Inside LubianaJanez Janša ha ottenuto pieni poteri come Orbán. La Slovenia si scopre sovranista

Il nuovo premier ha sostituito dirigenti pubblici che occupavano cariche di primo piano con suoi fedelissimi e ora potrà approvare tutte le leggi emergenziali su difesa e sicurezza con effetto immediato, aggirando le opposizioni

Jure Makovec / AFP

A inizio aprile il parlamento sloveno ha approvato delle norme che garantiscono poteri speciali al governo del neo-premier Janez Janša per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Una delle novità introdotte prevede che ora tutte le leggi emergenziali relative ai settori della difesa e della sicurezza nazionale, o alla reazione a calamità naturali, avranno effetto immediato, aggirando de facto il controllo delle opposizioni parlamentari.

Dopo le elezioni del 2018, il partito di Janša, l’Sds (Slovenska demokratska stranka, “Partito democratico sloveno”), pur risultando il più votato (25 per cento), non era riuscito ad assemblare una maggioranza. Obiettivo centrato invece lo scorso 13 marzo, quando alcuni partiti minori hanno deciso di appoggiare l’esecutivo Janša, spaventati da sondaggi che prefiguravano una loro pesante débâcle nel caso si fosse tornati alle urne dopo il collasso della coalizione progressista guidata da Marjan Sarec, avvenuto a gennaio.

In poco più di un mese, il nuovo premier ha sostituito dirigenti pubblici che occupavano cariche di primo piano con suoi fedelissimi, ottenendo rapidamente la gestione di alcuni apparati statali, come quello della sicurezza. Ha inoltre alzato gli stipendi di ministri e segretari di Stato, motivando il provvedimento come necessario a premiare i maggiori sforzi a cui i funzionari sono ora sottoposti in questo fase di crisi.

Secondo numerosi osservatori, simili manovre servono a fare tabula rasa degli elementi ostili a Janša presenti nell’amministrazione e ricompensare la fedeltà dei suoi uomini. Sarebbero il preludio alla ”orbanizzazione” del paese. Con il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che a sua volta sembra aver trovato proprio nella pandemia l’occasione propizia per sospendere definitivamente la democrazia magiara, il neo-premier condivide infatti molte posizioni.

Anche Janša sostiene apertamente il progetto Trimarium, il faraonico piano logistico-infrastrutturale con cui gli Stati dell’Europa centrale ambiscono a guadagnare protagonismo sulla scena continentale; difende il primato della famiglia tradizionale e riceve gran parte dei voti del segmento religioso della popolazione, sebbene l’Sds non sia una formazione nominalmente cattolica; invoca la linea dura sul dossier rifugiati, proponendo da tempo lo schieramento delle Forze armate al confine con la Croazia.

Che Lubiana vada avviandosi sul binario sovranista lo suggeriscono anche le recenti esternazioni di Janša, notoriamente molto vivace su Twitter. Il leader sloveno si è prodigato in un’offensiva a tutto campo contro vari organi sovranazionali, tra cui l’Ue, l’Oms e l’Uefa (presieduta dal connazionale Aleksander Čeferin), accusandoli di aver trascurato o addirittura peggiorato l’emergenza sanitaria. Attacchi che riecheggiano quelli sferrati da altri attori populisti, non solo europei. Esattamente come il suo omologo ungherese, Janša non può però esibire un pedigree da sovranista della prima ora. Sono svariati i cappelli che ha indossato nella sua trentennale carriera politica.

Si fece notare come dissidente pacifista già negli anni ‘80, quando alcuni suoi articoli di stampo antimilitarista pubblicati sulla celebre rivista Mladina, gli guadagnarono l’ostracismo della nomenklatura comunista. Quando poi nel giugno del 1991 la Slovenia dichiarò l’indipendenza dalla Jugoslavia, fu proprio Janša, nominato ministro della Difesa, a organizzare l’eroica reazione del paese dall’invasione lanciata da Belgrado per impedire la secessione della repubblica più ricca della federazione.

Guadagnata così una popolarità inscalfibile in quella che passerà agli annali come la guerra dei 10 giorni (27 giugno – 7 luglio 1991), Janša è rimasto da allora il nome di riferimento per l’elettorato conservatore del paese. Da quando lo presiede (1993) il suo partito non è mai sceso sotto la soglia del 15% alle elezioni nazionali, permettendogli di occupare vari dicasteri e guidare l’esecutivo già in due precedenti esperienze (2004-08 e 2012-13).

A partire dai primi anni ‘2000, secondo un canovaccio seguito anche da altre forze politiche della regione, Janša ha spostato l’Sds, nominalmente affiliato all’Epp al Parlamento europeo, su posizioni sempre più radicali. Un riposizionamento tattico che, anche in Slovenia, ha subito un’accelerazione durante la cosiddetta “emergenza rifugiati” del 2015. Le circostanze eccezionali generate da un’altra emergenza, quella odierna del coronavirus, potrebbero aver fornito a Janša e sodali la possibilità di riplasmare radicalmente uno degli paesi post-comunisti più allineati finora alla linea di Bruxelles.

La Slovenia aveva infatti inaugurato il processo di integrazione nelle strutture euro-atlantiche subito dopo l’indipendenza, arrivando ad essere il primo Stato dell’ex Jugoslavia a entrare nell’Ue e nella Nato (2004). La cerimonia che celebrò l’abbattimento della barriera che separava l’italiana Gorizia dalla slovena Nova Gorica fu vissuta come un emozionante sequel del crollo del Muro di Berlino di quindici anni prima.

Lungo gli ultimi tre decenni, la repubblica mitteleuropea si era sostanzialmente dimostrata una democrazia moderna e tollerante, un caso apparentemente paradigmatico di quell’Occident kidnappé rimpianto da Milan Kundera nel 1983.

Secondo lo scrittore ceco, la tradizione genuinamente liberale e cosmopolita degli Stati dell’Europa centrale era stata solo temporaneamente interrotta dal comunismo di matrice russo-sovietica imposto nel secondo dopoguerra per ragioni geopolitiche più che ideologiche. Questo humus socio-culturale già predisposto alla liberaldemocrazia di stampo occidentale sarebbe riapparso naturaliter presso popolazioni e autorità una volte che questa regione avesse recuperato l’indipendenza, ritornando nell’alveo di quell’Europa a cui sentiva di appartenere a pieno titolo.

I capovolgimenti osservati durante l’ultimo lustro nella gran parte dei paesi emersi dal crollo del Muro di Berlino sembrano tuttavia aver già ampiamente contraddetto questa previsione. Come sostengono Ivan Krastev e Stephan Holmes, per l’Europa post-comunista l’era dell’imitazione sembra essere terminata. Forse anche per la Slovenia.

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