Cronache dal fronteQuei 100mila volontari protagonisti dell’emergenza (e della ripresa)

In Italia ci sono oltre 100mila persone che non si sono fermate: escono di casa, per aiutare. Sono i volontari. Senza di loro l’emergenza Covid-19 sarebbe ancora più dura

(Foto: Morning Future)

Ci sono gli scout, che sin dalla prima ora si sono resi disponibili a consegnare la spesa e i farmaci agli anziani che non possono uscire di casa. Ci sono i volontari delle Pubbliche Assistenze Anpas, oltre 100mila in tutta Italia: continuano a garantire il classico servizio di trasporto in emergenza ma in più sono stati coinvolti nelle sale operative, nei call center e nelle unità di crisi delle Regioni, nell’allestimento delle tende per i pre-triage negli ospedali, nelle raccolte di medicinali… All’inizio dell’emergenza sono stati loro a misurare la temperatura ai passeggeri negli aeroporti, oggi sono impegnati nella consegna a domicilio di farmaci e beni di prima necessità come pure nella consegna di tamponi per gli ospedali.

Le Caritas di tutte le diocesi d’Italia, con i loro volontari, sta tenendo aperti i servizi di ascolto, declinati per via telematica o telefonica: di fatto quasi un sostegno psicologico per quanti sono provati e disorientati da questa pandemia, con un’attenzione particolare agli anziani e ai malati. Forniscono dispositivi di protezione individuale (tute, mascherine, visiere) per gli operatori delle strutture che ospitano le persone più fragili e alcune Caritas hanno anche iniziato a produrli.

I volontari di Protezione Civile impegnati nella gestione dell’emergenza legata al Covid-19 sono oltre 11mila. Sono stati i volontari delle Misericordie, ancora, a ritirare all’aeroporto di Milano Malpensa un carico di dispositivi di protezione individuale e di macchinari elettromedicali provenienti dalla Cina, destinati alla Toscana. Il Banco Alimentare in tutta Italia continua ogni giorno a recuperare cibo per distribuirlo a 7.500 strutture caritative, che assistono 1 milione e mezzo di persone povere. I medici e gli infermieri di Emergency stanno gestendo il reparto di Terapia intensiva e sub-intensiva del nuovo ospedale da campo realizzato a Bergamo dagli alpini e completamente dedicato a pazienti affetti da Covid-19: hanno collaborato anche alla progettazione della struttura, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in Sierra Leone durante l’epidemia di Ebola.

In Italia ci sono migliaia di persone che non si sono fermate. Escono di casa, per aiutare. Lo fanno rispettando tutte le indicazioni dei decreti governativi, per la sicurezza loro e delle persone di cui si mettono al servizio, ma stanno dando un contributo importante per alleggerire una situazione che per moltissime persone rischia, ogni giorno di più, di diventare insostenibile. «Contro l’emergenza Covid-19 – insieme a medici, infermieri e farmacisti – ci sono oltre 100mila volontari in prima linea ogni giorno», ha scritto il ministero della Salute, «controlli aeroportuali, montaggio delle tende, assistenza ai più vulnerabili, consegna a domicilio di spesa e farmaci. Grazie a tutti i volontari che stanno mettendo il loro coraggio al servizio di tutti noi». Garantiscono servizi che sono stati reinventati in pochissimi giorni, sull’onda dell’emergenza, avendo prima e più di tutti il polso diretto della situazione: perché non è vero che davanti al coronavirus siamo tutti uguali. Tutti possiamo ammalarci, certo, ma l’impatto della reclusione fra le mura domestiche, della riduzione del reddito, di un Paese fermo… sono diversi per ciascuno.

Il Terzo settore infatti non è solo solidarietà. È innovazione, capacità di rispondere ai bisogni, creatività. Il suo vero valore aggiunto, per dirla con il professor Stefano Zamagni, uno dei padri dell’economia civile, sta nella sua «rivoluzionaria forza progettuale». Per questo andrebbe con pari dignità coinvolto nella definizione delle priorità degli interventi, nel reperimento delle risorse, nell’individuazione dei modi ottimali di gestione degli interventi, anche in questo momento di emergenza: sarebbe un peccato assegnargli soltanto il ruolo del “garzone”.

Basta poco per capire la capacità progettuale del Terzo settore e l’importanza strategica che esso avrà nella ripresa, quando bisognerà tenere insieme società ed economia, giustizia sociale e sviluppo. In una parola, quando sarà fondamentale promuovere coesione sociale. Dicevamo di Emergency, ma sono tanti gli esempi.

Una cooperativa di medici di base di Milano, la CMMC, ha immediatamente integrato la piattaforma di telemedicina utilizzata per la gestione dei pazienti cronici con i parametri più appropriati per monitorare da remoto le persone con sintomi potenzialmente riconducibili al coronavirus: «Due volte al giorno, tramite un’app, i pazienti ci comunicano parametri come temperatura, pressione, frequenza cardiaca e respiratoria. Ma anche quei sintomi che abbiamo imparato a collegare al coronavirus, come il non sentire gli odori o i sapori», spiega Alberto Aronica, vice presidente della cooperativa CMMC. «Il sistema invia un alert sia al paziente sia al medico nel caso in cui la situazione meriti un approfondimento. Gli ospedali, con enormi sacrifici, stanno vincendo la loro battaglia, ma la guerra si vincerà sul territorio: è lì che dobbiamo organizzarci e monitorizzare i singoli pazienti, per evitare che ripartano focolai».

In Veneto invece una rete di cooperative ha avviato la produzione di mascherine. Fra i protagonisti della temporanea conversione della produzione ci sono Quid (la capofila, un’impresa sociale che coniuga moda, sostenibilità e inclusione), Giotto (presente nel carcere di Padova anche con un laboratorio tessile) e il Centro Moda Polesano, l’ultimo workers buy out nato in Veneto. La mascherina è in cotone, sottoposta a trattamenti antigoccia e antimicrobici, riutilizzabile fino a 100 volte dopo lavaggio e disinfezione. Oggi la capacità produttiva è di circa 25mila mascherine al giorno, ma la previsione è di raddoppiarne la quantità grazie all’aggregazione di ulteriori cooperative: un primo stock di 400mila pezzi è già in produzione e sarà subito distribuito.

E sul fronte della disabilità, Fondazione Renato Piatti onlus ha ideato “Toc Toc”, un servizio sperimentale di tele-riabilitazione per restare accanto ai 150 bambini con autismo e alle loro famiglie, seguiti dalla Fondazione: le attività dei centri riabilitativi sono tutte sospese e per evitare che i percorsi di neuro-psicomotricità, logopedia, potenziamento della coordinazione interrompano, gli operatori si sono rivolti al digitale. «Questi momenti servono ad aggiustare una routine che si è persa improvvisamente. La frequenza al Centro è un’esperienza non paragonabile, ma “Toc Toc” ci permette di mantenere una certa continuità nei progressi fatti fino ad ora», dice Luisa, la mamma di Davide, un ragazzino con autismo seguito dal Centro La Nuova Brunella di Varese.

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