Oltre la pizzaFood delivery a rapporto

Che cosa ordiniamo, come e da chi: usi e consumi delle consegne a domicilio, in attesa dell’asporto a partire dal 4 maggio

Foto di Andrea Di Lorenzo

Durante lo scorso Forbes Digital Summit Mario Bini, Country Marketing Manager di UberEats Italia, profetizzava: «servono nuove formule del ristorante virtuale, suggerire quindi al ristoratore di avere una cucina senza ospiti fissi e soltanto per fare delivery». Era giugno del 2019 e la piattaforma di ordinazione e consegna a domicilio online, lanciata in America nel 2014, si era da poco quotata a Wall Street. Oggi qualcosa di più si è avverato, o si è dovuto avverare. Con il Dpcm dell’11 marzo molti servizi di ristorazione, tra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie e pasticcerie hanno ricevuto uno stesso diktat: sospendere le attività fatta salva la possibilità della consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico sanitarie per l’attività di confezionamento e per il trasporto.

C’è chi ha fotografato le abitudini e le voglie della clientela sul fronte della ristorazione e dei servizi di delivery durante l’emergenza Covid-19. A somministrare questo sondaggio pubblicato su Medium a un campione di 1000 persone residenti in Italia, principalmente tra Lazio e Lombardia, sono stati una giornalista e un fotografo che rispettivamente scrivono e scattano proprio di food. Lavinia Martini e Andrea Di Lorenzo hanno messo a punto un questionario di 23 domande, supportati dall’economista e statistico Francesco Berardini, che in maniera scientifica ha espresso i sentimenti delle persone, tra paure e attesa. Nell’indagine svolta tra martedì 14 aprile e sabato 18 aprile 2020, emerge che più della metà ordina cibo a domicilio: il 55% meno di una volta a settimana, mentre il 36% almeno una e c’è parità percentuale tra chi lo fa con le piattaforme di delivery e chi prenota senza intermediari esterni. Più della metà dei tester sono utenti già fidelizzati alle attività dalle quali ordinano e un 59% di loro continuerà a farlo anche dopo la fine dell’emergenza.

I cibi più desiderati sono nell’ordine pizza, piatti stranieri, spesa da supermercati/box misti/alimentari, hamburger e panini. Alla domanda «Come hai conosciuto le attività dalle quali stai ordinando?», i Social Network sono stati impattanti per ben il 43% mentre il 35% ha risposto attraverso le piattaforme di delivery, due dati che possono essere ulteriormente incrociati. Non a caso, le pagine ufficiali dei maggiori delivery in Italia hanno lanciato campagne di promozione, come Glovo che ha coinvolto alcuni suoi partner in un video o Just Eat che ha pubblicato un IGTV condividendo il proprio piano per contribuire alla lotta contro il Covid-19. Chi è pratico di social si sarà accorto in questi giorni che tra i nuovi adesivi opzionabili nelle stories di instagram compare ordini di cibo. Con questo sticker sulla consegna a domicilio è possibile taggare il ristorante da cui avete ordinato qualora fosse presente su una delle App di delivery di cui ig è partner (al momento ci sono solo Deliveroo e Uber Eats). Tornando al report, le risposte degli intervistati dimostrano che Just Eat è la piattaforma più fruita dal campione, seguita da Deliveroo, Glovo, Uber Eats, Cosaporto, Foodys.it.

Guardare i competitor non come nemici ma come alleati

In un recente webinar su “Ristorazione & Delivery” organizzato da Appetite for Disruption, il primo think tank italiano sulla ristorazione, e PwC Advisory, sono state riunite le principali piattaforme di delivery per discutere su come potenziare questo servizio e in che modo la ristorazione possa ottimizzare le consegne in previsione della Fase 2. All’appuntamento virtuale hanno partecipato Just Eat, Deliveroo e Glovo: report alla mano, ogni speaker ha analizzato i punti di forza e le criticità del sistema di ordinazione online.

