FuturibileLa cucina domestica nel post Covid-19

Il coronavirus avrà un impatto anche sul luogo fisico al centro della nostra vita quotidiana. Imma Forino, docente di Architettura degli interni, ci spiega come cambierà

George Nelson, Food Preparing Unit, 1943

Sospesi tra due poli opposti, quando pensiamo al cibo in queste settimane. Da un lato abbiamo riscoperto il piacere della preparazione in casa – a volte con degenerazione ossessivo-compulsiva, basta scrollare una chat qualsiasi per trovare condivise con amici e parenti foto di ogni genere di prelibatezza realizzata in proprio. Dall’altro – e lo dicono i dati dei grandi operatori del delivery – proprio i nuclei familiari, tradizionalmente lontani, si sono gettati in massa su questi aggregatori digitali. Perché il pasto fuori, con tutta la sua valenza sociale, è abolito, e lo sarà ancora fino al 1° giugno, e dopo non sarà lo stesso che conoscevamo. C’è di più, su questo secondo “polo”. Il mercato del delivery, che oggi vale decine di miliardi di dollari, potrebbe valerne 365 nel 2030. Lo sosteneva, nel 2018, un rapporto della banca svizzera Ubs. Quel report cita addirittura quanto avvenne nel passaggio – novecentesco – dai vestiti cuciti dalle massaie in casa rispetto a quelli confezionati e acquistabili nei negozi. Insomma, il prezzo del cibo in consegna sarebbe orientato alla discesa, fino a diventare conveniente quanto il cibo cucinato. Sostituendolo, potenzialmente.

Certo, la previsione andrà aggiustata visto quello che sta capitando. Ma in quale direzione? Molti esperti di esperienza di consumo sostengono che anche dopo il ritorno alla normalità, qualcosa in più resterà nelle nostre abitudini. Avremo imparato ad apprezzare il delivery più in fretta, forse usciremo dalla condizione di “mercato acerbo” rispetto agli altri Paesi europei.

Nel dubbio tra più o meno cucina casalinga, che fine farà la cucina – intesa come luogo, come locale della casa – nel mondo post Covid-19? Imma Forino, docente di Architettura degli interni e Allestimento del Politecnico di Milano, è autrice di una “storia culturale” della cucina (“La cucina”, Einaudi). Uno studio sull’evoluzione della stanza in cui prepariamo il cibo, intesa sia come spazio organizzato e abitato, che come culla del senso più profondo della socialità e della vita dell’animale culinario (noi). «Se immaginiamo un futuro in cui possa ricapitare di frequente l’isolamento per ragioni sanitarie, questo richiederà probabilmente più attenzione all’igiene e al modo di relazionarsi, e il progetto di questo spazio ne risentirà. Oggi è scenografico, si è aperto anche al soggiorno e ad altri usi, soprattutto alla socialità. È una cucina-palcoscenico dove esporsi ed esibirsi davanti agli ospiti (ed è una tendenza che vediamo anche nella ristorazione con i laboratori o cucine a vista). Ospita soluzioni all’avanguardia e design raffinato, prima quasi esclusiva del soggiorno. Tutti gli oggetti destinati alla cucina – arredi e sistemi organizzati – tendono ad esaltare tecnologia ed estetica. Il mercato ha portato a una cucina che si trasforma, con piani che scorrono e rivelano o celano i fuochi, cappe che scompaiono, grande uso di elettronica, strumenti manovrabili a distanza e materiali ripresi dalla cucina professionale».

«La cucina che immagino», continua Forino, «potrebbe tornare ad essere un locale separato». Il riferimento è a uno dei più noti prototipi della cucina razionalista europea, la “cella operativa” firmata da Margarete Schütte-Lihotzky. «Un modello di cucina staccata dal resto della casa, di dimensioni ridotte, in cui può operare una sola persona – naturalmente la donna, siamo negli anni 1926-’28». Lo schizzo che la docente tratteggia – accettando l’invito un po’ scherzoso di Gastronomika – si rifà a quel modello, «con, però, degli spazi di decontaminazione in ingresso e uscita, per lavarsi le mani. Separata sì, ma allo stesso tempo tutto deve avvenire in trasparenza totale e in modo che il contatto visivo tra spazio-laboratorio e zona dove il pasto viene consumato possa restare». Una persona alla volta chiusa nel suo ambiente di lavoro, ma in contatto perenne: «Credo che torneremo alla “cella operativa”, ma senza perdere la connessione tra cucina e resto della casa a cui la contemporaneità ci aveva portato». Sullo sfondo, «balcone e orto casalingo, riscoperti per via delle limitazioni al movimento e all’approvvigionamento. Come nel progetto di George Nelson, che negli anni ’40 ideò una serra per le erbe aromatiche interposta tra il piano di lavoro e una vetrata panoramica».

Chi ci entra, in questa cucina più piccola, tutta incastri funzionali all’operato di una sola persona? «Non immagino una cella in cui è rinchiusa una donna, assolutamente. Gli uomini e i padri hanno ormai acquisito un ruolo operativo che non verrà spazzato via, al netto di differenze culturali e territoriali. Allo stesso modo, non credo che possiamo davvero pensare che la cucina sparisca dalle nostre case. Ce ne vorrà, prima di pensare di vedere il food delivery uccidere la cucina come il luogo che conosciamo».

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