Nazionalizzazioni e società civileDal neostatalismo alla democrazia illiberale il passo è breve

La miccia è stata il virus, ma sostituire il dinamismo della società libera con l’egualitarismo della decrescita felice è l’unica idea mai avuta dai grillini

Afp

Il neostatalismo montante, alimentato da montagne di miliardi a debito e da un potenziale, imponente spostamento di potere economico dal privato al pubblico sta per diventare, forse non solo in Italia, la nuova frontiera della politica e della cultura. Chi lo considera un pericolo (per ora, pochi), è bene che si attrezzi.

E pensare che all’origine c’era qualcosa di addirittura opposto, iniziato molti anni fa, col declino della politica e della sua centralità. Era l’epoca, post inchieste giudiziarie, in cui pezzi rilevanti dei ceti produttivi avevano conquistato una sorta di indipendenza, con l’ebrezza di poter far da soli, senza bisogno della decisione pubblica.  Guai a cancellare qualche provvidenza, qualche sostegno o qualche esenzione, ma che fastidio la politica, con i suoi riti e la sua burocrazia. Finalmente si poteva starne alla larga.

Un laisser faire all’amatriciana, una sostenibile leggerezza del privato è bello, anche se le privatizzazioni vere furono poi un disastro: soldi allo Stato, non per ripianare i debiti ma per aumentare la spesa corrente, e aziende ex pubbliche gestite da un “nocciolo duro” spesso di furbetti. Il caso telecomunicazioni è di scuola.

Era comunque una specie di liberazione, in sè virtuosa, salvo complicazioni, della “sana” società civile dal ruolo dominante di mamma DC ma anche dal consociativismo e dai compromessi poco storici. Le grandi protezioni ipnotiche e statiche degli anni 70 – la Fiat padrona di Torino, il Sud dipendente dalla Cassa – erano in declino o già finite.

Sembrava un bene e forse lo era, ma non iniziò mai la vita di un capitalismo liberale davvero coraggioso. Le grandi aziende ex pubbliche diventate una via di mezzo, né carne né pesce. I veri capitani coraggiosi sarebbero poi stati, per fortuna, quelli della nuova generazione di medie aziende forti nel made in Italy e quindi nell’export, che ci avrebbe salvato nel nuovo secolo.

Ciò che è rimasto è però l’effetto collaterale: una politica che ha perso definitivamente qualità o la speranza di qualità. Il fai da te della società civile ha portato ad allontanare dalla cosa pubblica i migliori, e ha trattenuto quanto di pasticciato e opaco, già c’era.

Il rinnovamento è stato solo l’avanzamento delle terze e quarte linee in prima fila, senza più filtri e formazione. Da qui al rifiuto della competenza dell’uno vale uno, il passo è stato breve. “Questo lo dice lei” inflitto a Padoan da una laureata triennale nel santuario di Bruno Vespa, è stato l’apice di un processo inesorabile.

Il risultato di questa paradossale parabola è un tipico caso di eterogenesi dei fini. Dall’altare di una nuova centralità, la società civile è ripiombata ora nella dipendenza dal pubblico, per non dire sottomissione.

La miccia è stata il virus, ma il contesto per svilupparsi era quello giusto: l’inguaribile debolezza culturale PD verso tutto ciò che è pubblico, e il recupero dell’unica idea-forza pentastellata: spazzar via il dinamismo pluralistico della società libera, e sostituirlo con l’egualitarismo della decrescita felice.

Ma un Paese assistito e fragile, che aspetta solo 600 euro a fine mese, è il terreno di cultura di una dittatura per ora dolce, basata su scambi in apparenza convenienti. Lo Stato ti aiuta, non lascia nessuno indietro. Il grande mantello tornerà a coprire tutte le sofferenze d’Italia. Una tempesta da far tremare i polsi, in competizione con mezzo mondo, viene affidata alla lottizzazione di Stato, a una montagna di debiti e alla cultura del sussidio. Un mercato ideale solo per venditori di software del Mississippi. 

Con qualche fatica burocratica di troppo, l’impresa può intanto ricevere una sovvenzione. Pagherai con calma il debito, le si dice. Ma l’immensa platea delle piccole e medie aziende italiane cosa farà, quando verrà chiesto di restituire?

Nei casi peggiori, neppure una nuova legge fallimentare aiuterà. Nei casi migliori, in cui la liquidità mancante ha colpito un’azienda magari buona, il grande fratello Stato – che già presidia mezza Borsa – verrà a farti da socio. Una pubblicizzazione strisciante, presentata come un regalo e magari confezionata in una Gepi resuscitata, oppure Dio non voglia in una Cassa Depositi e prestiti cassaforte dei pensionati.

È andata così al Monte dei Paschi. Sta andando a finire così all’Alitalia. E quel che è peggio, sempre con l’idea di aiutare, di non lasciarti solo, è ormai cosa fatta all’ex Ilva e, a quanto pare, persino ad Atlantia. Il sogno punitivo di Toninelli sta diventando subdola realtà, e perché no, l’ex ministro potrebbe essere un buon candidato al ruolo di Presidente, al posto degli odiati Benetton.

Anche negli anni della Grande Crisi si invocò lo Stato imprenditore, ma c’era Beneduce, c’era visione e, nell’immediato dopoguerra, c’erano i Menichella e i Mattei. Qui, al massimo siamo riusciti a trasferire alla sicurezza dei voli il manager dei bus in fiamme di Roma. Era il meglio disponibile. Fiamme nei cieli.

I miliardi a debito possono essere dunque il gas tossico con cui addormentare un Paese e un’economia. Occorre un’alternativa al piano inclinato, e onore a chi ci pensa, vedi ad esempio il progetto di Stefano Parisi e Giovanni Tria. Settanta miliardi alle imprese, perché ribaltino il loro destino, garantiscano occupazione e sviluppo – unica soluzione alla crisi – ma soprattutto facciano mercato, sono un grande rischio, ma lo Stato tornerebbe a fare il proprio mestiere di controllore delle regole. Inimmaginabile un nuovo Stato padrone che va in Europa solo a farsi prorogare i debiti.

E attenzione, perchè i Toninelli non sono inoffensivi soggetti da satira in Tv, ma preparano la strada ai poteri speciali degli Orban. Un altro discorso tutto da fare, ma dal neostatalismo alla democrazia illiberale il passo non è lungo

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