Amore amaroContro il logorìo della vita in quarantena

La nuova tendenza del bere dopo cena, specie ora che si sta a casa: al bando i drink fighetti, si ritorna al vecchio e caro digestivo all’italiana

Charlotte e Bob in Lost in Translation

Ok, scopriamo le carte sin da subito: quello tra Charlotte e Bob in Lost in Translation era amore, sicuramente più dolce-amaro che amaro in senso stretto, ma la differenza è tutta grammaticale. Se da aggettivo si passa a sostantivo, ecco allora che prende forma l’amaro a cui ci stiamo riferendo, il digestivo italiano per antonomasia, il digestivo che profuma di anni ’60, di canzoni di Mina e Ornella Vanoni suonate su un giradischi, di tavoli da caffè in una piazza chiassosa, di gonne a ruota e polo color pastello.

Pensati per essere consumati dopo cena, gli amari contengono un ABV (alcohol by volume o gradazione alcolica) che varia dal 15 al 45%, raggiungendo così il livello di un normale superalcolico; la loro origine si deve ai monaci medievali e ai tonici curativi e rilassanti che erano soliti creare utilizzando radici, erbe, fiori e spezie. Sebbene l’accezione ‘amaro’ tenda a trascinare l’intera categoria sotto un unico ombrello, il livello d’amarezza varia incredibilmente dall’uno all’altro, con tonalità che passano dall’agrumato all’erbaceo, dal floreale al medicinale, dal terroso al sapido. Paolo Monelli ha definito l’amaro un «vermouth senza vino» non a caso: mentre il vermouth è vino aromatizzato, l’amaro è una bevanda spiritosa aromatizzata, impreziosita dalla componente vegetale e dalle erbe medicinali. In generale gli aromi vengono impartiti attraverso il processo di macerazione e distillazione di prodotti botanici in soluzioni idroalcoliche, seguite spesso dalla miscelazione e dal riposo prolungato per sintetizzare gli elementi. Gli amari rappresentano una specie di panacea per chi non è esperto di liquori: a differenza del bourbon e dello scotch, infatti, non occorre essere un assaggiatore provetto per comprendere, differenze, sfumature e peculiarità, un po’ come – azzardo! – quando si passano in rassegna i potenziali candidati su Tinder. In questa sfida all’ultimo sorso tra personalità parecchio distintive, con quale tra i tanti scatterà il match perfetto?

Montenegro: agrumato, morbido, equilibrato

Più «sapore vero» di così non si può: un classicone vintage, che sa di sabato sera al bar a collezionare un cicchetto dietro l’altro, rigorosamente con ghiaccio e scorzetta d’arancia. Siamo in Emilia Romagna, a Bologna: è qui che Stanislao Cobianchi, giovane bolognese predestinato dalla famiglia alla carriera ecclesiastica, dopo aver mandato in aria in piani dei genitori intraprende un viaggio in giro per il mondo e scopre le specialità botaniche. Nel 1885 crea l’Elisir Lungavita, che undici anni dopo – in occasione del matrimonio di Elena di Montenegro con Vittorio Emanuele III – diventa l’Amaro Montenegro. La ricetta è segreta, e prevede la bollitura, macerazione e distillazione di quaranta erbe aromatiche; il gusto è rassicurante come un affetto stabile, eppure vagamente imprevedibile: dolce in principio, amaricante sul finale, senza essere troppo precipitoso.

Fernet-Branca: speziato, medicinale, divisivo

I milanesi, si sa, sono energici, forti, magari non subito simpatici. Persone da scoprire un poco alla volta, insomma, un po’ come il Fernet Branca: all’inizio pare ostico, ma poi quando si entra in confidenza si lascia voler bene. Molti pensano che il fernet sia un marchio, mentre in realtà si tratta di una sottocategoria all’interno della famiglia degli amari. Il Fernet-Branca, tuttavia, è a tutti gli effetti un brand specifico del popolare fernet (prodotto dal 1845 dalla Fratelli Branca Distillerie di Milano), caratterizzato da sapori profondamente speziati e amari, situato nella fascia alta della scala ABV. Il suo profilo aromatico si poggia su note medicinali (un mix tra aloe ed eucalipto per intenderci) con intensi contrappunti balsamici: a causa di tale innato vigore, o lo si ama o lo si odia. Ma se lo si ama, lo si amerà per sempre.

Bràulio: alpino, affabile, giramondo

Se da Milano ci si dirige a nord-est s’arriva a Bormio, in Valtellina, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio. Il Bràulio, oltre a essere uno dei simboli di Bormio – dove viene prodotto dal 1875 –, è curiosamente parecchio apprezzato (nonché facilmente reperibile) anche negli Stati Uniti: lì viene bevuto sia liscio, sia mixato insieme al whisky nella preparazione di cocktail come l’Old Fashioned e il Whisky Sour. Da un punto di vista tecnico, il Bràulio fa parte della categoria più ampia degli amari alpini, ed esibisce sapori che giocano nel terroir della regione, estratti da pino, rosmarino, ginepro, radici di montagna e fiori. Una gradazione alcolica non altissima (21°) e una conclusione che sa di menta verde, di conifere e di fiori bianchi: è l’amante alla mano, estroverso e gentile, quello che non s’atteggia per fare il figo perché è già figo così, essendo se stesso.

