Earth DayChe fine ha fatto Greta Thunberg?

Sembrano passati anni da quando l’attivista svedese portava migliaia di ragazzi in piazza in nome dell’ambiente. «Anche gli attivisti più estremi dovranno mettersi a disposizione per creare un bilanciamento tra l’economia e il pianeta», spiega Sara Roversi, fondatrice del Future Food Institute di Bologna

Afp

Voi ve la ricordate Greta Thunberg? Sembrano passati anni da quando la giovane attivista svedese raccoglieva fiumi di ragazzi in piazza in nome dell’ambiente contro il cambiamento climatico. Sicuramente avrebbero sfilato anche oggi, nella 50esima giornata mondiale della terra, come successe l’anno scorso in tutte le città, mentre la nuova paladina teneva il suo discorso da un palco di Londra. Ora invece, con il mondo piegato dal coronavirus e il petrolio sotto zero a causa dello stop agli spostamenti e alle produzioni industriali, i giovani militanti sono alla ricerca di un modo per farsi sentire dal chiuso delle loro camerette, attraverso manifestazioni online, come quella di dopodomani, al motto «scongiuriamo nuove pandemie prendendoci cura del pianeta».

Ecco svelato uno dei due filoni che caratterizzerà le future battaglie ambientali. Quello di chi spera che l’umanità si svegli dal lockdown condannando il capitalismo sfrenato, accusandolo della diffusione del virus («ci pensavamo sani in un mondo malato», come ha detto Papa Francesco) e si mostri più attenta, ambientalista, sostenibile.

Ma ci saranno anche coloro che invocheranno la ripartenza a ogni costo, perché mancheranno lavoro e certezze, e saranno disposti a sacrificarlo il pianeta per tornare alla vita precedente. Il rischio è che la frattura fra i due mondi diventi insanabile. A meno che entrambi non siano disposti a fare un passo verso gli altri.

Perché se è vero che la crisi post Covid19 necessiterà di un’energica ricostruzione, è anche vero che un ripensamento dell’attivismo ambientale potrebbe aiutare a rimettere in equilibrio il sistema produttivo. Sara Roversi, fondatrice del Future Food Institute di Bologna, forma in Italia insieme alla Fao i climate shapers, figure professionali che coniugano l’impegno con l’innovazione.

«Anche gli attivisti più estremi dovranno mettersi a disposizione per creare un maggior bilanciamento tra l’economia e il pianeta», dice. Si, ma in che modo? «Partendo dalla terra, per esempio, di cui oggi ricorre la giornata mondiale. E dal cibo. In questi giorni le aziende si sono rese conto che non possono contare solo sull’approvvigionamento dall’estero, quindi la filiera va riorganizzata e i nostri agricoltori saranno centrali per ricostruire un settore stabile».

Quello dell’autosufficienza – o almeno dell’equilibrio – dei prodotti agricoli è da sempre un punto di fragilità del nostro settore primario. Ma se l’Organizzazione mondiale del Commercio ha stimato una riduzione del 32 per cento degli scambi nel 2020, la discussione non può certamente essere rinviata. A partire dalle condizioni per produrre e quindi dal reclutamento dei lavoratori che sono per quasi un terzo stranieri. Arrivano da 150 Paesi, il numero più alto dalla Romania, oltre 100 mila, poi India, Marocco e Albania.

Servono azioni immediate per un settore che ha mostrato ancora una volta nella crisi la sua centralità e, come ha spiegato l’eurodeputato Paolo De Castro a Linkiesta, questo tema non potrà essere secondario nemmeno per l’Europa. Il Green Deal, con la nuova sostenibilità, sarà la sfida su cui si misurerà il futuro di intere generazioni di europei. E la giornata mondiale di domani porrà a tutti una domanda: tu da che parte starai?

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Linkiesta Paper Estate 2020