Paura di spendereWarren Buffett non compra durante la crisi, ora dobbiamo preoccuparci davvero

Il finanziere americano durante la Recessione del 2008 acquistò azioni quando tutti le vendevano perché credeva nella ripresa. Ora invece ha addirittura ceduto le azioni delle compagnie aeree. Siamo davanti a una crisi di domanda diversa dalle altre. Serve una task force della gioia per far ripartire tutto

Afp

Warren Buffett non compra più. Chi è Warren Buffett? E perché dovrebbe importarci qualcosa? Dato che ci sono Wikipedia, Google eccetera non siamo qui a farne la biografia. Con una ricchezza personale di 74 miliardi di dollari (molto più dell’ultimo nostro decreto) e una presenza nella classifica sulle persone più ricche del mondo talmente costante da sembrare eterna, è un faro, uno che ci dice spesso e sensatamente, dove va il mondo.

Buffett è però qualcosa di più, è lungimiranza, ruvidezza e saggezza, con lui il sogno americano prende un nome e un cognome. Non lo citiamo per questo, naturalmente. Non per la sua straordinaria personalità, ma per un particolare.

È lui che nel 2008, nel pieno della crisi di Lehman Brothers, invece di vendere titoli come tutti gli altri, ha cominciato a comprare e lo ha fatto in una maniera clamorosa, e per lui insolita, scrivendo sul New York Times «Buy American. I am». E ha avuto ragione, perché di lì a poco l’economia sarebbe ripresa e quei titoli sarebbero diventati oro. Ha avuto ragione, ancora una volta, come sempre.

In questi giorni, con una crisi analoga e per di più esogena (cioè provocata dal virus, non dall’andamento dell’economia), Warren Buffett ha deciso di non comprare nulla e, per sovrapprezzo, ha anche venduto le sue azioni, proprio tutte, delle compagnie aeree di cui aveva proprietà. Si vede che la cancellazione del posto centrale sugli aerei è più pericoloso del terrorismo.

Perché non compra Buffett? «No one knows what the market is going to do tomorrow, next week, next month, next year» è la sua risposta, come al solito chiara e oracolare insieme. Allora abbiamo cercato di capire meglio perché lui non compra, o meglio perché dobbiamo preoccuparci noi, di quel che succede quando nessuno compra.

Riaprire non significa tornare a crescere, perché le condizioni della ripresa sono complicate e non assicurano che si torni presto al punto in cui s ’era lasciato, che per noi italiani non era del tutto felicissimo, visti che, unici al mondo occidentale, non avevamo ancora ripreso tutto quanto avevamo perso nella crisi del 2008.

La novità è che siamo davanti a una crisi di domanda, diversa dalle altre. Abbiamo una profondissima caduta dei consumi, ovviamente provocata dalla chiusura dei negozi, ma anche dalla paura e dalle condizioni ostative della riapertura. È una crisi che sta colpendo alla radice le ragioni stesse del consumare.

Gran parte degli acquisti si fanno per avere gratificazioni. Se non c’è il piacere dell’acquisto, si fanno meno acquisti. Se c’è un fastidio fisico, personale, psicologico ad acquistare, si faranno meno acquisti. La paura è un disincentivo all’acquisto perché mette in gioco forze che sopravanzano il piacere dell’acquisto.

Paura e piacere sono opposti, ma asimmetrici, non si compensano: basta un po’ della prima e il secondo scompare. E se per Warren Buffett nessuno può sapere quale sarà la situazione domani, possiamo aggiungere che è la reazione della gente che crea lo scenario. E oggi la reazione è molto negativa.

Vediamo allora qualche dato sui comportamenti collettivi. Il 35 per cento degli Italiani, secondo una indagine McKinsey, pensa che la situazione critica dell’economia durerà un anno o più e solo il 14 per cento pensa che sarà risolta in pochi mesi. Questo dato non sorprende, ma altri dati sì: l’84 per cento delle famiglie, anche dopo la riapertura, pensa di ridurre le spese; il 71 per cento rischia il posto di lavoro, o comunque gli attuali redditi da lavoro; il 68 per cento pensa che il lavoro si ridurrà. 

Altri dati sono ancora più pessimisti e descrivono esattamente cosa voglia dire affrontare una crisi dei consumi. L’89 per cento degli Italiani pensa che la situazione sia incerta (perciò consonanti con Buffett) e cercherà di non fare acquisti impegnativi in questo periodo e il 92 per cento, praticamente tutta la popolazione, pensa di spendere con molta accuratezza i suoi soldi, perché questo non è il momento di “sprecare”. Con queste premesse l’uscita dalla crisi post-covid sarà molto difficile, se non impossibile.

