Dopo il virusIl report che svela come sarà la quotidianità quando ripartiremo

Notizie su come ci organizzeremo una volta usciti dalla quarantena: non sarà un ritorno alla normalità e lo abbiamo capito, e una serie di cambiamenti possiamo immaginarli fin da adesso

Come si diffonde il coronavirus, chi colpisce, chi deve lavorare e chi no, sono cose che si intuiscono in chiave qualitativa, ma vediamo cosa accade passando a quella quantitativa. Non ci sono vere sorprese, ma conferme di quanto si sospetta. I numeri si trovano qui: INAAPP – Policy Brief, n. 16 – aprile 2020

Rischio malattie. I lavoratori nei settori maggiormente esposti al rischio di malattie e infezioni lavorano, è ovvio, prevalentemente in stretta vicinanza fisica con altre persone. In particolare, quelli del settore sanitario riportano i valori più alti. Un alto rischio è presente tra i settori dell’istruzione pre-scolastica e degli asili nido.

Rischio prossimità. Gli insegnanti del settore pre-scolastico e degli asili nido riportano i valori più alti, senza peraltro avere la stessa possibilità di proseguire il proprio lavoro da remoto come, invece, accade ai loro colleghi del comparto della scuola primaria e secondaria e dell’università.

Occupazione. La maggior parte delle professioni altamente esposte ai contatti interpersonali opera nel settore dei servizi (dove è compresa l’assistenza sanitaria) e nel commercio al dettaglio. La manifattura occupa la maggior parte dei propri lavoratori nella parte centrale di una distribuzione che calcola il rischio di vicinanza fisica. Nell’agricoltura, infine, troviamo la maggior parte dell’occupazione con poca o nessuna prossimità fisica.

Lavoro da remoto. I settori dove il lavoro da remoto è maggiormente fattibile sono le attività professionali, scientifiche e tecniche, quelle finanziarie e assicurative, la Pubblica Amministrazione, e la maggior parte dei servizi professionali, tutti settori che non sono stati coinvolti dai decreti di sospensione. Le attività dei servizi di alloggio e ristorazione e del commercio all’ingrosso e al dettaglio – registrano una predisposizione al tele-lavoro molto più bassa.

Notizie dall’industria. Accordo lontano tra le parti sociali. I sindacati – dopo, che per la prima volta nella storia delle relazioni industriali, hanno indetto uno sciopero per non lavorare – insistono nella loro linea massimalista. Non si apre finché non lo dice il medico. Con buona pace dell’impatto economico (Vedi Briefing note McKinsey). Intransigenti anche gli imprenditori. Il sistema Confindustria naviga a vista.

La Presidenza Boccia è ormai scaduta e la nomina del nuovo board è fissata per il 16 aprile. Non è escluso un nuovo slittamento. Tra associazioni territoriali e quelle di categoria però non si arriva a una quadra. Tutti d’accordo sulla necessità di riaprire le fabbriche perché, più passa il tempo, più si rischia il vuoto occupazionale. Il problema è che questo messaggio non fa presa sull’operaio. 

Safety first. La sicurezza in fabbrica dev’essere il primo messaggio che le imprese devono trasmettere ai propri collaboratori. L’Italia infatti è paese del reddito di cittadinanza e con una tradizione plurisecolare per cui, a ogni disastro, si attende l’intervento salvifico di una “mano invisibile” dall’alto. L’idea del vuoto di filiera o quella della perdita di contratti non fanno breccia nel sentiment dei lavoratori. 

All’operaio il rischio default importa poco. È un messaggio che infonde terrorismo psicologico. «Stai a casa, altrimenti ti prendi il virus» invece ha senso. 

Buone pratiche. La community degli imprenditori non è una massa compatta. C’è chi ha le idee chiare e altri che, senza attendere ordini di scuderia, è già uscito dai box. Fca – che non è iscritta a Confindustria – ha siglato in autonomia un accordo con le organizzazioni sindacali nazionali per riaprire gli stabilimenti. 13 pagine di “istruzioni per l’uso”, in cui si parla di pulizia, igienizzazione e sanificazione dei luoghi di lavoro. 

Operazioni che prevedono la validazione da «virologi, esperti nell’analisi e nella valutazione delle misure di prevenzione e profilassi nella presente situazione pandemica». Le parti si impegnano inoltre a «garantire l’informazione del personale (interno ed esterno) tramite un pacchetto di informazioni che includa le misure e le regole attuate nei locali aziendali, da inviare tramite Whatsapp/e-mail e da rendere disponibile sul posto di lavoro». 

Opening strategy. C’è chi consapevole che il virus possa circolare nel mondo anche per altri due anni. Si spinge quindi per un piano di riaperture, definito con criteri sanitari che, a loro volta, stabiliscano quali fasce di lavoratori possano tornare in fabbrica e quali no. Si dovrebbe partire da un’indagine di chi è rimasto aperto in queste settimane, capire come sono andate le cose e come sono state applicate le norme. 

Se è ragionevole pensare di cominciare a riaprire a partire dal 3 maggio e ci vogliono minimo 15 giorni per fare il piano e altri 15 per preparare le aziende. Non c’è tempo da perdere quindi. È urgente stabilire chi fa il piano. Governo e parti sociali devono per forza confrontarsi.

Plastica, abbiamo sbagliato. EuPc, l’associazione europea dei produttori di packaging in plastica, ha scritto alla von der Leyen per bloccare la direttiva Ue che dovrebbe vietare gli imballaggi plastici. Il packaging plastico, in questo momento, è fondamentale. Sia per l’imballaggio e la consegna di prodotti alimentari, sia per ragioni igienico-sanitarie. Come cambiano le cose: in un mese la plastica passa dall’essere il peggior nemico, al materiale per eccellenza nella preservazione della sicurezza alimentare.

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