre faceva avanti e indietro sullo schermo, accucciandosi a intermittenza per calibrare il tiro. In quel momento non c’erano accenni alla sua ricombinazione etnica, e la risposta che volevi non è mai arrivata. Ti sei stirata una ciocca di capelli davanti al viso, esaminandola bene. “Devo procurarmi dei nuovi bigodini.”

Lan, che era seduta sul pavimento accanto a noi, senza distogliere lo sguardo dalla mela che stava sbucciando ha detto “Quel tizio a me non sembra taiwanese. Mi sembra portoricano.”

Tu mi hai guardato, ti sei sporta indietro e hai sospirato. “Tutte le cose buone vengono sempre da un’altra parte,” hai detto dopo un po’, prima di cambiare canale.

Quando siamo arrivati in America nel 1990, il colore è stata una delle prime cose che abbiamo scoperto anche se non ci capivamo niente. Durante quel primo inverno in cui abbiamo messo piede dentro il nostro appartamento con una sola stanza da letto nel quartiere a maggioranza latina su Franklin Avenue, le leggi del colore, e con esso le nostre facce, sono cambiate. Lan che in Vietnam veniva considerata scura, ora era più chiara. E tu Ma’, tu eri così chiara che potevi “passare” per bianca, come quella volta che eravamo da Sears e la commessa bionda, chinandosi per accarezzarmi i capelli, mi ha chiesto se ero “tuo o adottato.” Solo quando hai balbettato qualcosa nel tuo inglese mutilato e andato, a testa bassa, lei si è accorta del suo errore. Anche quando sembravi adatta per la parte, la tua lingua ti scopriva.

A quanto pare, non si “passa” l’America senza l’inglese.

“No, signora,” ho fatto notare a quella donna nel mio inglese da certificazione ufficiale. “È mia mamma. Sono uscito dal buco del suo culo e le voglio moltissimo bene. Ho sette anni. L’anno prossimo ne avrò otto. Sto bene. Io me la cavo, e lei? Buon Natale Felice Anno Nuovo.” Quel diluvio di parole coincideva esattamente con l’ottanta percento del linguaggio che possedevo all’epoca e ho tremato di pura gioia mentre le parole mi volavano fuori dal corpo.

Come tante madri vietnamite, eri convinta che parlare dei genitali femminili fosse un tabù, soprattutto con i figli maschi, quindi ogni volta che ti riferivi alla mia nascita dicevi che ero uscito fuori dal tuo ano. Mi davi uno schiaffetto giocoso sulla testa ed esclamavi, “Questo testone enorme mi ha quasi lacerato il buco del culo!”

Presa in contropiede, con la permanente ancora fresca, la commessa si è voltata e ha ticchettato via. Tu mi hai guardato dall’alto in basso. “Ma che diavolo le hai detto?”

Nel 1966, nel periodo tra le sue due missioni in Vietnam, Earl Dennison Woods, un colonello luogotenente dell’Esercito degli Stati Uniti, è stato spedito in Tailandia. Lì ha incontrato Kultida Punsawad, una ragazza di origini thai che faceva la segretaria presso l’ufficio dell’Esercito americano a Bangkok. Dopo essersi frequentati per un anno, Earl e Kultida si sono trasferiti a Brooklyn, New York, dove nel 1969 si sono sposati. Earl sarebbe tornato in Vietnam per un’ultima spedizione, dal 1970 al 1971, proprio prima che il coinvolgimento americano nel conflitto iniziasse a scemare. Una volta caduta Saigon, Earl si è ufficialmente ritirato dal servizio militare per cominciare la sua nuova vita e, cosa più importante, per crescere il figlio nato sei mesi dopo l’ultima partenza di un elicottero americano dall’ambasciata statunitense a Saigon.

Il nome di battesimo del bambino, stando a un servizio su di lui di ESPN che ho letto tempo fa, era Eldrick Tont Woods. Il primo nome era dovuto a una ricombinazione unica della E di “Earl” e K di “Kultida”. I suoi genitori – il cui appartamento a Brooklyn sarebbe stato spesso vandalizzato per via del loro matrimonio interraziale – avevano deciso di posizionarsi a ciascuna estremità del nome del figlio, come pilastri. Il suo secondo nome, Tont, era un nome tipico della tradizione thai scelto dalla madre. In ogni caso, poco dopo la nascita, il ragazzino aveva ottenuto un soprannome che un giorno sarebbe diventato noto in tutto il mondo.

Eldrick “Tiger” Woods, uno dei più grandi giocatori di golf nel mondo, è come te, Ma’. È un prodotto diretto della guerra in Vietnam.

Pubblichiamo un estratto tratto da “Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong (La nave di Teseo, trad. Claudia Durastanti, pp. 304, 18 euro)

Il padre del più grande giocatore di golf nel mondo, Earl, da colonello luogotenente fu spedito vicino al luogo del conflitto, in Thailandia. Lì incontrò Kultida Punsawad, ragazza di origini thai che faceva la segretaria presso l’ufficio dell’esercito americano a Bangkok