Nuovi ritiOde ragionata ai piaceri del brinner, la colazione per cena

È l’ultima tendenza e mette insieme il piacere confortante della colazione con la malinconia della giornata che finisce: perfetta sintesi delle nostre giornate recluse

Una scena del film Mad Men

Potrebbe sembrare un’affermazione paradossale, ma a ben guardare, sotto certi punti di vista, questa quarantena ci ha resi più liberi. Esempio uno: liberi di portare fuori il cane vestiti un po’ a caso, raffazzonando le prime cose che capitano e assemblando outfit à la Derelicte – dimenticando volutamente il reggiseno (le donne) e con barba sfatta di giorni (gli uomini). Esempio due: liberi di saltare la doccia quotidiana (la doccia eh, mica il lavaggio rituale delle mani) – è inutile che arricciate il naso, succede anche nelle migliori famiglie, siamo adulti e possiamo permetterci il lusso di rompere questo dannato muro d’omertà. Esempio tre: liberi di non essere schiavi di orari e di consuetudini alimentari, d’infrangere le norme condivise che regolano la cadenza e la suddivisione del cibo nell’arco delle ventiquattr’ore – tanto a chi dobbiamo render conto, se non a noi stessi e al nostro personale appagamento?

In una quarantena che assomiglia pure a una specie di tana libera tutti, dopo anni di oscurantismo gastronomico sta di nuovo balzando agli onori delle cronache il cosiddetto brinner, termine che deriva dall’unione di breakfast e dinner (ma dai!) e che denota la volontà, il desiderio, nonché il gusto di prepararsi una sana e sostanziosa colazione al posto della cena, in barba ai gastrofighetti con la puzza sotto il naso. Attenzione: il brinner non è il fratello povero del ben più inflazionato brunch: al brunch si arriva in hangover, con lo stomaco sottosopra dai bagordi della notte precedente e con il bisogno fisico di rimpinzarsi di uova, bacon, pancake e compagnia cantante. Il brunch è una necessità, quasi un dovere corporeo; il brinner è un piacere, una scelta ragionata e totalmente dettata dall’emotività.

La sua invenzione si deve a un tale Bill Granger, che nel 1990 era uno studentello d’arte squattrinato a Sydney: per tirare su qualche soldo inizia a lavorare nella cucina di un ristorante, e tre anni dopo – a soli ventidue anni (ma ehi! Eravamo nei meravigliosi ‘90s) – apre il suo primo locale, chiamato in un impeto di fantasia Bill’s. Bill’s diventa rapidamente famoso per le sue colazioni servite su lunghi social table: presto il fondatore s’accorge che uova, pancakes, waffles e bacon vengono richiesti ben oltre il periodo mattutino, così decide di cominciare a servirli a tutte le ore, dalla colazione, passando per il pranzo, fino alla cena. Il vecchio Bill oggi è uno chef piuttosto famoso, che vanta locali a Seoul, Tokyo, Honolulu e Londra e che ha all’attivo libri e articoli su magazine prestigiosi, ma a noi piace ricordarlo per la felice intuizione che ebbe da ragazzo: la colazione non è importante solo in termini nutrizionali, ma anche psicologici, poiché diventa sinonimo di comfort food. Ci si coccola col cibo quindi, sia al termine di giornate frenetiche di una vita passata che pare ora lontanissima, sia durante questa quarantena composta da infiniti giorni della marmotta, gli uni uguali agli altri. Il brinner però è pure un atto anarchico, un je m’en fous elegantemente rivolto a coloro che vorrebbero imprigionarci in abitudini stabilite da un ipotetico buon senso, in realtà ideate solo per renderci l’esistenza meno tollerabile.

Nella settima stagione di Scrubs, in occasione del loro sesto anniversario, una Carla in vestaglietta e reggicalze domanda a suo marito Turk «Sei pronto per i regali?». Turk è sbalordito: «Baby, mi hai già fatto il brinner!», ché non esiste infatti dono più grande. La stessa cosa deve averla pensata la Sally Draper di Mad Men, quando nella terza stagione papà Don le prepara frittelle di patate e uova per cena nel tentativo di sopperire alla mancanza di mammà, portata d’urgenza in ospedale con le doglie. E lo deve aver pensato un inglese su tre, almeno stando a uno studio dell’ente benefico britannico Cancer Research UK, secondo cui il brinner viene consumato con cadenza regolare una volta a settimana.

Chiaro è che il breakfast for dinner si trasforma in una possibilità concettuale concreta a patto che gli alimenti consumati a colazione siano notevolmente diversi da quelli consumati a cena. Via libera dunque a cereali; latte; yogurt; pane tostato con burro e marmellata; cream cheese; uova in tutte le salse; french toast; pancake; waffles; bacon; croissant; sciroppo d’acero. Un ruolo fondamentale lo gioca lo scarso effetto sorpresa: il brinner non è né esotico, né gastronomicamente minaccioso, e proprio come il sushi dessert di Una mamma per amica rappresenta un rassicurate back to basics.

In una ricerca pubblicata sull’ European Journal of Social Psychology, Shelley Aikman e Stephen Crites hanno scoperto che la ‘tipicità temporale’ degli alimenti influenza non poco gli atteggiamenti delle persone nei loro confronti. In generale, la fame tende a far aumentare gli atteggiamenti positivi nei confronti di un cibo time-typical, rispetto a un cibo time-atypical. Le conclusioni di Aikman e Crites rivelano qualcosa di intuitivo sul modo in cui il contesto legato a un cibo influisce sul nostro modo di sentirci riguardo a esso: se stiamo morendo di fame, ed è ora di cena, è più probabile che sceglieremo un alimento time-typical, come una bistecca o della pasta. Ma se la fame non è il principale fattore motivazionale sul piatto (ehm), gli alimenti time-atypical iniziano a fare decisamente più gola. Il brinner si situa in quest’area, solleticando il nostro desiderio per un qualcosa di familiare e dirottandolo verso cibi gustosi e sostanziosi associati alle dolci colazioni infantili – tanto reali quanto mitologiche – spesso vissute come un rifugio sicuro, un luogo sospeso che profuma di burro e nostalgia.

Se vi è venuta in mente la madeleine proustiana, ebbene sì, avete ragione: il brinner non è che la sua versione 3.0, attualizzata e declinata in questa nuova quarantena edition. Scrive Harling Ross su Man Repeller: «una sera, dopo una giornata particolarmente maniacale di attività irreggimentata, ero in piedi davanti alla credenza, contemplando la responsabilità di un pasto imminente. Ho accarezzato la prospettiva di insaporire i petti di pollo crudi con erbe e olio d’oliva e di cuocerli in forno per dieci minuti; di saltare gli spinaci in una padella perché avevo una confezione nel frigorifero che stava per andare a male; di scaldare il riso bianco rimasto in una pentola… poi una scatola di cereali ha attirato la mia attenzione. L’ho presa dallo scaffale, l’ho aperta e ne ho versati un po’ in una ciotola. L’ho riempita fino all’orlo con il latte di avena, l’ho portata sul tavolo e ho iniziato a mangiare. Aveva il sapore del 1998. Aveva il sapore di mia madre che mi intrecciava i capelli prima di andare a scuola». È esagerato parlare di ‘magie del brinner’? Forse, pensandoci bene, proprio per niente.