«Qualcuno ha detto Just Eat?». Questa è la call to action italianizzata dall’inglese dello spot televisivo diffuso a inizio anno. Secondo il rapporto Seo Tester Online sul Covid 19 che ha incrociato algoritmi e strumenti di ricerca come Google Trends, tra i settori considerati più rilevanti nell’attuale situazione di crisi, oltre a smart working, oms, cassa integrazione e GDO, spunta proprio la voce food delivery. Dal confronto con gli altri servizi di consegna, Just Eat rimane la piattaforma più cercata da dicembre 2019 e la stessa ha seguito un andamento costante con un picco tra fine febbraio e inizi di marzo. Tra le peculiarità, la crescita dei menu dedicati ai più piccoli e alle famiglie e le box per il pranzo durante lo smart working. Quest’ultima è un’abitudine confermata anche da uno studio di OffLunch, servizio di food delivery nato per la pausa pranzo in ufficio, in sinergia con Japal, start-up di e-commerce, e riferito alla sola realtà milanese dove «Prodotti semilavorati come creme di verdure, sughi, polpette, cotolette, salmone e prodotti veg, aiutano lavoratori e famiglie a preparare tutti i pasti della giornata».

Al secondo posto del SEO report, c’è Glovo che convalida uno stesso trend in tema di ordinazioni golose e, nonostante ammetta una leggera contrazione della domanda, evidenzia un incremento negli ordini di dolci e gelato, appunto. In osservanza del decalogo di buone pratiche condiviso da Fipe e AssoDelivery, Glovo si è adeguata a tutte le misure necessarie con fornitura di guanti e mascherine per rider e partner, postazioni con tavoli esterni al locale nella fase di ritiro della busta sigillata incentivando il cliente al pagamento con carta. In più, ha allargato il proprio raggio di azione grazie a sottoscrizioni che rendono nulli i costi di consegna e alle scontistiche dedicate, prendendo altresì quella fetta di mercato affezionata alle buone pratiche di cucina casalinga per avere sullo  scaffale non piatti pronti ma materie prime di qualità.

Prodotti da dispensa che registrano un aumento della richiesta, valore testimoniato nel rapporto Nielsen che monitora in particolare la settimana da lunedì 16 marzo a domenica 22 marzo, un arco temporale che ci riporta agli inizi di questa quarantena. Tra i cibi a lunga conservazione che accomunano la spesa degli italiani compaiono: farina (+186,5%), uova di gallina (+53,7%), latte UHT (+34,1%), surgelati (+6,8%), conserve animali (+32,1%), burro (+79,7%), conserve rosse (+50,8%), pasta (+22,6%), riso (+37,9%) e caffè macinato (+21,5%). L’effetto “resto a casa” ha generato consumi desiderabili per organizzare aperitivi caserecci a base di pizza surgelata (+45,7%), vino (+12,4%), birre alcoliche (+11,3%), affettati (+28,1%), mozzarelle (+44,6%), wurstel (+44,2%), patatine (+25,7%); questa tendenza viene bilanciata dal desiderio di “comfort food” incarnato da spalmabili dolci (+61,3%), gelati (+21,5%), wafer (+16,2%).

Contestualmente anche Deliveroo non ha mancato di tracciare il proprio bilancio sulle abitudini a domicilio degli italiani nell’ultimo mese di lockdown. Premettendo una differenziazione geografica che caratterizza in particolare Roma e Milano, quest’ultima sancita capitale del delivery in Italia, per entrambe le città è stato boom di gelato. Sebbene a Roma le ordinazioni siano maggiormente orientate su piatti italiani, hamburger e sushi, con un forte apprezzamento della cucina messicana, a Milano prevalgono pollo allo spiedo e pezzi di rosticceria oltre a un innamoramento per la cucina greca.

Tornando a un anno fa, nel suo discorso futuribile Bini svelava una grande novità: il trasporto urbano viario di Uber Air, assicurando che entro il 2023 questo nuovo servizio sarebbe stato immesso nel mercato di tre città del mondo di cui una in Europa. Quindi, in un domani (non lontano) oltre alla porta basterà aprire le finestre e ci verrà recapitato il pranzo o la cena. Per adesso guardiamo al 4 maggio, cioè a quando il passo avanti sarà verso l’asporto, alias take away.

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