Contadini popVivere, coltivare e mangiare a ritmo di musica e delle stagioni

Maurizio Carucci, frontman della band genovese Ex-Otago, da 10 anni divide la vita con la compagna Martina in una cascina custodita dagli Appennini: mentre lavorano i campi e si prendono cura della vigna, conservano la loro doppia anima, nata e cresciuta in città prima della svolta

Foto di Alessandra Lanza ©

Dei Millennial farmers, cioè di quei giovani che hanno abbracciato il ritorno alla terra, preferendo la vita contadina a un altro tipo di carriera, anche a discapito dei titoli di studio, si parla già da un paio d’anni. Nel 2018 si sottolineava il primato italiano per giovani impiegati nell’agricoltura rispetto al resto dell’Unione Europea, complici anche i fondi stanziati per lo sviluppo rurale. Stando ai nuovi dati diffusi nel 2020 da Coldiretti, sono oltre 56mila i giovani under 35 alla guida di imprese agricole, con un aumento del 12% negli ultimi 5 anni. Ci si è resi conto che l’agricoltura è in grado di creare occupazione e di portare profitto, e il nostro Paese, oltre a numeri importanti, vanta anche l’agricoltura più green d’Europa. Ma quando si parla di ritorno alla terra, non si racconta solo di un investimento in termini economici, bensì di una vera e propria scelta esistenziale che cambia radicalmente le abitudini di chi l’ha intrapresa, soprattutto quando si ragiona in piccola scala.

Questa scelta Maurizio Carucci, nato nel quartiere Marassi di Genova, quello dello stadio, l’ha fatta vent’anni fa, insieme alla “gavetta” nelle aziende agricole in cui ha imparato a lavorare la terra. Oggi ne ha quaranta e si prende cura dell’orto, dei vigneti e degli animali di Cascina Barbàn, fondata con la sua compagna Martina Panarese nel 2011 in Val Borbera, un territorio rimasto selvaggio e progressivamente abbandonato negli anni Sessanta e Settanta, cinto dagli Appennini che corrono tra Piemonte e Liguria verso l’Emilia Romagna, toccando la Lombardia. Lui nel frattempo continua con il suo mestiere di cantautore e di frontman della band Ex-Otago, fondata nel 2002, allontanandosi qualche volta dalla campagna per calcare il palco, ma le loro giornate, lontane la città, non vengono più scandite dagli orari d’ufficio e dal traffico, ma dal ritmo perfetto e imprevedibile della natura, dal sorgere del sole e dal suo tramonto, dalle stagioni che dettano le priorità e dalla terra che non concede giorni di vacanza, insegnandoti presto che non si può rimandare.

«Nel 2004» racconta Carucci, «lavorando per un’azienda agricola in Valle Scrivia, mi sono reso conto che avrei voluto passare la mia vita a fare il contadino. Nel 2009 ho conosciuto Martina e desiderosi di mettere in piedi un progetto nostro abbiamo cercato un posto in cui svilupparlo.» Ed ecco che dopo varie esplorazioni della zona, partendo in automobile dalla città di Genova e spostandosi sempre un po’ più in là, hanno raggiunto Figino, Frazione di Albera Ligure, dove hanno trovato il cartello “Vendesi rustici”. «Qui era tutto un rudere» raccontano, «non c’era nemmeno una strada, ma solo quella casetta in pietra in cui ora abitiamo.» Al piano di sotto ora c’è una piccola cucina, in cui a seconda della stagione si preparano i cavoli dell’orto o la fagiolana bianca tipica di Figino, e al piano di sopra bagno con vista sul bosco e camera da letto. Hanno subito capito che era il posto giusto e hanno deciso di far rivivere le vecchie cantine una volta famose nella zona, sapendo che prima di poter produrre il loro vino ci sarebbero voluti anni e pazienza. Solo per rilevare i terreni hanno all’epoca dovuto conquistare la fiducia e mettere d’accordo oltre 25 proprietari.

