Inside SarajevoBosnia-Erzegovina: un Paese, due entità, tre modi contraddittori di lottare contro la pandemia

I due governi locali, la Federazione di BiH e la Republika Srpska hanno preso provvedimenti senza consultarsi, accusandosi a vicenda di non collaborare. In un ristorante della capitale, politici, attori e virologi sono stati beccati a un “corona party” organizzato da un famoso chirurgo

Afp

Anche in Bosnia Erzegovina è tempo di “fase due” dell’emergenza Covid. Si stanno adottando misure di alleggerimento del lockdown, pur con gradualità e con alcune differenze nelle due entità del paese, la Federazione di BiH e la Republika Srpska. Nella prima, già il 24 aprile è stata ripristinata la libertà di circolazione e dal 4 maggio sono stati riaperti diversi uffici ed esercizi commerciali, tra cui parrucchieri ed estetisti; ristoranti e grandi centri commerciali potrebbero riprendere l’attività, pur con limitazioni, la prossima settimana.

In Republika Srpska, che è stata colpita in modo più grave dalla pandemia, le riaperture avvengono invece in modo più dilazionato tra questa settimana e la prossima. Secondo i dati ufficiali aggiornati al 7 maggio, i contagiati totali nel paese sono 2.027 (965 in FBiH, 1043 in Republika Srpska, 19 nel distretto di Brčko) e i decessi 90 (rispettivamente 34, 53 e 3).

Nel complesso, se si guardano i numeri di contagi e decessi in rapporto alla popolazione, non sono lontani da quelli della Croazia, da molti considerata come uno dei paesi più efficaci nella regione per la risposta all’emergenza, e sono inferiori di sei-sette volte rispetto a quelle dell’Italia.

Per ora gli scenari catastrofici che erano stati evocati da alcuni esperti all’inizio dell’epidemia sono stati dunque scongiurati. Nonostante i numeri relativamente contenuti dell’emergenza, l’attuale trend richiede comunque di non abbassare la guardia e mostra la presenza di situazioni molto diverse nel territorio.

In Federazione di BiH il contagio appare rallentato, con due decessi negli ultimi quindici giorni, e alcuni cantoni (come quelli di Sarajevo e Tuzla) vicini o già stabilmente al contagio-zero. In Republika Srpska si è registrata invece una preoccupante accelerazione proprio in questa ultima settimana (il picco di contagi giornalieri, 69, è avvenuto il 3 maggio) concentrata soprattutto nel capoluogo Banja Luka.

Come ha rilevato il magazine Buka , questo aumento ha generato molta frustrazione tra la popolazione della città, già duramente provata dal confinamento. In RS il lockdown è stato applicato più a lungo e con condizioni particolarmente restrittive, accompagnate da annunci precipitosi da parte delle autorità che hanno spesso disorientato i cittadini.

Ciò che ha contribuito a limitare il diffondersi del virus nel paese è stato il senso di responsabilità e di precauzione della popolazione, e la capacità di intervento di alcune strutture sanitarie. Questo è avvenuto nonostante la comprovata malagestione della politica e l’evidente assenza di coordinamento tra i livelli di governo del paese.

«Un paese, tre lotte contro la pandemia», come diceva un’espressione in voga tra i media in questo periodo. Tutti i principali provvedimenti sono stati presi in totale autonomia dai governi delle entità, i quali poi a seconda della convenienza del momento hanno accusato gli altri di mancanza di collaborazione.

Dalle modalità del confinamento agli ordini di materiale dall’estero, dai protocolli sanitari ai controlli delle frontiere, le due entità hanno gestito l’emergenza come stati sovrani separati, in una sorta di “Dayton-plus”.

Tra le vicende più discusse vi è stata quella del carico di 200.000 mascherine e 10.000 tute protettive donato dal governo dell’Ungheria. Inizialmente gli aiuti erano stati destinati alla sola RS, che ne aveva fatto esplicita richiesta a Budapest, approfittando anche della nota sinergia politica tra Viktor Orban e Milorad Dodik; ma dopo l’intervento di due ministri statali, quello della Sicurezza Fahrudin Radončić e quella degli Esteri Bisera Turković, che hanno invitato l’ambasciatore ungherese a “ripensare la decisione”, la fornitura è stata infine condivisa tra le due entità.

Respiratori e lamponi
Due grandi scandali stanno concentrando l’attenzione pubblica, gettando ombre inquietanti sulla responsabilità delle istituzioni durante l’emergenza. Il primo riguarda l’acquisto di cento respiratori provenienti dalla Cina, ordinato all’inizio di aprile dalla Protezione civile della Federazione di BiH, un’iniziativa che il governo dell’entità aveva annunciato al pubblico con grande enfasi. Il 27 aprile, un’inchiesta lanciata dalla giornalista di Fokus.ba Semira Degirmendžić, poi proseguita da altre testate, svelava una serie di anomalie nell’operazione.

