RipartireLe aziende riaprono, e fanno i conti con i nuovi protocolli di sicurezza

Da settimane le imprese corrono e cercano di riorganizzarsi. Prima di comitati e task force, hanno cominciato a immaginare autonomamente come tutelare i dipendenti e come investire in misure di igiene e di distanziamento sociale

Lillian SUWANRUMPHA / AFP

Come cambia la sicurezza all’interno delle fabbriche dopo il lockdown? Da settimane le aziende corrono e cercano di riorganizzarsi. Prima di comitati e task force, nel caos di protocolli e ipotesi. Con un governo che è sembrato in ritardo sulla preparazione di una fase due sempre più vicina, gli imprenditori si sono mossi in ordine sparso, spesso in solitudine. 

Il mondo nuovo è fatto di spazi di lavoro distanziati, termoscanner, mascherine e tamponi. «Non possiamo più perdere tempo». Massimo Cecchini è amministratore delegato della Str Automotive, azienda di 300 dipendenti che produce componentistica auto, tra gli altri, per Ferrari e Maserati. La sua azienda è a Pesaro, una delle province italiane più colpite dal virus. Cecchini ha speso 18 mila euro per fare i test sierologici ai lavoratori in vista della riapertura. 

«Abbiamo acquistato i test quantitativi, quelli con il 95 % di attendibilità. L’intenzione è di ripeterli ogni 20 giorni per avere uno screening preciso. Abbiamo scoperto asintomatici potenzialmente contagiosi, oppure persone che avevano avuto una forte influenza, ma senza tampone, che sono risultati positivi e ancora contagiosi. Lavoratori che non potranno rientrare in azienda». 

Ma una parte dei test, regolarmente ordinati, è stata bloccata. «Pare siano stati chiusi i canali di approvvigionamento. Non sappiamo se il blocco arrivi dal Ministero o dalla Regione. Vogliamo far ripartire la nostra attività in sicurezza, ma così ci tagliano le gambe. In questo Paese siamo degli specialisti nell’allungare il brodo e i tempi, mentre all’estero sono già tornati a correre. Pensi a una cosa: se noi con i nostri mezzi limitati in venti giorni siamo riusciti a fare queste analisi e i controlli, quante cose potrebbe fare lo Stato?». 

Nell’azienda pesarese, chiusa dal 23 marzo, si sono mossi da subito attivando un monitoraggio sanitario quotidiano dei lavoratori attraverso un database. Ma anche tappeti disinfettanti nello stabilimento e segnaletica Covid. «Il virus sarà il nostro nuovo compagno di vita – riflette Cecchini – dovremo conviverci e gestirlo. Non si può azzerare il rischio, ma dobbiamo proteggerci e conoscere. Non vorremmo fermarci di nuovo, magari per altre ondate del virus. La chiusura delle attività è stata quasi generalizzata anche all’estero, e l’abbiamo sopportata. Ma se un domani le aziende italiane dovessero fermarsi ancora per il coronavirus, mentre negli altri Paesi hanno ricominciato a correre, questo significherebbe la morte per le nostre imprese».

Chi non si è mai fermato durante il lockdown ha dovuto adeguarsi in corsa alla rivoluzione della sicurezza. «Era impossibile essere preparati davanti a un’emergenza del genere. Ci siamo presi la responsabilità di agire anche in assenza di notizie certe e siamo stati anticipatori di molte misure. In una situazione così delicata bisogna diventare più realisti del re». Massimiliano Pogliani è l’amministratore delegato di Illy, multinazionale del caffè presente in 140 Paesi, con 1300 dipendenti. In tempi di pandemia, il business si è dimezzato, la produzione continua. «Ci siamo preparati al peggio. Non è il momento delle lamentele, è il momento del fare». 

Negli stabilimenti di Illy è stato attivato un comitato di crisi aziendale. Avanti con le misure di distanziamento e la misurazione della febbre a chiunque entri in azienda. Sono stati estesi anche gli spazi. «Abbiamo aggiunto container con spogliatoi e docce per evitare affollamenti dei lavoratori. Ogni turno – spiega Pogliani a Linkiesta – viene svolto sempre dalle stesse persone, così se capitasse un caso di contagio, potremmo isolare quel gruppo senza dover chiudere tutta l’azienda». Negli stabilimenti in cui si produce la bevanda simbolo della socialità, le pause caffè «non saranno più conviviali come prima». E aumentano i turni di pulizia, con squadre fisse e gruppi specializzati per sanificare le fabbriche. Anche con l’ozono.

Uno dei punti cruciali della fase due, infatti, è quello dell’igiene di negozi, uffici e trasporti. In queste settimane le richieste di sanificazioni in aziende e enti sono aumentate del 500 per cento. «Un procedimento indispensabile, ora nessuno vorrà più salire su un aereo che non sia stato sanificato o entrare in un negozio che non sia igienizzato. La figura del “cleaning man” diventerà fondamentale, darà sicurezza alle persone». Lorenzo Mattioli è il presidente di Anip, l’associazione di Confindustria che riunisce le imprese di pulizie. Il settore conta 500 mila addetti, spesso invisibili, che lavorano mentre gli altri dormono.

Le sanificazioni sono procedure approfondite, che solitamente comprendono tre fasi: una di vaporizzazione, una di ionizzazione e poi un’asciugatura con materiali speciali. Si usano anche macchinari robotizzati, alcuni dei quali arrivano a costare 50 mila euro. I costi del servizio? Dipendono dalla grandezza degli stabilimenti e dal numero di persone che li frequentano. Ma il presidente di Asip fa una stima: per un’azienda di 300 dipendenti, la spesa per la sanificazione potrebbe arrivare al 5 per cento del fatturato. Un investimento, appunto.

In molti, ora, propongono pulizie a basso costo. «In questo periodo stanno nascendo imprese come funghi. Ogni giorno ricevo 100 richieste di iscrizione alla nostra associazione. Muratori, imbianchini, dentisti, farmacisti vanno alla Camera di Commercio e si improvvisano sanificatori. Hanno capito che è un business. Ma come fanno le sanificazioni? Con quali macchinari e prodotti? Se negli ospedali le pulizie non fossero state fatte secondo protocolli certificati, avremmo assistito a vere e proprie stragi. E se i condotti di areazione delle varie strutture fossero stati puliti prima, il contagio sarebbe stato contenuto». 

In più, Mattioli aggiunge un dettaglio inquietante: «In Lombardia, per la pulizia degli ospedali, sono state fatte gare al massimo ribasso con sconti del 50 per cento. A quelle cifre c’è qualcosa che non va, è difficile garantire servizi all’altezza». 

Ora il settore delle pulizie diventa centrale per la ripartenza. Eppure a Palazzo Chigi sembravano essersene dimenticati. «Nella task force di Colao – spiega Mattioli – non c’è nemmeno un esperto di sanificazioni. C’è molta approssimazione al governo. Siamo stati lasciati soli nel pieno dell’emergenza, senza mascherine e senza regolamenti. Quando il premier Conte aveva annunciato la chiusura delle attività, specificando le aziende che avrebbero potuto continuare, si erano dimenticati del nostro codice Ateco. Se non avessimo fatto fuoco e fiamme, i nostri operatori non avrebbero potuto pulire i reparti di terapia intensiva degli ospedali. Solo Papa Francesco si è ricordato di noi. Alla benedizione Urbi et Orbi ha ringraziato gli addetti alle pulizie». E la fase due non è nemmeno cominciata.