Quarantena alcolica Bere è tornato glam, ma non ci salverà

Siamo reclusi, le privazioni sono molte, ma a fine pandemia dovremo fare fronte all’abuso di alcol durante il lockdown. Meglio pensarci per tempo

Illustrazione di Olga Orlandi

Quando eravamo entrambe single, io e un’amica avevamo l’abitudine di vederci per cena da lei ogni settimana. Io portavo una bottiglia di vino, un’altra l’aveva messa in fresco lei: passavamo la serata bevendo e chiacchierando fitto fitto, scoppiando in risate soffocate per non svegliare sua figlia, addormentata nella stanza accanto. Molte volte controllando l’orologio mi rendevo conto che era passata mezzanotte e avevo perso l’ultima metro verso casa; e mi rassegnavo a una lunghissima passeggiata notturna.

Per una felice coincidenza, due anni fa siamo rimaste incinte quasi contemporaneamente; e, seppur ormai in coppia, abbiamo mantenuto il tête-à-tête settimanale a cui eravamo tanto affezionate. La prima volta che sono tornata a trovarla – senza bottiglia – abbiamo cenato, fatto qualche pettegolezzo malevolo sparecchiando e confrontato le afflizioni del primo trimestre caricando la lavastoviglie. Poi – fatto inedito – è sceso il silenzio.

Alle 21 e 40 ero già sulla metropolitana verso casa.

Nei mesi successivi un copione simile si sarebbe ripetuto infinite volte. Da hobby prediletto, cucinare era diventato un’incombenza; da irresistibili, gli amici mi risultavano noiosi, e tornavo a casa presto, adducendo caviglie gonfie. Quella lunga fase di sobrietà mi ha messo di fronte a una realtà un po’ scomoda: il mio rapporto con l’alcol era più problematico di quanto immaginassi. Avevo sempre “funzionato”: il mio consumo non mi aveva mai dato problemi (di salute, professionali o relazionali). E poi, ero una bevitrice “sociale”, e se ogni tanto invece bevevo da sola, bene lo stesso: era un rito di self-care. Anzi, quasi una meditazione! Inoltre – come dimostrava la mia gravidanza – potevo smettere quando volevo, come stavo facendo per la mia piccola, dentro di me.

Eppure, senza alcolici la mia vita sociale si era come svuotata di gioia e di proposito. Se questo fosse un pensierino motivazionale, la conclusione suonerebbe più o meno così: «Da quel giorno non bevo più e l’energia positiva che emano mi basta per sballarmi». La verità è molto diversa: conclusa la gravidanza e l’allattamento, sono tornata ai consumi precedenti (esco meno, ma compenso con un favoloso bar domestico).

Da allora però non smetto di pensare a come, per gran parte di noi, il piacere che traiamo dalla compagnia dei nostri simili sia legato a doppio nodo al consumo di alcol: nella mia cerchia di amici tra i 30 e i 40 anni, a tornare a casa presto la sera sono le donne incinte e quelli a cui hanno ritirato la patente (ce n’è sempre qualcuno, purtroppo).

Collettivamente, insomma, prendiamo sottogamba il consumo eccessivo di alcolici. E questa quarantena è stata una cartina al tornasole fenomenale: chiusi bar e ristoranti, c’è stato un boom del delivery di vino e cocktail, ampiamente riportato dai giornali con tono di ammicco.

Su TikTok l’ebbrezza in quarantena è lo spunto comico di alcuni dei micro-video più diffusi: #babysaysno è la traccia audio di un bimbo che alterna esplosioni di entusiasmo e proteste, su cui gli utenti si filmano mentre giubilano per gli alcolici e si indignano di fronte all’acqua («No!»); in un altro una voce infantile conta fino a 10 tra due oggetti e, quando si accorge che il countdown finisce sull’oggetto indesiderato, dice «NO-NO-NO-NO!». Anche qui, il primo premio è in genere ad alta gradazione.

Non tanto bene, insomma; soprattutto se consideriamo che sul social network cinese il gruppo di utenti di gran lunga più significativo (il 37,2% del totale, dati USA del gennaio 2020) ha meno di 19 anni, esattamente la fascia di popolazione più a rischio alcol secondo l’Istituto Superiore di Sanità.

