Shadow pandemicAborto e maternità sono diventate due parole tabù per le donne europee

Le interruzioni volontarie di gravidanza sono sempre più rischiose da fare in questa crisi sanitaria. Ci sono problemi logistici ma anche restrizioni dei governi. A Malta è fuorilegge, in Polonia quasi impossibile. Per molte l’opzione più sicura è andare all’estero

Le parole perfette per raccontare il crollo dei diritti delle donne in tutto il mondo da quando c’è il nuovo coronavirus le ha trovate l’Onu a inizio aprile: shadow pandemic. Il riferimento era alla violenza domestica durante il lockdown globale, ma l’idea di «pandemia ombra» può essere estesa anche al pericoloso scricchiolio dei diritti sessuali e riproduttivi. Ogni continente ha i suoi problemi e i suoi punti di rottura.

In Europa, con la maggior parte dei lockdown in allentamento, è l’occasione per un primo bilancio di come sono andate le cose. Spoiler: non benissimo. Interruzione volontaria di gravidanza, prevenzione, contraccezione, un parto sano e sicuro: non c’è una conquista recente o meno recente che non sia stata messa a rischio dal CoVid-19, per la logistica delle chiusure, per l’onda della pandemia mescolata a una scarsa sensibilità e in alcuni casi (Polonia, Slovacchia) per un attacco politico diretto.

L’allarme sulla tenuta dei diritti è stato lanciato sia dal Consiglio d’Europa che da un report congiunto di Epf e Ippf. Il primo è il Parliamentary Forum for Sexual & Reproductive Rights, network di parlamenti europei per i diritti sessuali e riproduttivi, il secondo è la federazione europea dell’International Planned Parenthood.

In entrambi i casi, il responso è che, salvo poche eccezioni, i diritti hanno seriamente vacillato. Un dato su tutti: nel lockdown i servizi dei consultori sono crollati del 94%, con il 78% che sono rimasti totalmente chiusi. «Quelli riproduttivi delle donne sono un indicatore fondamentale dei diritti fondamentali in un paese, perché sono sempre tra i primi a essere messi in discussione», spiega a Linkiesta Irene Donadio, consigliere strategico di IPPF.

Il problema più serio in Europa sono state le interruzioni di gravidanza. In molti paesi, la pandemia è stata un incubo per chi ha scelto di abortire. Con i consultori chiusi e gli ospedali fermi per tutto quello che non fosse Covid-19 l’interruzione di gravidanza è stata un percorso a ostacoli in paesi molto diversi tra loro: Spagna, Irlanda, Albania, Romania, Croazia.

IPPF e EPF hanno segnalato difficoltà e barriere anche in alcuni länder tedeschi (per problemi di obiezione di coscienza simili all’Italia) e la Corte dell’Aia nei liberalo Paesi Bassi ha rifiutato di concedere alle donne il diritto alla pillola abortiva fuori dalle cliniche. È durissima la situazione per le donne che vivono in paesi dove l’aborto è vietato o sottoposto a restrizioni severe.

A Malta (dove è fuorilegge) o in Polonia (dove è molto difficile) l’opzione più sicura, andare all’estero, per mesi è stata inaccessibile, a causa della chiusura dei confini, aumentando il rischio di aborti clandestini, con i relativi rischi per la salute. L’emergenza CoVid-19 è stata anche occasione per tentativi (riusciti o meno) di introdurre legislazioni più restrittive.

In Polonia durante il lockdown è stato inserito nei lavori del Parlamento un vecchio disegno di legge (marzo 2018) che avrebbe cancellato anche una delle pochissime eccezioni alla legge: il diritto ad abortire in caso di grave malformazione del feto. Le associazioni sono scese in piazza e la legge è stata posposta (e potrebbe quindi sempre tornare in pista).

In Slovacchia, come raccontato dal sito Euractiv, tutte le operazioni non-salva vita sono state sospese e tra queste ci sono anche le interruzioni di gravidanza. L’IPPF fa sapere a Linkiesta Europea che siamo a un livello simile di blocco quasi totale dell’IVG anche in Croazia e Romania.

