Divisione nazionaleGli inutili incontri tra Conte, Salvini e Meloni per affrontare l’emergenza

I leader del centrodestra portano a Palazzo Chigi proposte già uscite sui giornali, senza un asso nella manica che possa stupire il presidente del Consiglio e gli italiani. Dietro, probabilmente, c’è un piano elettorale

Andreas SOLARO / AFP

Gli incontri fra Giuseppe Conte e i capi della destra vanno sempre male, e la cosa sta diventando imbarazzante. Ogni volta – è successo anche ieri mattina – Matteo Salvini e Giorgia Meloni portano a Palazzo Chigi proposte già abbondantemente uscite sui giornali e senza quell’asso nella manica in grado di suscitare un minimo di attenzione da parte del presidente del Consiglio. Il quale, a Meloni che ribadiva l’idea dei mille euro a tutti (finita sui social come una trovata da Cetto Laqualunque), ha risposto con un sarcastico “magari!” che la dice lunga sullo stato dei rapporti. In più, il premier ha bacchettato Salvini accusandolo di soffiare sul fuoco a proposito del pasticciaccio-Inps, una vicenda che per le opposizioni è risultata subito un boccone prelibato per fare una comprensibile polemica, si è litigato sui molti emendamenti presentati dalla destra al decreto di marzo, questa ha rinfacciato a Conte di non aver fatto ancora pervenire un euro alle imprese in grande difficoltà (e lui ha promesso un decreto ad hoc). Ma al di là del merito, è il clima sospettoso, polemico e infastidito che si respira in questi faccia a faccia che colpisce. Neppure i “moderati” Maurizio Lupi e Antonio Tajani provano a mediare, ammesso e non concesso che questo fosse nei loro piani.

Ora, se questi incontri di palazzo Chigi non servono praticamente a niente e sono ormai solo un periodico rito buono per qualche “minutino” nei tg, c’è da chiedersi cosa realmente abbiano in testa i protagonisti. Sfumata ogni ambizione di unità nazionale, si è ormai capito che la destra punta a cogliere ogni errore del governo (e qui obiettivamente c’è l’imbarazzo della scelta), come se si volesse accumulare un armamentario polemico buono per il “dopo”, quando si dovranno tirare le somme di quel che è successo. Sembra dunque aver prevalso una linea di opposizione poco costruttiva, se non pre-elettorale poco ci manca: e non è sfuggito a nessuno che entrambe le parti abbiano condiviso lo spostamento delle regionali in autunno, una sorta di “ci rivedremo a Filippi” che lascia immaginare un dopoguerra politicamente non facile.

È anche vero d’altra parte che Conte non appare granché entusiasta di voler creare un clima più collaborativo, anche se ogni volta ribadisce l’utilità di un tavolo comune, il che si spiega con il perdurare del cattivo rapporto con Salvini e con la mai sopita sospettosità verso la leader di Fratelli d’Italia ma forse c’è qualcosa di più: come se il presidente del Consiglio, ormai totalmente immerso nella parte di comandante in capo, non volesse spendere il suo tempo né con gli avversari ma in fondo nemmeno tanto con gli alleati, se è vero quello che il Partito democratico mette in giro, cioé che lavorare con Conte è sempre meno facile. In effetti, il Pd è un po’ sparito dai radar mentre Cinque Stelle affonda ogni giorni nella sua stessa insipienza (ieri, come ricordato, l’affare Tridico), e in questo quadro Conte si muove, solo e, se necessario, contro tutti.