L’approccio tedescoEcco come la Germania sta facendo il contact tracing

Fin dall’inizio dell’epidemia, sono state ricostruite le catene di contatti dei malati di Covid attraverso l’utilizzo di personale ad hoc. La situazione però rischia di sfuggire di mano a causa delle molte proteste

germania coronavirus
Ina FASSBENDER / AFP

Una delle ragioni del successo tedesco nella gestione della pandemia va senza dubbio cercata nell’efficacia della prima fase, quella del contenimento. Fra gli obiettivi più rilevanti della strategia messa a punto dal Robert Koch Institut figurava fin da subito l’individuazione repentina delle infezioni, in modo da circoscrivere la diffusione del virus e spezzare il prima possibile le catene di contagio.

Accertati i primi casi, le autorità tedesche hanno avuto come principale priorità l’isolamento dei contagiati, in modo da evitare l’insorgenza di focolai: e nonostante problemi non trascurabili, dovuti ad approcci spesso diversi fra i vari Länder e a tempistiche talvolta non adeguate, in buona parte lo sforzo è stato ripagato. Nonostante il numero di contagi abbia quasi raggiunto i 180.000 casi, il sistema è riuscito a gestire la crisi in maniera abbastanza efficiente, mantenendo un livello di letalità molto basso e limitando le restrizioni per i cittadini.

Anche nei momenti più critici, nel pieno del lockdown, i tedeschi non hanno mai smesso di ricostruire le catene di contagio, fare cioè il cosiddetto contact tracing: ricostruire i contatti avuti dagli infetti per individuare ed isolare subito i potenziali contagiati, anche in assenza di sintomi. Un passaggio fondamentale per mantenere il controllo sulla diffusione del virus, ed evitare di conseguenza il collasso del sistema sanitario.

Naturalmente uno sforzo di questo tipo è stato possibile anche grazie alla disponibilità di laboratori in grado di effettuare i test: la Germania ha scelto un approccio decentralizzato, che ha puntato molto sulle strutture locali e sul contributo dei medici di famiglia, garantendo una copertura già a fine marzo di 160.000 test a settimana.

Ugualmente decentralizzata è la strategia che il governo tedesco sta utilizzando per portare avanti il contact tracing anche in questa fase. Nelle scorse settimane si è discusso molto in Germania della possibilità di utilizzare una app per tracciare i movimenti dei contagiati e ricostruire così le catene di contagio, ma il dibattito si è progressivamente spento, per una serie di motivi.

Uno di quelli ripresi più di frequente dai media ha a che fare con le stringenti regole sulla privacy che vigono nel Paese, ma si tratta solo di uno degli aspetti in ballo. Alcuni dati vengono già forniti dalle compagnie telefoniche al Robert Koch Institut, ma si tratta di dati aggregati che non danno alcuna informazione sugli spostamenti dei singoli: la mappatura non è sufficientemente raffinata per garantire un digital tracking efficace.

Lo sviluppo di una app dedicata richiede non solo competenze tecnologiche specifiche, ma anche un’infrastruttura digitale in grado di supportarne il funzionamento, un elemento che in Germania è tutt’altro che scontato. Ci sarebbero poi ulteriori problemi pratici e legislativi, legati sì alla protezione dei dati ma anche all’effettivo utilizzo da parte dei cittadini, che naturalmente non possono essere “costretti” a scaricare l’applicazione.

Tuttavia la proposta non è stata lasciata cadere del tutto: al momento ci sono anzi diverse app in sviluppo, la più promettente delle quali pare essere quella su cui stanno lavorando SAP e Telekom e che dovrebbe essere pronta per metà giugno. Già disponibile invece è la app con cui i cittadini possono condividere con il RKI dati presi dalle applicazioni di fitness, che l’istituto di ricerca utilizza per monitorare eventuali variazioni riconducibili al virus – ma per utilizzarla serve, oltre ad uno smartphone, almeno un altro dispositivo che rilevi il battito cardiaco.

Un’altra applicazione poi è stata menzionata dal Ministro della Salute, Jens Spahn, e dovrebbe permettere a chi si trova in quarantena di tenere un “diario dei sintomi” e assistere così i medici durante la terapia: per ora non se ne sa molto, ma certo si tratterebbe di un notevole passo in avanti.

Non potendo contare su supporti tecnologici avanzati, le autorità sanitarie tedesche stanno infatti lavorando al contact tracing usando moltissimo personale, che conduce interviste dettagliate con chi risulta positivo in modo da ricostruire nella maniera più precisa possibile tutti i potenziali contatti avuti nei giorni precedenti.

Uno sforzo enorme che sta coinvolgendo sempre più persone, come il caso di Würzburg riportato da Bloomberg mostra chiaramente. Una volta accertata la positività, al malato vengono poste una serie di domande, con l’obiettivo di comporre una lista di tutti i contatti di più di 15 minuti avuti dal paziente fino a due giorni prima dell’insorgere dei sintomi: e ognuna di queste persone deve sottoporsi a una quarantena di quindici giorni. Questi, a loro volta, dovranno tenere un diario dei propri sintomi – qualora si presentassero – ed annotare tutti gli incontri avuti: in caso risultino anch’essi positivi, il ciclo ricomincia.

Un estenuante lavoro di indagine, che richiede turni massacranti ed un esercito di collaboratori: le autorità federali hanno indicato come obiettivo una quota di 5 “tracciatori” ogni 20.000 abitanti, un traguardo a cui i vari Länder stanno lavorando alacremente. Alcuni hanno già superato il numero richiesto, ad esempio il Baden-Württemberg; altri, come la Baviera, sono ancora un po’ indietro.

L’approccio tedesco al contact tracing pare stia funzionando, anche se la sostenibilità complessiva del processo desta qualche preoccupazione, visto l’enorme numero di collaboratori necessario: per fronteggiare l’emergenza, praticamente tutti si stanno dedicando al tracciamento, spesso non solo il personale sanitario.

Ciò significa naturalmente aver bisogno anche di formazione adeguata, e ha come conseguenza il lasciare scoperti altri dipartimenti delle amministrazioni pubbliche. Ma l’allarme più inquietante è legato in questi giorni alle numerose proteste contro le restrizioni legate al coronavirus, all’origine di cortei e manifestazioni in molte città tedesche.

Se da un lato la Germania sta lentamente ripartendo, aprendo anche bar e ristoranti e facendo addirittura ricominciare il campionato di calcio, dall’altro i tedeschi iniziano ad essere un po’ insofferenti delle limitazioni imposte dal governo e dai Länder, e molti osservatori hanno notato come soprattutto i movimenti di estrema destra stiano approfittando della situazione per infiltrarsi sempre di più nell’opinione pubblica e radicalizzarla ulteriormente.

Alle proteste hanno partecipato gruppi eterogenei di persone, dagli antivaccinisti ai complottisti anti-5G, ma soprattutto ad est è emerso con chiarezza come a guidare le proteste siano stati soprattutto i movimenti xenofobi ed identitari come Pegida.

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