Primo: l’acquisto dei respiratori, per una cifra totale di oltre 5 milioni di euro, era avvenuto a prezzi tra le due e le sette volte superiori a quelli di mercato. Secondo: l’ordine era stato gestito da un’azienda agricola di Srebrenica specializzata nella produzione di lamponi, la “Srebrena Malina”, evidentemente priva di alcun legame con l’ambito sanitario e al momento dell’acquisto era priva della licenza necessaria per l’operazione, prima di ottenere una sospetta autorizzazione-lampo.

Il titolare della “Srebrena Malina” è Fikret Hodžić, un ex-presentatore tv e scrittore, che fu già al centro di una vicenda molto discussa nel 2016, quando promosse la commercializzazione di magliette riportanti i simboli del genocidio di Srebrenica.

Ora il caso dei respiratori-lamponi è sotto la lente della procura di Sarajevo e della SIPA, l’Agenzia statale per le indagini speciali, che indagano per riciclaggio e frode negli appalti pubblici. Al vaglio è quindi la posizione del capo della Protezione civile Fahrudin Solak, vicino all’SDA (il partito conservatore bosgnacco, principale forza di maggioranza nella Federazione), del quale parte dell’opposizione e dell’opinione pubblica chiede le dimissioni.

Inoltre Solak ha scatenato le proteste delle associazioni dei giornalisti, che ne denunciano le gravi pressioni e i tentativi di influenzare la giustizia. A Sarajevo, nel frattempo, l’asticella della dignità istituzionale era destinata ad abbassarsi ancora di più.

Corona-party
La sera del 4 maggio, mentre restavano chiusi i luoghi di ritrovo, vietate le concentrazioni e obbligatorie le mascherine anche all’aperto, le pagine online dei media e dei social bosniaci venivano invase dalle foto e dai video di un locale affollato da volti noti, con canti, abbracci, tavole imbandite. Le immagini provenivano dal Golf Klub, un ristorante della Sarajevo facoltosa, e documentavano la presenza di esponenti della politica, dell’economia, dello spettacolo e della sanità a una festa organizzata da un illustre chirurgo della capitale.

Tra gli altri vi erano il ministro statale del Commercio estero Staša Košarac (poi dimessosi tre giorni dopo per il montare dello scandalo), i popolarissimi cantanti Halid Bešlić e Hadi Varešanović, e persino il dottor Nihad Fejzić, membro del comitato scientifico del Cantone di Sarajevo per l’emergenza Covid19.

Quest’ultimo, incalzato al telefono dai giornalisti di Radio Sarajevo proprio mentre si trovava ancora alla festa, rispondeva con una frase che è già diventata celebre: “Ecco, è arrivata la polizia, ora ci segnaleranno, pagheremo la multa, tutto qui”. Subito ribattezzata “korona-dernek” (la Corona-festa), la vicenda ha generato un’ondata di indignazione profonda nell’opinione pubblica bosniaca.

Molti hanno visto nella corona-festa l’esempio del privilegio, dell’impunità e dell’indifferenza verso il bene pubblico che riguarderebbe una parte significativa dell’élite del paese, del tutto trasversale alle affiliazioni partitiche, religiose ed etniche, come era evidente dai nomi dei partecipanti alla serata. In tempi di sospensione dell’ordinario e di incertezza sanitaria ed economica, non è solo la linea divisoria tra le due entità ad innalzarsi sempre di più.

Cresce anche il confine tra i luoghi come il Golf Klub, con le loro leggi straordinarie e le convergenze di interessi e potere, e il resto dei cittadini che in larga parte si sono dimostrati responsabili, per coscienza e per paura che un sistema sanitario male organizzato e oggetto dell’incompetenza della politica non fosse in grado di curarli.

Questo panorama è desolante, ma sarebbe altrettanto sbagliato descrivere ciò che accade in Bosnia Erzegovina solo in termini di corruzione, malgoverno, passiva rassegnazione. Ci sono storie di buone pratiche, di attenzione al bene pubblico, di competenze e di proattività, anche se hanno più difficoltà ad emergere e a servire da esempio. Una di queste storie, ben raccontata su Balkan Insight da Adnan Ćerimagić, è l’efficace gestione della pandemia di coronavirus nel Cantone di Tuzla.

Qui le autorità sanitarie sono riuscite ad arrestare il contagio che si era diffuso inizialmente sino ad azzerare la crescita di casi (ormai fermi dal 12 aprile) grazie a test massivi, tracciamento delle infezioni e monitoraggio dei pazienti in isolamento, tutto gestito con un flusso di comunicazione costante e consapevole tra cittadini, personale, vertici istituzionali.

Tanto il modello positivo della sanità di Tuzla come le inchieste dei giornalisti e gli effetti dell’indignazione per i recenti scandali mostrano esempi di reattività, sono piccole scorte di energia necessarie per quando, dopo la crisi sanitaria, la Bosnia Erzegovina ricadrà inevitabilmente in quella sociale ed economica, e i confini e le paure di sempre continueranno a innalzarsi.

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