Inside BeirutLa gara di aiuti tra Hezbollah e gli altri partiti per far dimenticare ai libanesi la rivoluzione

Il clientelismo contro cui i cittadini protestavano lo scorso ottobre è diventato il mezzo con cui i gruppi politici elargiscono favori. Tentano di riabilitarsi combattendo il virus, ma la popolazione è scontenta

Afp

Tute mediche protettrici, guanti monouso, mascherine, nebulizzatori a spalla per spruzzare disinfettante nelle strade, nelle chiese, nelle moschee, nei cortili dei palazzi sono la nuova normalità in Libano. I camioncini che distribuiscono materiale sanitario o i giubbotti catarifrangenti dei volontari sfoggiano spesso il simbolo di un movimento o di un partito, diverso a seconda di dove sia in corso la sanificazione, dai sobborghi sciiti di Beirut ai villaggi cristiani del Monte Libano passando per le colline druze o le città sunnite della costa.

Nel piccolo paese levantino, piegato da una crisi economica che, secondo i dati dello stesso governo, potrebbe portare sotto la soglia di povertà il 40 per cento della popolazione, i gruppi politici hanno individuato nella lotta al coronavirus la strada per tentare la riabilitazione politica.

La rivoluzione che a ottobre ha attraversato il Libano, riempiendo per settimane le piazze delle principali città, aveva come obiettivo la corruzione, l’inettitudine e il clientelismo di una classe politica divisa su basi settarie. Settimane di inedite proteste hanno incrinato l’antico status quo, rivelato i limiti di una politica settaria e il disincanto della popolazione, eroso il consenso e debilitato i partiti.

In questi giorni di emergenza sanitaria, è proprio quel clientelismo oggetto delle ire dei manifestanti a ripresentarsi – non senza una certa insolenza – nei quartieri e nei villaggi. A fare più rumore è stato finora il dispiegamento messo in campo da Hezbollah e dagli alleati di Amal. I numeri forniti dalla leadership del movimento sciita, che ha organizzato per l’occasione tour guidati con i giornalisti, sono importanti: 25mila tra medici e infermieri e un’operazione da 1,75 milioni di dollari tra ambulanze, macchine per la ventilazione, strutture per la quarantena, sanificazioni.

In un Paese in cui 15 anni di guerra civile hanno indebolito strutturalmente lo Stato per rafforzare clan familiari e partiti, in cui la sicurezza è stata delegata a milizie e il welfare state sostituito dal favoritismo politico e di setta, Hezbollah non è la sola realtà ad aver investito nei decenni sulla fornitura di servizi paralleli a quelli pubblici. E oggi, non è il solo movimento ad aver intercettato nella crisi un’opportunità per recuperare legittimità.

Sarebbero oltre 80 tra ospedali e immobili privati, alberghi i centri per la quarantena messi a disposizione attraverso i partiti in collaborazione con le amministrazioni locali, ha rivelato l’emittente nazionale LBC. L’ex premier sunnita Saad Hariri ha donato parte della sua fortuna per la lotta al Covid-19, il suo partito ha distribuito cibo, il leader cristiano Samir Geagea, delle Forze libanesi, ha fornito soldi all’ospedale della sua cittadina, Bsharre, la più colpita dal Covid-19. Il druso Walid Jumblatt ha sostenuto il Rafik Hariri University Hospital e la Croce rossa locale, e fondi sono arrivati da altri politici.

Il Libano è sull’orlo della bancarotta e ha un sistema di sanità pubblico non in grado di far fronte all’emergenza: in queste condizioni, ogni sforzo, più o meno politico, è comunque un sostegno. Organizzazioni non governative, dottori, sindacati di medici sono però intervenuti per chiedere la collaborazione dei partiti con le istituzioni, e la stampa ha ripreso le dichiarazioni degli specialisti: chiedevano alle municipalità e alle amministrazioni locali legate ai movimenti di smetterla di muoversi in ordine sparso, per esempio irrorando le strade delle città di pesticidi e disinfettanti spesso nocivi per la salute.

Le tute protettive e le donazioni agli ospedali non sembrano essere sufficienti ad arginare il malcontento contro la classe politica. Nonostante le misure restrittive e l’isolamento domestico imposto dalle autorità, infatti, piccoli gruppi a fine marzo sono scesi in strada a protestare in diverse aree del paese. Lo hanno fatto nei sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah, e lo hanno fatto a Tripoli, la città più povera del Libano, definita “la sposa della rivoluzione”, per il suo ruolo centrale nel dissenso di ottobre.

«Non isolateci, nutriteci», hanno gridato in molti. La situazione economica era critica prima della comparsa del coronavirus. Il primo contagio in Libano è stato registrato il 21 febbraio: un passeggero su un volo in arrivo dall’Iran, maggior focolaio della regione. Oggi, i casi diagnosticati sono 672 e le morti registrate 21, secondo i dati della John Hopkins University.

La crisi non ha fatto che aumentare l’irrequietezza sociale non soltanto tra la popolazione libanese, ma anche tra i rifugiati siriani — 1,5 milioni su una popolazione di sei milioni — che vivono distribuiti in diversi campi profughi sul territorio e, anche nel mezzo dell’emergenza sanitaria, non hanno accesso alla sanità pubblica nazionale.

È in questo quadro che il Fondo monetario internazionale a metà aprile ha rivelato previsioni fosche: una contrazione del PIL per il 2020 del 12 per cento, un aumento dell’inflazione fino al 17 per cento. La lira libanese ha già perso il 50 per cento sul mercato parallelo. Gli undici miliardi in donazioni promessi al Libano dalla comunità internazionale sono legati alla presentazione da parte del governo di una serie di riforme socio-economiche. Finora però dal palazzo non sono arrivate proposte.

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