«L’obiettivo di Cascina Barbàn,» continua Carucci, «è stato fin da subito quello di coltivare e produrre cibo di qualità e naturale, consapevoli che ce ne fosse un gran bisogno, e di incidere positivamente sul questo territorio». È dimostrandolo che quella fiducia è stata loro accordata. Oggi lui e Martina, che hanno rimesso in sesto le cantine e costruito nuovi spazi, accolgono i loro ospiti con la vista sui vigneti e offrono una tazza di tisana preparata sulla stufa con le erbe raccolte durante una passeggiata in montagna, o un bicchiere del vino che hanno finalmente imbottigliato nel 2018, la prima annata messa in vendita lo scorso autunno dopo anni di fatiche insieme ai loro soci, Pietro Ravazzolo e Maria Lúz Principe. Con loro, che lo scorso anno hanno abbandonato Torino per raggiungerli sull’Appennino insieme ai figli, portano avanti l’idea di “Vino, cibo e comunità” che fa da motto alla cascina.

«La nostra idea di comunità» spiega Martina, che prima di seguire Maurizio e di rivoluzionare la propria vita è sempre stata legata agli spazi urbani, «è quella di comunità diffusa, con una solida base di mutuo aiuto e di scambi di ogni tipo, ma mantenendo ognuno la propria indipendenza.» Ci è voluto qualche anno per crearla, e oggi sono molti i ragazzi italiani e stranieri che tramite il Wwoof, organizzazione internazionale che mette in contatto le fattorie biologiche con chi vuole fare un’esperienza di vita rurale, li raggiungono per dar loro una mano in cambio di vitto e alloggio, per mettersi alla prova o prendere spunto da questa esperienza e avviare qualcosa di proprio. Insieme al concetto di comunità, per i fondatori di Cascina Barbàn è fondamentale anche quello di biodiversità. Le vigne che danno i loro rossi e i bianchi sono le ultime vigne della Val Borbera piantate negli anni Cinquanta. «Sono vigne miste e antiche» spiega Maurizio, «con un carico di biodiversità straordinario, 30 varietà per vigneto. Tutte le operazioni vengono da noi effettuate a mano e secondo procedimenti naturali, senza l’aggiunta di lieviti o solfiti.»

Cantina Barbàn è stata inaugurata a novembre 2019, con le prime 2mila bottiglie, presentate attraverso numerosi eventi e degustazioni per seminare il più possibile e raccogliere il prossimo anno, facendo conoscere non solo il proprio vino, ma tutta la valle. Grazie anche al loro impegno e alle numerose iniziative di promozione – come il festival di arti e musica Boscadrà, che porta ogni estate un weekend di laboratori e concerti dopo i quali ci si accampa per dormire sotto le stelle – negli ultimi 10 anni, in Val Borbera, le nuove realtà agricole sono aumentate, insieme alle persone che come Maurizio e Martina hanno a cuore la promozione del territorio. «Questa valle» racconta lei, «ha tutto quello che serve per vivere dignitosamente, lavorare, accogliere: è un libro bianco dove c’è spazio per chiunque abbia voglia di fare.» Per questo Maurizio si spende per rendere l’Appennino pop come la sua musica, con le quotidiane storie su Instagram ambientate in cascina, portandone in giro il modello e con un documentario presto in uscita in cui lui stesso lo racconta. «Queste, come tutto l’Appennino, vengono definite aree interne, depresse, marginali, ma noi crediamo che siano aree ‘allegre’, che in questo momento storico possono offrire qualcosa, e fungere da laboratorio per costruire nuove vite, nuovi sistemi, nuovi modi di stare dentro la campagna.»

Con la loro duplice attitudine, da un lato estremamente rurale ed essenziale, dall’altro contemporanea, mondana e legata agli eventi, i fondatori di Cascina Barbàn, sono il primo esempio di biodiversità, della capacità di adattarsi, e di quel modo di vivere che forse potrebbe salvarci. «La cosa più grande che ho trovato qui» conclude Maurizio, «è una sorta di religione che ha saputo darmi risposte e rassicurarmi. Nella natura io ho scoperto tutto: i colori, la tecnologia, gli odori, le fotografie nei miei occhi, la vita, la morte, la bellezza. Non ci sono capi, eppure ogni cosa ha un ruolo. Mi piacerebbe che sempre più persone potessero capirlo.»