Annebbiato dal dio denaroElogio del consumismo e dello shopping d’emergenza nella fase 2

Basta. La natura ha finito di riprendersi i suoi spazi approfittando del lockdown, ora torniamo noi umani nel posto che ci spetta: al centro dell’universo al volante dei nostri Suv

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C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria di Milano, anzi d’antico. Saranno i merli che hanno smesso di far caciara sugli alberi del viale e volano via spaventati, o i muratori che hanno ricominciato a stendere il cemento sulla terrazza di fronte, o il tagliasiepi che scoppietta nel giardino condominiale. Ma è soprattutto laggiù, oltre l’isolato, che echeggia un grato frastuono, un rassicurante stridore di ganasce: sono le ruspe della Linea Blu, le talpe che hanno ripreso a scavare il tunnel della Metro 4. Rumori a cui non eravamo più abituati e che coprono per la prima volta l’ululato delle ambulanze.

Apro la finestra e faccio entrare una ventata di polveri sottili. Dopo due mesi di aria pulita, di pollini e di allergie, finalmente un po’ di sano particolato. È la “città che sale” cara a Boccioni, la modernità chiassosa e inquinante che riprende il sopravvento sul Medioevo silenzioso della pandemia. Coraggio, presto non vedremo più i pesci nell’acqua dei Navigli o nei canali di Venezia, le anatre a spasso nel centro di Gallarate o i cervi che attraversano sulle strisce in qualche paesino del Parco d’Abruzzo con tutti gli abitanti in quarantena. E nemmeno i panda dello zoo di Hong Kong potranno più fare sesso senza una folla di guardoni.

Basta. Con buona pace di Mauro Corona e del virus che porta il suo nome, la natura ha finito di riprendersi i suoi spazi approfittando del lockdown, adesso torniamo noi umani, nel posto che ci spetta: al centro dell’universo, o se volete dei nostri agglomerati urbani, o almeno al volante dei nostri Suv.  

Attratto come un umarèl dal rimbombo delle scavatrici (un cantiere, che bellezza!), trascino la mia bassottina fino al bordo del cratere. E poi, stiracchiando di qualche metro il raggio della mia autocertificazione, svolto nella via dello shopping, a guardare le vetrine attraverso le maglie delle serrande abbassate. Molti hanno affisso il cartello «Negozio chiuso in ottemperanza ecc. ecc.» come se ci fosse bisogno di spiegazioni.

Un altro annuncia: «Sanificazione a nebbia in funzione. Non allarmarsi» (c’è ancora qualcosa di cui ci si possa allarmare?). Non manca il barista negazionista che grida la sua rabbia in formato tatzebao contro «Conte, Fontana e tutta la Banda Bassotti del governo e della provincia (sic) #sottoterra #incapaci». Forse non ha ancora visto i 600 euro, e la banca non scuce i soldi promessi dal decreto liquidità.

Ma le catene dell’abbigliamento si preparano alla riapertura, con le collezioni primavera estate. E già mi viene voglia di mettere mano alla carta di credito per comprarmi qualcosa di cui non ho assolutamente bisogno, un blazer nuovo, una polo, un paio di sneaker o di mocassini. Così, tanto per salutare il ritorno alla vita e alla normalità, sia pure con mascherina e guanti protettivi.

Quando potrò farlo, spero tra i primi, all’alba del 18 maggio, non garantisco di rispettare il distanziamento e di non buttarmi, piangendo di gioia, tra le braccia della commessa. 

Sono sempre stato un consumista irriducibile, già in tempi non sospetti. Perfino nel Sessantotto, quando andavo al Sestriere mentre i miei compagni bivaccavano nella facoltà occupata (spesso in coppia con qualche affetto instabile nel sacco a pelo) e i bigotti di Servire il Popolo mi bollavano come ”borghese” perché sciare, o ascoltare musica rock americana, erano considerate attività controrivoluzionarie.

Ricordo che un amico del movimento mi raccomandò “L’uomo a una dimensione” di Herbert Marcuse. E io me lo lessi da cima a fondo, nell’edizione Einaudi, copertina bianca con quadratino rosso, e scoprii così di essere afflitto da “falsi bisogni”: «I bisogni “falsi” – spiegava il vecchio ideologo – sono quelli che vengono sovraimposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari cui preme la repressione: sono i bisogni che perpetuano la fatica, l’aggressività, la miseria e l’ingiustizia. […] il risultato è pertanto un’euforia nel mezzo dell’infelicità. La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano, appartengono a questa categoria di falsi bisogni».

Rilassarsi, divertirsi, consumare: ma non erano queste le cose a cui tenevamo di più tutti quanti, compresi i compagni di Lotta Continua? Quel Marcuse non mi convinceva. Preferivo Ortega y Gasset (“La ribellione delle masse”): «All’uomo è necessario solo ciò che è soggettivamente superfluo». Oppure Oscar Wilde: «Datemi il superfluo, farò a meno del necessario». 

La pensavo così a vent’anni, figurarsi adesso che ho mezzo secolo in più. E se il Covid mi risparmierà, non mi renderà certo migliore. Il ministro Francesco Boccia mi accuserà di non aver capito la lezione della pandemia, perché «annebbiato dal dio denaro».

Purtroppo, piaccia o no, il dio denaro è la linfa vitale di Milano, quella che le permette di essere una città così aperta, solidale e generosa. Quando dico denaro intendo l’euro, non la liretta di Borghi e Bagnai, perché questa è una metropoli europea, che non vuole sentir parlare di Italexit.

E perché l’alternativa al dio denaro non è il magico mondo di Carlo Petrini o il paradiso biodinamico di Giulia Maria Crespi o la decrescita felice di Maurizio Pallante, ma il dio stato, la dea burocrazia che da due mesi sta stritolando le nostre esistenze: le autocertificazioni, le comprovate esigenze, il combinato disposto, i congiunti, le relazioni affettive, l’assoluta urgenza, le mille scartoffie per ottenere i prestiti del decreto liquidità, e il Durf, e il Durc, e il DM10, e i DPCM e le ordinanze di Gallera che contraddicono i DPCM. Questo è lo stato in Italia, una giungla di codicilli, un carrozzone sgangherato lontanissimo dallo “stato innovatore” caro a Mariana Mazzucato. 

E quindi, appena possibile, mi riprenderò il diritto inalienabile di fare shopping. Di provare l’euforia dei “falsi bisogni” deprecati da Marcuse, «in accordo con gli annunci pubblicitari». Non perché mi senta l’italiano Ferrarelle (gassati, immagino, sono i francesi, e lisci i crucchi che non ci vogliono dare gli eurobond), ma perché credo che consumare, spendere, per chi come me è un privilegiato a reddito fisso, rappresenti in questa crisi un imperativo morale.

L’unica modalità efficiente di redistribuzione del reddito, ben più e meglio di qualsiasi patrimoniale, dei contributi di solidarietà sulle pensioni o dei bond patriottici che ci vorrebbero appioppare, come ai tempi della campagna di Etiopia, Salvini e Meloni. Comprare cose superflue.

Anche perché senza il mio superfluo, commercianti e loro dipendenti non potrebbero più permettersi nemmeno il necessario. Emergency Shopping, insomma, in attesa dell’Emergency Fund. E terminati gli acquisti, potrei anche ritrovarmi a bere un cocktail in compagnia di qualche amico liberista, alla salute del commissario Arcuri.