Cynar: terroso, erbaceo, versatile

Via dalla Lombardia fino al Veneto, nella maestosa Venezia, città natale del Cynar – che ora però viene prodotto dal milanesissimo Gruppo Campari. Possiamo tranquillamente dire che il Cynar è il carciofo più famoso del mondo, ma non solo: si tratta infatti pure di una sottocategoria d’amaro definita attorno al suo ingrediente chiave, il cynara scolymus e cui deve il nome. Un’etichetta inconfondibile; una promessa ambiziosa (contrastare «il logorio della vita moderna»); un gusto sapido, terroso e vegetale che ne amplifica l’amarezza; una bassa gradazione alcolica (16,5°): il Cynar è il date che va bene sia per l’aperitivo che per il dopo cena, un personaggio eclettico e versatile, che sta bene da solo, ma pure in compagnia. Non siete convinti? Provatelo mescolato con seltz e una fetta d’arancia, oppure con Coca-Cola, acqua tonica o soda amara al limone. I puristi dello spritz considerano l’Aperol una bestemmia e ammettono invece il Cynar, il che avvalora ulteriormente la nostra tesi.

 

Averna: agrumato, avvolgente, seducente

Un siciliano DOC, l’Amaro Averna, sebbene ora di proprietà del Gruppo Campari. Generoso come Salvatore Averna, noto benefattore figlio di un’agiata famiglia di commercianti di tessuti di Caltanissetta, dove – secondo una tradizione antichissima – i monaci producevano, con una loro ricetta, un elisir di erbe che pur essendo ‘amaro’ risultava comunque gradevole, e possedeva, nelle credenze popolari, doti toniche e terapeutiche. Nel 1859, in segno di riconoscenza, i monaci decisero di consegnare a Salvatore la ricetta dell’infuso, che nel 1868 inizio a essere prodotto per gli ospiti di casa Averna. Il resto è storia: ciò che non è mai cambiato è quel sapore per l’appunto non troppo amaro, caratterizzato dal gusto pronunciato di buccia d’arancia con note di vaniglia e cola. L’Averna fa gli occhi dolci alzando un poco il berretto, è un seduttore nato e lo sa: saranno quei sentori di chiodi di garofano, di cannella, di cioccolato, ma che vuoi farci, finisci per bertelo pure d’estate, al pomeriggio, con tanto ghiaccio e il cuore in fiamme.

Ramazzotti: agrumato, coriaceo, sorprendente

Il Ramazzotti è come il compagno di liceo molto nerd che incontri nuovamente dieci anni dopo, e somiglia a Bradley Cooper. Oddio, forse s’è esagerato, ma l’amaro prodotto per la prima volta a Milano nel 1815 – nato come Amaro Felsina Ramazzotti da una ricetta segreta di Ausanio Ramazzotti, farmacista bolognese trasferitosi a Milano agli inizi del XIX secolo – riserva in realtà delle sorprese gustative dopo il primo sorso, che ricorda vagamente il passito. Basta solo aspettare per sentir arrivare la scorza d’arancia, il chiodo di garofano, l’anice stellato e il cardamomo, che travolgono il palato con un’amarezza che monta pian piano. Oggi in Italia è considerato da alcuni un po’ demodé; lui allora, tenace e impavido, s’è rifatto una vita all’estero: ha conquistato la leadership del mercato tedesco, diventando il primo brand della categoria amari importato in Germania; ha ottenuto la certificazione kosher; ha conquistato l’America Latina. Braveheart, sotto forma d’amaro.

Vecchio Amaro del Capo: dolce, aromatico, pop

Calabrese fino al midollo, prodotto dalla Distilleria Caffo di Limbadi in provincia di Vibo Valentia, frutto di un’antica ricetta poi rielaborata e migliorata dall’esperienza acquisita dalle quattro generazioni della famiglia Caffo. Sa d’estate, di sole e di mare, e infatti è

consigliato consumarlo ghiacciato a -20°, in bicchieri anch’essi ghiacciati; tra le 29 erbe officinali che compongono l’infuso figurano l’arancio amaro, l’arancio dolce, la liquirizia, il mandarino, la camomilla e il ginepro. È il classico amante che arriva dopo un’amara delusione (leggi: dopo aver provato amari che erano troppo amari), e che col suo gusto gentile e aromatico appaga pure i palati più delicati. Nonostante la sua anima dolce e pop non va però dato per scontato: ha una gradazione alcolica di 35°, giusto per sfatare lo stereotipo secondo cui delicatezza fa rima con fragilità.

Lucano: schietto, erbaceo, reazionario

Il Lucano l’ammette sin dall’inizio, con uno statement che non lascia spazio a fraintendimenti: «voglio il meglio». Lo dice e lo fa pure, con le sue lunghe e persistenti note medicinali – frutto di una miscela di diverse erbe officinali nata nel 1894 in quel di Pisticci (in provincia di Matera) per mano di Pasquale Vena – e con un’etichetta vagamente reazionaria, che sfoggia stemmi di Casa Savoia insieme a contadinelle al pascolo. Il suo motto? «Lavoro e Onestà», come riportato nella banda sorretta dalla valorosa aquila: i simboli virili qui si sprecano, ma d’altro canto rinforzano la già fiera immagine di quest’amaro schietto e adamantino. Che è come un amante coraggioso e audace al limite dell’eroico, che non teme nulla e si dimostra leale fino al midollo… ehm, fino all’ultimo sorso.

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