Streaming e la musica scompareInvettiva contro le canzoni suonate in cameretta

Il rock non deve mostrarsi nuda o in canottiera. A vedere le band su uno schermo tv diviso a fettine si prova un misto di rassegnazione e di resistenza. Voglia di cantare zero, sicuro non così alla meno peggio

Fotogramma

Prendiamo Bob Dylan. Lui le canzoni, pure quelle da 17 minuti come “Murder Most Foul”, le registra mettendo tutti insieme i musicisti nello studio, perché solo così gli vengono bene, rileggetevi il libretto di Greil Marcus su “Like a Rolling Stone”, tutti i takes che servono finché non viene e poi sotto il prossimo, come facevano nella rimessa di Woodstock, ai tempi dei “Basement Tapes”. Ecco: lui, Dylan, non sappiamo dove  collocarlo nel repentino mondo della musica separata e dello streaming canterino da casa, che adesso dicono che è diventato un rimedio irrinunciabile per la nostra socialità ferita e per la fame del nostri bisogni culturali. Mah. Di più: può darsi che ci sia qualcosa che fa male e non conforta affatto in questo profluvio di streaming-invece-che, perfino più abbia potuto contrariare alcuni quel momento in cui tanti altri hanno cantato “Bella Ciao” dai balconi, allo scoccare delle 6. 

Per esempio: abbiamo risentito un pezzo commovente come “Helplessly Hoping”, una song che viene da lontano, dall’album di Crosby, Stills & Nash prima ancora che arrivasse Young. Un capolavoro. Ebbene l’hanno rifatta degli studenti romani del tempo del virus, l’hanno interpretata benissimo, in una versione pura e rispettosa e in un video struggente per un progetto che l’autore, Dodo Versino, specialista di cori a cappella, ha chiamato «Il coro che non c’è». Perché i ragazzi stavano ciascuno nella sua cameretta. Vederli è stato doloroso. Per carità, andrebbe detto che è un’iniziativa meritevole e incoraggiante, ma il fatto è che c’è qualcosa che non va. Pesa l’assenza, pesa la rabbia inespressa, quello spettacolo di composta sottomissione stride con l’assurdo che ci sta travolgendo.

Ieri, un sacerdote importante, Don Paolo Farinella parroco della chiesa di San Torpete a Genova, al telefono ci ha detto: «No, mi spiace per il Papa, ma io la messa in streaming per i miei fedeli, non la dico. Perché mi sfugge il senso del farlo, io qui solo sull’altare e loro a casa, con le cose da fare. Sento l’assenza di comunione. Allora, semplicemente, non celebro. Poi magari ci parlo al telefono, leggo le loro mail e rispondo a tutti». Non celebro: posizione diversa, priva di compiacenza, priva dell’empatia da balcone e da YouTube. Un gesto di astensione. Che dice no all’inattesa prospettiva dello streaming.

L’altra sera su RaiUno è andato in onda quella lunga galleria di solitudini col sorriso forzato dal volenteroso titolo “Musica che Unisce”. C’erano dozzine di musicisti in casuali abiti da casa, con le pianole da salotto, le chitarre acustiche, qualcuno nello studiolo casalingo, una sensazione d’aria chiusa. Hanno rifatto, per darci coraggio e raccogliere soldi per la Protezione Civile, le loro canzoni in versione povera, umile, certe volte pure brutta, quella che ti esce se non c’è un rack-effetti come si deve, se l’intonazione va da sola, se si è smontato il grande gioco e  comunque va bene lo stesso, l’importante è esserci e nel frattempo ricordare che si esiste, dato che forte è la paura di svanire dai radar. Già, di questi tempi la musica scende giù, nella scala delle priorità. E quello era, per carità, uno spettacolo gradevole e tristanzuolo, un po’ voyeuristico, a tratti imbarazzante e molto malinconico.

È sicuro che la musica, se proprio dobbiamo parlarne, debba mostrarsi nuda, o in canottiera? Davanti alla tv, rassegnazione e resistenza sembravano sovrapporsi: vedere i Negramaro, band di musicisti competenti, che suonavano meticolosamente la loro canzone in uno schermo diviso a fettine, perché ciascuno è a casa propria in osservanza al dettato, assume un senso talmente doloroso da farti desiderare che finisca, più che unisca. Quando poi, a coronare il fenomeno, spunta lo spot Vodafone che cavalca lo streaming e mette in scena una sciropposa “Come Together” (cos’altro sennò?) intonata dai soliti esseri umani “qualsiasi” – perché quelli siamo noi, eternamente connessi – dispersi ai quattro angoli del pianeta ma uniti dalla sincronicità digitale, la misura potrebbe essere colma.

Allora scappi su Facebook ma rieccoli i cantori del digitale facile, ecco Carole King che risorge per intonare uno “stay at home”, Joan Baez che gorgheggia “Un mondo d’amore”, Paul Simon che passeggia nel giardino e attacca “All I Have to Do is Dream” e tutti gli altri reclusi celebri, spogliati dell’eccezionalità e del costume da palco (perché Dylan si fa vedere solo tirato a lucido, coi suoi completino western azzimati, anche a un passo dagli 80?), loro stavolta disinteressati alla perfezione di un tempo, normalizzati dall’emergenza, apparentemente perfino inconsapevoli della fama, adesso che tutto si ridisegna nel consenso della paura.

È a questo punto che ci avvince e ci affascina lo sdegno di Don Paolo e di quelli che dicono “no”. No a una vita in streaming. Meglio il silenzio che gli house party e basta un cenno per dire agli altri che siamo ancora vivi e teniamo duro. Voglia di cantare zero ed eventualmente, nel caso, non alla meno peggio, non alla “va bene così, basta stare insieme”. È preferibile l’attesa. La preoccupazione. L’auspicio. Far funzionare la memoria. Assaporare dei momenti, non cibarsi di ammiccamenti. Accendere il giradischi, sentire “Bitches Brew” nella sua smagliante tensione. E poi andare a dormire.

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