Scaviamo nei dati ancora un po ’. In questo periodo le persone che intendono accrescere le spese citano solo quattro categorie merceologiche: i beni alimentari, i beni per la casa, l ’intrattenimento a casa e il “personal care”, su tutto il resto c ’è un crollo generalizzato: – 70% per le spese nei viaggi aerei, nei ristoranti e, incredibilmente, – 46% nelle spese per l ’abbigliamento. Queste sono le intenzioni; anche se fossero rispettate solo in parte, sarebbe un ’ecatombe. Una crisi dei consumi mai vista, per la quale il solo scenario confrontabile è quello della guerra.

Non basta perciò la spesa pubblica, non bastano quelle che si definiscono politiche keynesiane, cioè la spesa per opere pubbliche o per distribuire redditi direttamente ai consumatori.

Il presupposto di queste politiche è che la gente voglia spendere, ma non ha il reddito per farlo (cosa che in parte è vera), ma quando manca il desiderio del consumo qualunque reddito aggiuntivo o sostitutivo servirà solo ad accumulare le riserve liquide, non a incrementare i consumi.

Sul totale della ricchezza nazionale, vista dal lato della spesa, troviamo che il 79 per cento è rappresentato dai consumi privati. Se questi sono bloccati è bloccato quasi l’80 per cento della nostra economia. Così va in crisi la sorgente stessa della nostra ricchezza.

Bisogna assolutamente far ripartire la domanda dei consumi. Come? C’è un problema di psiche collettiva e uno leggi di incentivazione. Per le questioni di sentiment collettivo bisogna disinvestire dalla paura. Il punto non è tanto (ma lo è anche) delle norme messe a protezione sanitaria. C’è un enorme problema di comunicazione.

Dopo alcuni mesi in cui è diventato chiaro quali siano i comportamenti corretti, oramai acquisiti dalla popolazione, è ancora il caso di puntare sulla paura per farli rispettare? Non basta una raccomandazione di cui c’è oggi grande consapevolezza? I protocolli di sicurezza inibiscono il consumo in maniera clamorosa: i consumi per dovere sono una minoranza rispetto ai consumi per piacere. Dove possibile, caso per caso, i protocolli andrebbero allentati. 

Quella di riportare gioia nell ’atto del consumo, è la condizione necessaria affinché i consumi ripartano, anche perché se non lo si farà, il settore che alla fine pagherà il prezzo più alto è proprio il commercio.

In queste settimane gli Italiani, anche non familiari con il digitale, hanno cominciato a comprare on line; questo elemento mina alla radice il “vantaggio competitivo” del negozio, perché se non c ’è gioia ad andare in negozio, tanto vale comprare on line. Una volta fatto il passaggio sarà difficile tornare indietro.

Cos’è che può muovere i consumi? Bisogna partire da ciò che è più caro agli Italiani e da ciò che, da solo, può mettere in moto le filiere produttive e di consumo più lunghe. Cos’è più caro agli Italiani? la casa. Da qui bisogna partire.

L’ultimo decreto presenta dei bonus per rifare le facciate delle case e altri lavori, bisogna allargare i bonus al “contenuto” della casa (mobili, arredamenti, rifacimento bagni, ecc.) oltre che al “contenitore” (la casa come struttura) perché il richiamo a una casa più bella, soprattutto dopo che vi si è vissuto ogni singolo minuto della giornata, è formidabile.

La domanda di miglioramento della casa coinvolge l ’acquisto di beni che sono usualmente prodotti in Italia, e poi ci sono i lavori necessari da mettere all’opera (non possono farlo gli algoritmi). Dalla casa può venire una spinta enorme all ’economia.

Qual è il singolo bene di consumo che ha la filiera più lunga? L’automobile. Se parte l’automobile riparte buona parte dell’industria meccanica. Una super-rottamazione potrebbe portare incassi iva devoluti allo stato per la vendita delle auto, un contributo al rinnovamento del parco auto in chiave ambientale e una spesa turistica aggiuntiva. Inoltre è gratificante. È vero che nel decreto si incentivano biciclette e mono-pattini: ottima scelta, ma la loro filiera industriale è nulla rispetto a quella dell ’auto.

Se non ripartono i consumi, non riparte l’economia e se non riparte l’economia quei debiti che si stanno accumulando non si potranno mai pagare e il tempo della ripresa sarà lunghissimo. Per farli ripartire occorre la task force della gioia, l’unica che oggi può ridare vita all ’economia. La gioia è l ’unica certezza. E allora, magari solo allora, tutti, incluso Warren Buffett, ricominceremo a comprare. Ognuno per la sua parte, ognuno per il suo mondo, ognuno per la sua gioia.

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