Assistenti cinesiMentre noi ci occupiamo di movida, il governo Conte rischia di farci diventare una colonia di Pechino

Un articolo del Financial Times si interroga sul ruolo dell’Italia che sembra preferire un’alleanza strategica con la Cina al tradizionale rapporto con gli alleati europei. Del resto con i grillini a Palazzo Chigi e alla Farnesina e con un’opposizione sovranista che cosa ci potevamo aspettare?

Afp

Giuseppe Conte e il sistema politico di maggioranza e di opposizione stanno facendo diventare l’Italia una succursale della Cina, della Cina del partito unico e della repressione, della Cina avversaria del mondo libero e della democrazia, grazie alla più insensata resa incondizionata di un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale.

Siamo stati il primo paese del G7 a firmare il memorandum sulla nuova via della seta, una decisione voluta fortissimamente dall’allora sottosegretario della Lega Michele Geraci e da Luigi Di Maio, un primo passo verso un trattato di cessione a Pechino del controllo di infrastrutture strategiche in cambio di investimenti con clausole da cravattari; siamo stati i primi ad ascoltare le sirene di Huawei sul 5G e adesso facciamo gli schizzinosi sugli aiuti europei per fronteggiare l’emergenza Covid – i 38 miliardi del Mes no, i 100 miliardi a fondo perduto del Recovery Fund sono pochi, l’acquisto da parte della Bce dei nostri titoli sono un atto dovuto eccetera – non si capisce se per semplice stupidità oppure perché ci si vuole consegnare a un qualche cavaliere bianco, probabilmente per entrambe le cose.

Il chiacchiericcio politico naturalmente è concentrato su altro, a cominciare dalla tragicomica ideona di Francesco Boccia di arruolare un esercito di volontari per far rispettare il distanziamento sociale dei cittadini italiani, con tanto di pettorine da assistenti civici già prodotte e mostrate in diretta televisiva con una solerzia non pervenuta a proposito delle mascherine.

Ma mentre noi ci occupiamo d’altro, la catastrofe civile del governo Conte fa tutta la sua bella figura sulle colonne del Financial Times, dove ieri l’editorialista Wolfgang Münchau si chiedeva se l’Italia avesse ormai definitivamente scelto la Cina e non l’Europa come alleato strategico. «Venti anni di adesione all’eurozona hanno portato gli italiani a un punto in cui considerano la Cina come il loro più importante alleato strategico.

Questa è una cosa assurda per molti aspetti, oltre che un formidabile fallimento dell’Unione europea». Münchau ha spiegato alla comunità internazionale che le scelte italiane rischiano di portare a una progressiva perdita di coesione dell’Europa, al cui confronto il danno procurato dalla Brexit sarà considerato una bazzecola. Insomma, scrive il Financial Times, il futuro dell’Unione è legato alle scelte del governo italiano: continuerà a tubare con la Cina o si allineerà alle politiche di Francia e Germania.

Il problema grave è che non lo sa nemmeno il governo Conte qual è la linea del governo Conte. Però il primo partito della coalizione, che ha espresso il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri, è apertamente antieuropeo, in passato ha chiesto di uscire dall’euro e con Di Maio alla Farnesina, oggi naturalmente silente sulla repressione cinese in corso a Hong Kong, sembra curare le relazioni esterne di Pechino.

Il Pd di Roberto Gualtieri e di Enzo Amendola, così come Italia Viva e ovviamente come il commissario Paolo Gentiloni, è saldamente e senza esitazioni europeo, ma su personaggi come Boccia nessuno metterebbe la mano sul fuoco. La componente più di progressista della maggioranza non ha mai brillato per europeismo, mentre un padre nobile della sinistra come Massimo D’Alema ha appena pubblicato un libro dal titolo maoista di elogio alla Cina, «un grande paese» come ha detto l’altra sera in televisione, poco prima di essere interrotto dalla notizia di centinaia di arresti di militanti democratici a Hong Kong.

L’opposizione di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni è prima di tutto anti europea, sovranista e nazionalista, in piena sintonia con l’opinione pubblica incitata da anni di disinformazione televisiva e di qualità: va bene sostituire l’amministratore delegato grillino del servizio pubblico, ma qualcuno del Pd si è mai posto il problema di una Rai ancora presieduta da un ritwittatore di fake news sulle presunte cene sataniche di Hillary Clinton?; qualcuno si è mai chiesto perché il Corriere della Sera a un certo punto ha tolto la bandiera europea che per anni aveva illustrato la parte inferiore della sua testata?

Siamo al punto in cui in settimana verrà presentato il Recovery fund europeo dalla presidente Ursula von der Leyen, dopo la proposta di Merkel e Macron, ma con l’Italia che preferisce non occuparsene pubblicamente se non con surreali tweet di Conte che millanta di essere l’ispiratore di Merkel e Macron, quando non è stato nemmeno consultato, non essendo un interlocutore affidabile.

L’asse franco-tedesco ovviamente c’è sempre stato e l’Italia si è sempre battuta per ampliarlo a tre o a quattro, a volte riuscendoci e a volte no, ma mai come questa volta è considerata estranea dagli alleati, un problema, un imbarazzo e forse anche la quinta colonna di chi, dalla Cina alla Russia, vuole indebolire o disintegrare l’Unione.

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Linkiesta Paper Estate 2020