Solo dieci paesi sono riusciti a tenere costanti o addirittura facilitare l’accesso all’aborto: tra questi c’è la Francia, che ha scelto di aumentare da sette a nove le settimane la finestra per l’interruzione farmacologica, dando alle donne l’opzione della telemedicina e di supporti telefonici. 

Durante il picco del Covid-19 quello della pillola abortiva e dell’accesso all’aborto farmacologico è stato un tema decisivo, perché riduce o elimina i passaggi nei luoghi più pericolosi di questa pandemia: gli ospedali.

In Italia le associazioni pro-scelta avevano chiesto invano un’estensione analoga. Silvana Agatone, presidente di Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi non obiettori per l’Applicazione della legge 194, ci ha raccontato della vana battaglia combattuta in questi mesi per ottenere la deroga. «Lo ha fatto la Francia, lo ha fatto il Regno Unito, lo ha fatto addirittura l’Irlanda, ma in Italia nessuno ci ha ascoltato, né l’Aifa, né il ministero della Salute, che ha riconosciuto l’aborto come intervento indifferibile ma non ha creato le condizioni per averlo in sicurezza durante la pandemia».

L’unica regione che ha riconosciuto questa agevolazione è stata la Toscana. In Italia riesce ad accedere all’aborto con la pillola solo il 17% delle pazienti, contro il 60% del Portogallo, il 66% della Francia e il 95% della Svezia.

Sugli aborti durante la pandemia non ci sono ancora dati certi, l’Istituto superiore di sanitàli sta ancora raccogliendo, ma, come in tempi normali, la stragrande maggioranza è stata effettuata in ospedale o in clinica, con tutti i rischi del caso. «Tutti i nostri interlocutori hanno mostrato totale disinteresse sia per la salute delle donne che per quella dei medici», racconta Agatone.

«Durante l’emergenza siamo stati continuamente contattati da donne o associazioni locali che chiedevano aiuto, perché i consultori erano chiusi e gli ospedali avevano sospeso i reparti di ginecologia. In Lombardia molte sono dovute andare in altre città oppure addirittura uscire dalla regione». In vista di possibili lockdown futuri, Laiga chiede le stesse misure proposte di recente dal Consiglio d’Europa: la rimozione di tutte le barriere in vista di un aborto sicuro, l’accesso alla telemedicina per i consulti, l’eliminazione di periodi di attesa non giustificati dal punto di vista medico. 

L’aborto è il tema più delicato di un fronte molto più ampio. Tra gli allarmi lanciati da organismi e istituzioni europee ci sono anche l’accesso alla contraccezione, la prevenzione per le malattie sessualmente trasmissibili, gli screening per l’Hiv e quello per una gravidanza e un parto rispettosi.

Secondo l’Unicef saranno 116 milioni i bambini nati durante la pandemia. Nell’emergenza in Europa sono saltate le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità nella maggior parte dei reparti di ostetricia.

Quello della «maternità rispettosa» e sicura è uno degli elementi nel rapporto Epf e Ippf: «C’è stata poca attenzione alle cure pre-natali, con maggiori rischi per la salute della donna e del feto, ci sono state separazioni brutali tra la madre e il bambino e si è imposta alle donne una solitudine non necessaria. In questa pandemia c’è stata poca attenzione sia alla salute fisica che a quella psicologica delle madri», spiega Donadio da Bruxelles.

«Quello che è stato leso in questi mesi è il diritto delle donne a un parto sereno», racconta a Linkiesta Europea Marina Toschi, segretaria nazionale di Agite (Associazione Ginecologi Territoriali). «Ed è stato anche violato il diritto dei padri a essere presenti in sala parto, malgrado non fosse considerato pericoloso e nonostante le linee guida non lo sconsigliassero.

Ci sono state anche difficoltà per il contatto tra le madri e il bambino, nonostante il bonding nella prima ora dopo il parto sia fondamentale. Ma forse un aspetto positivo da questo punto di vista ci sarà: quando riceveremo i dati, probabilmente vedremo che sono stati praticati meno parti cesarei ingiustificati».

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