TartarugaIl covid stravolgerà l’Italia, ma l’economia non si è ancora ripresa dal 2007

Germania e Francia erano già nel 2011 riemerse dalla crisi, noi ancora no. In 11 anni i livelli produttivi si sono ridotti di un terzo: chiuse oltre 120mila imprese e persi 600mila posti di lavoro solo nel settore edile. La prossima botta farà più male

Pixabay

Di solito, nelle favole le tartarughe vincono sulle lepri. Ma nella dura realtà della competizione sui mercati internazionali, succede il contrario. E l’Italia è una tartaruga perché è stata lenta, molto lenta a uscire dalla Grande recessione – quella nata dalla crisi dei mutui subprime del 2007-2008. Anzi, per certi versi non ne è uscita affatto. E ora che il Cigno nero ha preso le sembianze di un virus respiratorio e ha scaraventato nel baratro l’economia mondiale con uno shock epocale, c’è da chiedersi cosa fare (o non fare) per non ripetere l’esperienza dell’ultimo decennio.

«Sarà uno shock uguale per tutti, con 7-8 punti di Pil di caduta», spiega Carlo Altomonte, docente di Politica economica europea dell’Università Bocconi. «Una crisi più simmetrica rispetto alla precedente, causata da un attore totalmente esterno quale è il coronavirus, ma va giocata bene; come l’occasione per limare le nostre peculiarità, le nostre caratteristiche negative che ci hanno tenuto al palo per anni». 

È un tema enorme, visto che di colpo epocale di tratta. Bisognerà rialzarsi da quello che il Fondo monetario internazionale stima come un tonfo di 9 punti di Pil per l’Italia nel 2020. Forse ripercorrere il viale dei (brutti) ricordi è utile per capire come progettare il futuro. In che termini siamo stati lenti e inefficaci nel decennio post crac finanziario? Intanto, la fotografia scattata prima della pandemia.

L’Istat ha certificato la bassa crescita del nostro prodotto interno lordo anche per il 2019: +0,3 per cento: «la crescita del valore aggiunto è stata sostenuta nel settore delle costruzioni, modesta nei servizi, mentre l’agricoltura e le attività manifatturiere hanno subito una contrazione». Se l’ultimo anno è stato piatto, i dieci precedenti non ci hanno visto brillare in termini di performance. Anzi: il Prodotto interno lordo italiano è ancora sotto il livello pre-crisi.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha pubblicato l’Economic Survey of Italy 2019, un rapporto che ci inchioda alla realtà. Fissa a 100 il livello della ricchezza nel 2008 e, dieci anni dopo, l’indicatore è intorno a quota 95. Per la Banca Mondiale, l’Italia è l’unico membro del G7 e l’unico grande Paese in Europa a non essere tornato ai livelli pre-crac Lehman Brothers.

Da un Pil pro capite di 30.535 euro, nostro picco pre-crisi segnato nel 2007, il dato Istat 2019 segna 28.547 euro. Impensabile un confronto con i grandi partner europei. Germania e Francia erano già nel 2011 riemerse dalla crisi.

Spiega ancora Altomonte: «Siamo il Paese cresciuto meno in tutta Europa nel decennio». E non è solo alla finestra successiva alla crisi dei mutui che si deve guardare. «Il Pil pro capite italiano, secondo l’Ocse, è calato del 2 per cento tra il 2000 e il 2018. Siamo l’unico esempio tra i paesi Ocse. Quello spagnolo ha segnato +18 per cento, quello portoghese +10 per cento, per prendere due stati dell’Europa del Sud colpiti, come tutti, da quella crisi a metà percorso. La media Ocse è +27 per cento circa».

Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani ed ex commissario alla spending review dei governi Letta e Renzi, ha un occhio fisso sui dati macro relativi a crescita e debito. «Negli anni ’90 crescevamo meno per la caduta demografica, poi ci siamo approcciati alla crisi del 2007 con un debito pubblico importante, ridotto sì, ma di troppo poco. Il colpo per noi è stato più forte, e anche questo ha influito sulla velocità di reazione dopo».

Più ombre che luci nel lento e insufficiente recupero che ci ha portati fino a qui. «Sul fronte occupazione abbiamo sì ripreso terreno dalla Grande recessione, ma siamo cronicamente sotto gli altri in Europa», spiega ancora Altomonte. Il 63 per cento circa è al lavoro in Italia, nella fascia 20-64 anni (secondo Eurostat). 

Poco meno del 73 per cento nel resto del continente: la forbice è visibile. Non abbiamo ancora riassorbito lo shock, e intanto siamo ultimi in ambito Ocse quanto a forza ed efficacia dei servizi che aiutano i disoccupati a trovare lavoro. 

E un’altra forbice, quella che separa i diversi tassi di occupazione tra Nord e Sud Italia, è altrettanto aperta, e si è allargata fino a raggiungere ampiezza mai osservata prima (altro bel record in negativo in ambito Ocse: nessuno peggio di noi, potremmo parlare di due Paesi distinti). Quanto ai settori, partiamo dal mattone tanto caro all’economia italiana. 

