Il ritorno della DittaUn anno di Zingaretti, estroverso come Veltroni, furbetto come D’Alema, ma più simile a Bersani

Ritratto del segretario del Partito democratico: ha riportato i suoi al governo, sopportato due scissioni e tenuto l’Emilia-Romagna. Bilancio positivo? Dipende da dove lo si guarda

Nicola Zingaretti è al Nazareno da esattamente un anno, gran vincitore delle primarie del 3 marzo 2019 contro Maurizio Martina e Roberto Giachetti, anzi vincitore in qualche modo «inevitabile» essendo il solo non invischiato nella stagione renziana su cui da un anno appunto è calata una damnatio memoriae che prosegue in forme anche più torve.

Un anno di Zingaretti e la renzizzazione del Pd scompare, direbbe la canzone, né la scissione di Italia viva, stando ai sondaggi, impensierisce più di tanto, semmai è quella specie di misteriosa colla che lo inchioda al 20% a dare qualche ansia. Un bilancio, dunque, non è facilissimo da fare, tantomeno sfrondandolo da impressioni soggettive, ché il Pd appare sempre più come quei calciatori di cui non si sa mai bene se sono stati bravi o no, prodighi di buone intenzioni ma anche protagonisti di tanti svarioni: dall’annuncio della mitica app che doveva essere la Rousseau del Pd a quello, ben più politico, del superamento dei decreti sicurezza e della battaglia per lo ius culturale (Bologna, 17 novembre), perduti come conchiglie nella sabbia sia il primo che la seconda, congressi di vario tipo annunciati e mai fatti, una lunga assenza del gruppo dirigente fino alla recentissima nomina di una segreteria di 25 (venticinque) persone, l’elevazione di Giuseppe Conte a punto di riferimento del progressismo italiano, l’inseguimento del giustizialismo ai confini del davighismo, l’accarezzamento dei grillini nella versione dell’alleanza strategica poi fungibile, anzi complementare, alla ricerca dei responsabili perduti di fabbricazione bettiniana, e via dicendo.

Malgrado gli sforzi generosi dei Romani insediatisi al secondo piano del Nazareno in luogo dei Fiorentini, il partito, dal punto di vista organizzativo, è quello che è, una creatura indifesa e con ben poco sostentamento, giacché l’opera di Luigi Zanda a poco o nulla ha portato, con la cassa integrazione per i dipendenti che continua fino a agosto e poi si vede: bisognerebbe inventarsi qualcosa di nuovo, anzi, d’antico, tipo il finanziamento pubblico dei partiti, ma chi glielo dice agli «alleati strategici»? Alleati? Attenzione, che Zinga potrebbe mangiarseli, i grillini, più per demerito loro forse, ma passerebbe alla piccola storia italiana.

Ma da punto di vista strettamente politico, l’anno zingarettiano ha sorprendentemente riportato il Pd al governo, grazie agli odiati Mattei – Salvini ha distrutto il Conte 1, Renzi ha creato il Conte 2 – e la squadra di ministri e sottosegretari fa nonostante tutto la sua figura, soprattutto a cospetto delle flosce performance dei colleghi ministri pentastellati: e così nella sfigatissima Italia del 2020 Gualtieri, Amendola, Guerini, Franceschini – per fare qualche nome – funzionano, e si ha la sensazione, o qualcosa di più, che il Pd sia diretto da loro più che da Zingaretti, il quale sembra essersi accollato l’impegno di tenere tutti buoni, stemperare, sopire, mediare, e sempre col sorrisone sulle labbra (che poi sarebbe meglio, di questi tempi, se ne limitasse l’uso), sorridere sorridere sorridere a Elly Schlein, a Enrico Letta, a Emiliano, a De Luca, a tutti o quasi.

Sottotraccia il segretario tocca i tasti giusti per spostare piano piano a sinistra l’asse culturale e politico del partito, lo staff romano è de sinistra, è il momento degli economisti arcikeynesiani, e lo fa col suo tocco personale che non prevede strappi occhettiani, innovazioni lingottesche o riflettori leopoldini e comunque sempre bilanciandosi dall’altra parte, come insegna il Bettini memore dei Chiaromonte e dei Bufalini amati in gioventù. Un giorno si apre, un giorno si chiude, un giorno doppioturnisti, un altro proporzionalisti: c’est la vie. Non è veloce, Zingaretti, non lo è per formazione e per carattere, non ha la cultura di un Cuperlo o l’attivismo riformista di un Bonaccini, estroverso alla Veltroni e a volte furbetto come D’Alema, anche se il più simile è lo zio Bersani, pacioso fuori e tosto dentro. Il tutto con l’andatura di un Felice Gimondi, passista puro che però seppe vincere Giro e Tour. E infatti il mantra dei suoi è questo: dite quello che vi pare ma Nicola è uno che vince. Emilia docet. Vedremo il 31 maggio, l’aria è molto strana.

Certo dalla sua Zingaretti ha il pregio di non spezzare mai il filo di un racconto tranquillamente sussurrato, pur in un’epoca di alti strepiti e luci sparate. In questo anno ha retto, e regge, il Pd, addirittura sembra sempre che stia lì pronto a contendere l’egemonia alla destra arrembante, come un atleta che sta per effettuare il salto della sua vita ma che sul più bello s’infranga sull’asticella. Pare un destino cinico e baro, questo di un partito che prova sempre a ripartire e che vede il traguardo spostarsi sempre più in là: che fare, dunque? Come saldare istanze di buongoverno riformista con l’imborghesimento della rabbia che non è non più cosa solo di operai e contadini? Che fare nell’Italia isterica del Coronavirus e dei buffi in banca? Non sarebbe facile per nessuno, diamone atto a Nicola Zingaretti. Il quale dopo un anno che pare valerne dieci osserva dalla sua stanzetta in fondo al secondo piano del Nazareno se stesso, e quando il dubbio di non farcela lo assale, come antidoto si rimette al lavoro confidando nella tenuta della neoditta e nella Fortuna che sempre lo ha assistito: che la Dea non si scordi di lui, proprio adesso che tutto pare impossibile.

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