Smarmella tuttoIl trionfo della televisione a bassa risoluzione

Le immagini mobili sfocate e approssimative, dalla grana polverosa o incerta sono entrate definitivamente nel continuum dell’informazione mediatica

Fotogramma

Il coronavirus portò con sé, accanto ai poveri morti e alla quarantena planetaria, il trionfo della cosiddetta “bassa risoluzione”. Cioè la possibilità che perfino delle immagini mobili sfocate e approssimative, dalla grana polverosa o incerta, potessero entrare definitivamente nel continuum dell’informazione mediatica, segnatamente televisiva. Chiunque, con il proprio telefonino o piuttosto con applicazioni come Skype o similari, ha oggi, se non il potere, la possibilità di raggiungere perfino dal proprio tinello la messa in onda in diretta, collegato appunto da non importa dove. Un modo implicitamente spiccio e crudele di avvisare i maestri della fotografia, i Caravaggio della luce cinematografica, formalmente ineccepibile, gli aspiranti Storaro, che «grazie davvero, abbiamo però già risolto con Facetime». Ora che ci penso il primo a utilizzare ogni genere di supporto filmico deve essere stato Oliver Stone in “Assassini nati”, “Natural Born killer”, nel 1994. Con un montaggio a tratti schizofrenico e l’uso dei più disparati formati di pellicola tra 35mm, 16mm, 8mm, videotape, super 8mm.

Pier Paolo Pasolini, per esempio, non sembri fuori luogo il riferimento, diceva che «il cinema è una questione di luce», ovviamente anche la televisione, sebbene il nostro scrittore ne sognasse l’abolizione insieme alla scuola media dell’obbligo. Tempo fa, perdonate il dettaglio, mi sono ritrovato a dire a Enrico Mentana che le luci nel suo studio del telegiornale, lì a La7, erano collocate in modo approssimativo, al punto che le arcate sopracciliari facevano ombra alle palpebre.

Questo e molto altro non sembra essere più un problema in tempi di covid-19, nello sterminato mosaico della programmazione tutta, l’emergenza impone che non si faccia più caso allo scarto che esiste appunto tra alta risoluzione e cattivo o insufficiente stato della luce e delle stesse videocamere. Dimenticavo, anche il sonoro sovente lascia a desiderare, talvolta dando la sensazione di giungere da un punto imprecisato dello spazio, come attutito, perfino fuori-sync, cioè non corrispondente al movimento delle labbra di colui che troviamo in collegamento. Per non dire dei fermo-immagine improvvisi, dovuti alle incertezze delle connessioni, un blob naturale, cui neppure fare molto caso, neppure da parte dei curatori di quell’omonima rubrica di Raitre.

Ovviamente potremmo aggiungere anche qualcosa rispetto agli sfondi domestici di chi si mostra a distanza, poco importa se singoli cittadini bloccati nelle “zone rosse”, infermieri al lavoro in corsia, rinomati prof virologi o politici in pullover e mascherina, ma forse si tratterebbe di un capitolo a parte, inerente alla sfera secondaria del gusto, un dettaglio sovrastrutturale di fronte alla pandemia in atto. Di sicuro però abbiamo modo di intuire alle spalle di chi si mostra un trionfo di librerie laccate bianche, fossero anche semplici mensole Ikea, a fare da sfondo e quinta.

Dall’alto del paradiso delle pellicole, ci osserva Abrahm Zapruder, il sarto di Dallas che con una ordinaria 8 millimetri Bell&Howell Zoomatic filmò il corteo presidenziale di John Fitzgerald Kennedy a Elm Street nel momento dell’omicidio del presidente degli Stati Uniti: ventidue secondi che valgono un tempo sterminato nell’iconosfera della contemporaneità.

Abbiamo anche notato che la maggior parte delle “inquadrature”, ma sì, chiamiamole pure in questo modo quasi fossimo lì ad assistere a un film, mostrano i soggetti ripresi dal basso verso l’alto, ossia in posizione quasi abissale, sarà bene aggiungere che non si tratti di un esplicito omaggio a Carl Theodor Dreyer, maestro del cinema di cui è rimasta proverbiale quel genere di soluzione estetico-formale rispetto alle figure in primo piano nello spazio, l’autore di “La passione di Giovanna d’Arco”; più semplicemente l’inclinatura del computer o dello stesso cellulare è tale per cui i volti appaiano dal mento alla fronte.

Come il neorealismo, anche in questo caso lo stato di necessità ha il potere di buttare all’aria ogni parametro estetico da messa in onda ritenuto fino a ieri inviolabile, nessuno potrà più dire che l’immagine è “sporca”, e anche il paradigma della buona risoluzione citata in apertura non è più quello di un tempo. Vogliamo scommettere che perfino il cinema, quando saranno riaperte le sale, dovrà tenerne conto?

Nel frattempo, non c’è spot pubblicitario dove sofficino o piuttosto orzo o, che so, lo stesso olio di Argan, sempre per quando si potrà tornare in spiaggia, non siano mostrati da uno schermetto di portatile come fosse lo specchio delle brame di tutti.

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Linkiesta Paper Estate 2020