L’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) ha certificato – proprio nei giorni in cui esplodeva il dramma dell’emergenza sanitaria – la lunga e pesante crisi delle costruzioni. In 11 anni i livelli produttivi si sono ridotti di circa un terzo, comportando la chiusura di oltre 120mila imprese e la perdita di 600mila posti di lavoro. Il recente timido aumento della spesa sulle opere pubbliche non basta, e il rapporto sottolinea alcuni “grandi classici” all’italiana. 

Come quello sugli investimenti Anas, dove tempi lunghi di approvazione del contratto di programma e lungaggini burocratiche hanno portato a spendere solo il 39% di quanto previsto. «Il manifatturiero ha tenuto e l’Italia continua a essere il secondo esportatore d’Europa, anche se c’è stata una compressione del numero di aziende», spiega Altomonte. «Nel settore dei servizi siamo cresciuti pochissimo, è un comparto che non ha contribuito tanto al Pil, mentre all’estero ha spinto».

Qui vengono i temi critici. Perché i servizi scontano i soliti nostri ritardi: scarsa digitalizzazione, costi fissi elevati, pochi investimenti e quindi poca innovazione. E perché l’esempio delle spese previste su carta ma impossibili da effettuare riporta all’altro grande male, la burocrazia. 

L’Italia si affaccia all’anno del Covid-19 e alle sue sfide con uno scivolone al 58esimo posto dell’indice Easy of doing business dell’Ocse, che analizza 190 economie e stila la classifica in base a quanto è facile portare avanti una attività d’impresa. Dal 44 esimo posto del 2015 è stato sempre un peggioramento fino a sfiorare la posizione numero 60, mentre la Germania è al 22esimo posto, la Spagna al 30esimo, la Francia al 32esimo, il Portogallo al 39esimo. 

Quanto costa la burocrazia alle piccole e medie imprese italiane? Circa 36 milioni di euro di onere aggiuntivo, secondo la Cgia di Mestre. Da un’indagine promossa dalla Commissione europea sulla qualità della pubblica amministrazione, emerge che nell’Europa a 28 Paesi, l’Italia si colloca al 23° posto, con dietro solo Ungheria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria.

Come si fa a interiorizzare queste lezioni, adesso, per non replicare lo schema a tartaruga già visto? Per non agganciare crescita per ultimi, e per giunta asfittica, come appena abbiamo fatto? Altomonte evoca il “modello Genova”, la ricostruzione del sostituto del Ponte Morandi, costruito a ritmo sostenuto: «Dimostra che quando vogliamo fare, facciamo. 

Fuori dagli slogan, significa snellire le procedure burocratiche, con un approccio non paternalistico – io, Stato, spulcio ogni dettaglio prima – ma al contrario: controllo solo ex post. 

E poi, i tempi. Pensiamo a quanto ha fatto il governo con l’emergenza: ha scritto una manovra finanziaria in 15 giorni, con il decreto Cura Italia a marzo. L’equivalente di due manovre, ad aprile. O al presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, parlando delle domande di cassa integrazione e sussidi, ha sottolineato come una simile mole di lavoro venga trattato dall’Inps normalmente in 5 anni, e invece è stata in parte evasa in un mese. Sono esempi di come le tubature della macchina statale siano incrostate, e di come ci sia l’opportunità e la necessità di liberarle ora.

Carlo Cottarelli ci ha scritto un libro, sui peccati gravi dell’economia italiana. «Sono ancora tutti lì», spiega. E aggiunge un monito: «L’uscita dalla crisi del coronavirus sta avvenendo e avverrà a debito, con la copertura delle istituzioni europee. Nel medio periodo bisogna lavorare per tagliare in modo ragionato». 

Aree di risparmio su cui ancora si può agire? «Sull’acquisto di beni e servizi, sulla spesa militare, su tutte le voci che non toccano la qualità dei servizi al cittadino. Penso alla revisione dei sussidi alle imprese e alla sovrapposizione di competenze delle pubbliche amministrazioni, da eliminare».

Errori da non compiere, provando a imparare dal pregresso e all’ultimo decennio post-crisi, ce ne sono. «Sottolineo due temi», chiude Altomonte. «La debolezza del sistema politico che sceglie di cercare consenso nel breve, privilegiando spese correnti e tagliando linearmente spese in conto capitale (investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione e sanità). E poi la rischiosa idea di infilare lo “Stato imprenditore” ovunque. In altri Paesi ha funzionato come strategia per uscire dalla contingenza, ma come intervento temporaneo. 

Il rischio, da noi, è che l’ingresso di una macchina statale inefficiente peggiori le cose. Deve esserci un limite temporale definito ex ante nelle statalizzazioni. Nell’ambito della ricerca di base, anche quella industriale – penso ai materiali, per esempio – il risultato è talmente aleatorio che gli imprenditori non entrano. Oltre quel livello, largo all’iniziativa privata».

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta
Paper

Linkiesta Paper Estate 2020