PandemiaIl virus non cambierà l’economia mondiale, accelererà i processi in atto

Il commercio globale si riprenderà in parte, ma sarà gestito dai governi piuttosto che dai mercati. Né la Cina né altri hanno il desiderio e la capacità di colmare il vuoto creato dagli Stati Uniti

LLUIS GENE / AFP

Il mondo è sotto choc da coronavirus in campo politico. Fra le tante paure che s’aggirano si teme che la Cina possa diventare l’economia dominante. Se anche le cose andassero in questa direzione, non ci sarebbe nulla di davvero preoccupante. Perché? Quando si dice “dominante” che cosa si intende? Che l’economia cinese possa diventare più voluminosa di quella statunitense e di quella dell’Unione Europea? Oppure che queste due aree dell’Occidente si integrino con quella cinese come fornitrici, come accade alle molte imprese italiane con l’industria tedesca? Oppure il vero timore è quello inconfessato? Non è la dimensione dell’economia cinese o il modo in cui si integrano i Paesi a impensierire, ma la dinamica politica, ossia che, a seguire i successi della Cina, possa imporsi da altre parti un sistema politico illiberale.

Il mondo è sotto choc in campo strettamente economico. La crescita, già inferiore, nei Paesi sviluppati, a quella del passato, è già stata sostituita da una recessione profonda, pari il doppio di quella che la aveva preceduta appena dieci anni prima. In termini di Prodotto interno lordo circa un meno dieci per cento oggi a fronte di un circa meno cinque per cento della volta scorsa. Si tenga presente che la crisi del 2008 era interna al settore finanziario, mentre questa è interna al settore reale, come caduta dei consumi e della produzione, e conseguente crollo dell’occupazione. Vista la crisi di allora con il senno di poi, la sua gestione sembra facile rispetto a quanto è richiesto oggi.

Di seguito proviamo l’esercizio che sostiene che non è del tutto vero che le cose stiano volgendo al peggio solo per l’arrivo di uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse – la pestilenza. Proviamo a mostrare che non è vero che molti dei fenomeni in corso sono sorti a causa del virus, perché erano in corso già da tempo. Detto in altro modo, il virus non li ha “inventati”, ma li ha “accelerati”

1 – La pandemia accelera ma non ridisegna il mondo

Rispetto alle tendenze passate dovremmo avere questi mutamenti. Notare che erano presenti prima dell’arrivo del coronavirus. Il quale ultimo ha accelerato quanto stava accadendo.

— Vi sarà una rinnovata attenzione al potenziale di interruzione delle catene di approvvigionamento insieme al desiderio di stimolare la produzione domestica. Il commercio globale si riprenderà in parte, ma sarà gestito dai governi piuttosto che dai mercati.

— La resistenza in gran parte del mondo sviluppato all’accettazione di un gran numero di immigrati e rifugiati, una tendenza che era stata visibile dalla metà dell’ultimo decennio, sarà intensificata dalla pandemia. Oltre alla preoccupazione di importare delle malattie infettive, avrà un ruolo l’elevata disoccupazione che renderà le società diffidenti verso gli estranei.

— Ci saranno richieste di un ruolo di governo più ampio nella società, sia esso per limitare il movimento delle popolazioni sia per fornire l’aiuto economico.

La crisi potrebbe portare a un rinnovato impegno nella costruzione di un ordine internazionale più solido, così come il cataclisma della seconda guerra mondiale ha portato ad accordi che promuovevano la pace, la prosperità, e la democrazia per quasi i tre quarti di secolo. Ma è difficile credere che il passato si ripeterà.

Il potere oggi è distribuito in più mani, sia statali che non statali. Nessun paese gode della posizione degli Stati Uniti nel 1945, con gli Stati Uniti stessi che non sono più disposti ad assumere un ruolo analogo a quello di allora. E nessuno, né la Cina né altri, hanno il desiderio e la capacità di colmare il vuoto creato dagli Stati Uniti.

2 – Chi sono gli slowthers

Vi sono degli economisti che pensano che la convinzione condivisa dai più che l’economia “va bene” solo quando cresce “molto” sia sbagliata. Poiché non vedono l’orrore della bassa crescita sono chiamati slowthers. Ecco la l’ora argomentazione.

Tra il 1950 e il 2000 il PIL pro capite degli Stati Uniti è cresciuto a un tasso annuo superiore al tre per cento. Dal 2000, lo stesso tasso è sceso al due per cento. In Europa la crescita – misurata allo stesso modo e negli stessi periodi – è stata prima maggiore e poi minore. Questo fenomeno della crescita lenta è da qualche tempo etichettato con l’espressione di “stagnazione secolare”.

Eppure alcuni sostengono che una crescita divenuta lenta sia appropriata per una società ricca e sviluppata industrialmente. La crescita lenta – secondo questo punto di vista – non ha origine, come molti pensano, nelle disuguaglianze in aumento, ma si spiega a partire dalle scelte personali. Ossia, il rallentamento ha origine nella libertà dell’individuo. Il rallentamento economico non è un fenomeno solo economico ma ha radici anche nell’emersione dell’individuo.

Man mano che i Paesi sono diventati ricchi i cittadini hanno scelto di trascorrere meno tempo al lavoro e di avere famiglie più piccole. Ciò che è reso possibile grazie ai salari più alti e alle pillole contraccettive. La crescita del Pil rallenta al diminuire della crescita della forza lavoro. Forza lavoro che ha una forza propulsiva sempre minore man mano e raggiunge dei livelli maggiori di istruzione.

Pesa nel rallentamento la dinamica dei consumi: il passaggio dalla spesa che una volta si concentrava sui in beni materiali ai servizi – dalla lavatrice che ormai hanno tutti, ai viaggi che molti cercano di poter fare. Il settore dei servizi è ad alta intensità di manodopera, e quindi mostra, non potendosi usare le macchine più di tanto, dei tassi di crescita della produttività più bassi rispetto al settore della manifattura.

In conclusione, una crescita più lenta della forza lavoro – per numero e qualità – e il passaggio ai servizi spiegano quasi tutto il recente rallentamento della crescita. E questo avveniva prima del coronavirus. Nel caso italiano abbiamo avuto un rallentamento maggiore della media, ma qui bisogna andare alla ricerca delle cause specifiche. Essenzialmente il “nanismo” delle imprese e le differenze nello sviluppo delle regioni.

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