Direzioni futureLe cinque qualità fondamentali del manager nell’era digitale

Il mondo degli executive è cambiato. Più che gestire, conta innovare. Come spiega il libro “Human Digital Enterprise”, di Emanuela Prandelli e Gianmario Verona (Egea) le nuove virtù sono crescita, analisi, finanza, leadership e attaccamento all’impresa

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CATHERINE LAI / AFP
CATHERINE LAI / AFP

La trasformazione digitale cambia i tratti distintivi della figura cardine dell’azienda moderna: il manager.

Nell’immaginario collettivo del secolo scorso, l’idea di manager collimava con il grande capitano di industria, efficacemente rappresentato a livello globale da Jack Welch di General Electric.

Il manager era il capo indiscusso di una multinazionale caratterizzata da articolati organigrammi, mutuati dal settore militare. Era forte di una gerarchia verticale e con la sua leadership imponeva alla sua organizzazione scelte efficientiste. Il suo mantra era la gestione, come etimologicamente richiamano i sostantivi manager e management.

Si noti che la parola di uso corretto in inglese è executive, termine che esprime in misura ancora più accentuata il ruolo esecutivo. In italiano, dirigente esprime pure l’idea di direzione tipica degli organigrammi fordisti.

Nelle C-suite il valore di questa figura è stata messa in discussione dall’ondata imprenditoriale che abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni. I Jobs di Apple, i Bezos di Amazon, gli Zuckerberg di Facebook con le innovazioni da loro ideate e i loro stili manageriali sono diventati oggetto di attenzione da parte dei media e di studio nelle business school e università di tutto il mondo.

Il peccato originale di tale invasione di campo, potrebbero asserire gli osservatori più attenti, è che con questa generazione i capi d’azienda sono gli imprenditori stessi che hanno fatto nascere le società che oggi tuttora controllano.

Essi peraltro provengono tutti da realtà che hanno «creato» il digitale e che sono marchiate Silicon Valley – un contesto in sé e per sé inesportabile. È quindi bene domandarsi quale sia il significato più generale che il profilo di questi nuovi leader ha per i manager del futuro.

Il manager nel secolo digitale perde definitivamente i tratti della figura del gestore-esecutore che aveva in passato per diventare sempre più un innovatore, indipendentemente dall’essere nei fatti fondatore di una startup.

Il manager del futuro sarà cioè sempre più un innovatore – e come tale un soggetto ibridato con la figura dell’imprenditore – e dovrà possedere nuove qualità di cui almeno cinque costituiscono tratti distintivi originali rispetto al canone che lo ha preceduto.

Il nuovo manager-imprenditore dovrà possedere innanzitutto un forte gusto per la crescita.

A differenza del manager-esecutore che viveva di sinergie, efficienza e consolidamento, il manager-imprenditore deve pensare alla creazione di nuovi mercati, di nuovi prodotti e di nuovi processi di produzione e distribuzione.

Lo può fare perché il digitale permette di identificare opportunità prima inimmaginabili in ogni angolo di business. Lo deve fare perché la misurazione del valore è oggi più che mai legata alla crescita della sua impresa.

Questo gusto per la crescita deve poi essere combinato a una forte competenza analitica.

Le sfide legate alla crescita che le aziende sono chiamate a risolvere hanno raramente una risposta evidente e, oltre all’esperienza sul campo, solo la logica, la capacità di ragionamento, il pensiero critico possono aiutare chi le deve affrontare. Il secolo digitale è sinonimo di accesso ai dati e alle informazioni: la capacità critica di elaborazione di queste informazioni risulta centrale per un manager che voglia presentarsi preparato ai tempi che ci attendono.

Alle capacità analitiche deve essere affiancata la competenza economico-finanziaria.

In un mondo globale in cui l’impatto dei mercati finanziari è divenuto determinante, la conoscenza finanziaria è cruciale.

A ciò si aggiunga che una moderna crescita comporta il ricorso oltre che all’equity anche al debito, e sapersi destreggiare rispetto alla crescente dose di private equity e venture capital e alla partecipazione delle banche di investimento (che favoriscono ma anche delimitano i percorsi di crescita di qualsiasi impresa) rende necessario dominare la materia per saper dialogare con chi detiene le risorse finanziarie.

Una quarta competenza è riconducibile alla leadership democratica, quella che nasce dalle qualità di un capo che sa mettersi in gioco e dialogare con la sua squadra.

Il manager che crea empatia, che valorizza il capitale umano delle persone che lo circondano aiutandole a superare i momenti di difficoltà con la sua umanità e la forza di una figura carismatica positiva rappresenta un elemento essenziale per costruire il percorso di crescita in un’azienda sempre più piatta, snella e organizzata per processi.

Un ultimo tratto distintivo del manager-imprenditore è la capacità di immergersi nei valori identitari dell’azienda che gestisce.

A differenza del manager opportunista, il manager del futuro deve costruire legami profondi con l’impresa per cui lavora, indipendentemente dall’averla vista nascere. Solo così può diventare regista e sceneggiatore di uno storytelling credibile, che non sia figlio solo di incentivi economici e come tali di breve termine.

Crescita, analisi, finanza, leadership e attaccamento all’impresa sono gli ingredienti che porteranno a nuove ricette di manager-imprenditori che cominciamo a vedere al lavoro in alcune aziende dei settori più disparati.

Chi riuscirà a formare massivamente questa nuova generazione di manager e chi riuscirà ad assumerli potrà sicuramente godere di un vantaggio competitivo nel secolo digitale.

 

da “Human Digital Enterprise. Creare e co-creare valore in un contesto omnidata”, di Emanuela Prandelli e Gianmario Verona, Egea, 30 euro

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