Non solo giovani, comunque: quando il Governo ha annunciato il prolungamento del lockdown dopo il 3 aprile, su Facebook è girata molto un’immagine che ritraeva una sfilza di bottiglie, sopra c’era scritto «Aprile» e sotto «Non è un mese, è un consiglio».

Anticipo le obiezioni: siamo reclusi, e fare altre aggiunte alla lista di privazioni non è in cima alle priorità di nessuno. Vero, vero. E anche: se assunto con moderazione, l’alcol abbassa lo stress, e sa il cielo quanto ne abbiamo bisogno: «L’alcol è il primo psicofarmaco che l’essere umano ha imparato a utilizzare, ormai da millenni. È euforizzante e diminuisce ansia e tensione» mi spiega Stefano Oliva, Psichiatra e Psicoterapeuta, direttore del reparto Alcologia della casa di cura Le Betulle. In una certa misura è naturale cercarlo in questa fase: «Gli esseri umani», continua, «non sono predisposti a cambiamenti così bruschi e drammatici, che ci colpiscono dove siamo più vulnerabili: reclusione forzata, solitudine, preoccupazione per i nostri cari, fino al lutto».

E però – per quanto singolare sia per me assumere questo ruolo da moralizzatore – toccherà puntualizzare che l’alcol fa male. Anche se, tragicamente, in queste settimane siamo tutti stanchi di fare la conta dei morti, ogni anno in Italia 40mila persone perdono la vita per cause legate all’alcol, secondo i dati della Società italiana di Tossicologia.

Ma quali sono i campanelli d’allarme che ci mostrano che abbiamo un problema? Sempre il dottor Oliva: «Non è una valutazione semplice, ma il punto di partenza più oggettivo è la quantità: secondo l’OMS, più di un’unità quotidiana (l’equivalente di un bicchiere di vino, o di una birra media) equivale già a un eccesso».

Già mi pare di sentirvi: ”Ma io lo reggo bene”. Ecco «reggerlo bene non è un criterio», puntualizza Oliva, «anche se non mi rendo conto degli effetti, non vuol dire che non mi stia danneggiando».

Serve invece essere onesti di fronte alle conseguenze: esami del sangue che segnalano valori sballati sono un’indicazione, ma basta anche un disagio psicologico: quando si beve troppo, l’appuntamento con l’ansia è solo rimandato – spesso al cuore della notte.

“Riuscire a stare senza” è un criterio estremamente importante – ma il rischio è la negazione, tristemente tipica delle dinamiche di abuso. Quindi, meglio registrare i nudi fatti, magari in un diario: quanto bevo, oggettivamente? Ma anche, al contrario: posso evitare per un certo periodo l’alcol? Ci riesco senza problemi, oppure ci penso sempre? Un altro segnale è l’incapacità di rispettare i limiti che ci siamo autoimposti («Berrò solo un bicchiere»), e il disagio che ci crea il nostro comportamento.

In questo, l’atteggiamento morbido della società finisce però per contribuire al problema, diluendo il malessere: «Culturalmente, nel nostro paese si tollerava il bere moderato ma si sanzionava l’eccesso, mentre in altre società – penso al Nord Europa, e per certi versi agli Stati Uniti – l’eccesso era approvato, e quasi era la moderazione a essere fuori posto. Negli ultimi anni ci stiamo spostando verso quella modalità di consumo» aggiunge Oliva.

E la quarantena, purtroppo, non ci fa bene: «Non c’è dubbio che a questa emergenza sanitaria seguirà un’emergenza psichiatrica: sarà importante aiutare chi avrà sviluppato ansia o depressione (i sintomi: insonnia, tensione costante, pensieri rimuginativi, tristezza), tutti fattori che possono condurre all’abuso di alcol».

Avete finito di leggere e vi state dicendo: Si parla di me? Non c’è vergogna nel chiedere aiuto. Una prima risorsa – compatibilmente con la sua disponibilità al momento – è il medico di famiglia, ma c’è anche il Telefono Verde Alcol 800-632000 dell’Istituto Superiore di Sanità, un servizio anonimo e gratuito, disponibile ogni giorno dalle 10 alle 16.

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